100 anni fa, a Parma, le barricate di Guido Picelli che misero in fuga le orde di Mussolini

di Yorgos Mitralias

Almeno nel periodo tra le due guerre, quando c’era uno scontro tra la sinistra e i fascisti, erano sempre i fascisti a vincere. E purtroppo, il più delle volte senza incontrare una vera resistenza. Tuttavia, ci fu un’importante eccezione. Quella di Guido Picelli. Del rivoluzionario italiano che, per primo e molto prima di ogni altro, capì cos’è e cosa vuole il fascismo, oltre a come va combattuto. Di questo Guido Picelli che metteva in fuga i fascisti quando li trovava sulla sua strada. Nella Parma delle barricate del 1922. E nella Spagna della guerra civile del 1937. Allora, chi era e cosa fece l’uomo che sconfiggeva i fascisti?…

Italia barricata
Parma, agosto 1922, le barricate in via Bixio con i lastroni del selciato

Inizio di agosto del 1922 a Parma, l’unica grande città italiana che si ostina a resistere agli squadristi di Mussolini, già avviati al potere. Lo sciopero generale proclamato dopo il sanguinoso attacco dei fascisti contro la città di Ravenna, finisce prima di cominciare, per colpa delle burocrazie sindacali allo sbando di fronte alle minacce di rappresaglia da parte dei fascisti. Ma gli operai e il popolo di Parma non obbediscono e scioperano. Mussolini incarica il suo braccio destro Italo Balbo di stroncare i ribelli di questo “baluardo proletario” che era la città di Parma. Almeno 10.000-15.000 fascisti armati provenienti da tutta l’Italia settentrionale e centrale si precipitano in città, pronti per l’assalto finale e il bagno di sangue promesso ai suoi difensori.

Italia barricata

A Parma, Guido Picelli organizza la difesa, assegna compiti precisi a ciascuno e mette in atto un piano meticoloso di guerriglia urbana senza precedenti, con file successive, trincee, fossati, barricate, filo spinato, cavi elettrici, e persino campi minati improvvisati, difesi dalla popolazione dei quartieri popolari e dagli operai della città sotto la direzione dei 400 Arditi del Popolo, più o meno armati, quei veterani della Prima Guerra Mondiale che Picelli ha preparato al combattimento per 14 mesi! Chi aveva le armi sparava proiettili o lanciava granate. Gli altri, vecchi, giovani, bambini e soprattutto donne, resistono con picconi, spranghe di ferro, pietre, traverse, mattoni, olio bollente e… vetriolo.

Approfittando della benevola passività dell’esercito e della gendarmeria, i fascisti attaccano a ondate successive per 5 giorni, ma vengono sempre respinti, lasciando decine di morti e feriti. E mentre Balbo cerca di esorcizzare il male scrivendo nel suo diario “Se Picelli riesce a vincere, i sovversivi di tutta Italia rialzeranno la testa”, i fascisti si ritirano in un disordine indescrivibile e i loro capi decidono di porre fine alla campagna, accettando l’amara sconfitta e l’umiliazione. Ma Picelli si appella invano ai leader socialdemocratici, comunisti e sindacali perché approfittino della vittoria degli antifascisti di Parma e generalizzino l’esempio dei suoi coraggiosi difensori in tutta Italia. Tutti rimasero sordi e gli voltarono le spalle. Tre mesi dopo, Mussolini divenne primo ministro, il fascismo salì per la prima volta al potere e iniziò a ispirare una schiera di imitatori in tutta Europa, tra cui un certo Adolf Hitler. Le tragiche conseguenze sono ben note… e purtroppo, un secolo dopo, non sono ancora finite!

Guido Picelli funerale
Barcellona, 1937, il funerale di Guido Picelli

Spagna, primi giorni di gennaio 1937, nel villaggio di Mirabueno, nella provincia di Guadalajara. Picelli assume, solo per un giorno (!), il comando del battaglione “Garibaldi” di volontari antifascisti italiani, e ottiene l’unica vittoria degli antifascisti sul fronte della difesa di Madrid: alla testa dei suoi uomini, sferra un attacco fulmineo, rompe le linee fasciste, entra a Mirabueno, fa decine di prigionieri Franchisti e libera gran parte dell’autostrada che collega Madrid a Saragozza. Ma, tre giorni dopo, Guido Picelli muore per una pallottola… “nella schiena all’altezza del cuore”. Un proiettile sparato da un’arma che non apparteneva ai fascisti di Franco.

Per Guido Picelli vengono organizzati tre funerali di Stato, a Madrid, Valencia e Barcellona. Secondo i giornali dell’epoca, ai funerali nella capitale della Catalogna parteciparono 100.000 persone, tra cui il console sovietico a Barcellona Antonov-Ovseenko, il leggendario bolscevico che guidò la presa del Palazzo d’Inverno durante la Rivoluzione d’Ottobre. Un anno dopo, il vecchio bolscevico fu fucilato a Mosca…

Picelli e il suo “Fronte Unico Antifascista”

La grandezza ma anche la tragedia di Guido Picelli consistette nel fatto che, almeno all’inizio degli anni Venti, si trovò praticamente da solo a combattere contro il fascismo trionfante. La ragione profonda di questa solitudine politica era che non c’era quasi nessuno in Italia, ma neanche altrove, in grado di capire che cosa fosse, che cosa volesse e che cosa rappresentasse quella novità politica assoluta che era, a quel tempo, il fascismo di Mussolini e il suo movimento. Così, il Partito Socialista Italiano, mostrando le sue illusioni legalitarie, ebbe la brillante idea di concludere un Patto di Pacificazione con… Mussolini nel 1921(!). Quanto al giovane partito comunista appena nato, preferì scomunicare i cosiddetti “piccoli borghesi” che mettevano in guardia dal pericolo fascista e combattevano – spesso con le armi in pugno – gli squadristi, optando invece per l’isolamento settario e l’estremo sinistrismo del dirigente di allora Amadeo Bordiga. Il logico risultato della politica criminale del partito socialista e di quello comunista fu che entrambi presero prima le distanze e poi denunciarono la milizia popolare antifascista che gli Arditi del Popolo tendevano a diventare, che per Picelli era solo l’embrione di quell’ “Armata Rossa Rivoluzionaria” che egli stesso desiderava con tutte le sue forze perché corrispondeva alle esigenze della lotta antifascista e del movimento operaio di quel periodo.

L’enorme contributo di Guido Picelli alla teoria e alla prassi dell’antifascismo consiste, quindi, nel fatto che egli capì, prima di tutti gli altri, cosa fosse e cosa stesse cercando il fascismo mussoliniano. Vale a dire, che il fascismo aveva come ragione di esistere e anche come unico programma quello di distruggere – con la più estrema delle violenze – tutte, senza la minima eccezione, le organizzazioni dei lavoratori, per atomizzarle in modo che non potessero più resistere di fronte ai padroni e allo Stato borghese. Ecco cosa scriveva prima delle “gloriose giornate di Parma”:

Il fascismo, per quanto molti vi abbiano creduto, non ha un contenuto spirituale né un programma.
Unico Scopo quindi è quello di difendere interessi materiali: le ben nutrite pance borghesi, i portafogli ben forniti e tutto quanto è stato rubato al lavoratore, e al povero.
Esso però ha un metodo: la violenza cieca, spietata, barbara.
E si è sferrata contro le organizzazioni proletarie, contro i partiti sovversivi, al solo fine di piegare i lavoratori alla volontà dei padroni, di aumentare le ore di lavoro e diminuire i salari, distruggere i patti collettivi e tornare al sistema della domanda e dell’offerta e trasformare di nuovo il contadino in un bruto e l’operaio in uno schiavo.
(…) Per concludere: soppressione di ogni libertà, ritorno alla schiavitù. Ecco che cosa si nasconde dietro la bandiera tricolore, ecco in che cosa consiste l’amor di patria, ecco il solo, il vero scopo che il fascismo si è proposto di raggiungere (…)”

Avendo capito che le orde di sgherri fascisti di Mussolini non distinguevano tra le organizzazioni politiche, sindacali o culturali rosse (comuniste), bianche (cattoliche) e rosa (socialdemocratiche e repubblicane) dei lavoratori delle città e delle campagne, Picelli trasse l’unica conclusione politica possibile: L’unità dei lavoratori e delle vittime del fascismo, al di là delle differenze partitiche e di altro tipo! Cioè quello che lui stesso chiamava “Fronte unico proletario”! Ascoltiamolo quindi per un motivo in più: perché ciò che dice è ancora attuale e non sempre ben assimilato dalla sinistra di quasi tutti i colori.

Al fronte unico borghese, bisogna opporre quello proletario. Solo con l’unità avremo il sopravvento, poiché è indiscutibile che noi siamo una forza, forza che non s’impone oggi, solo perché divisa in tanti piccoli raggruppamenti in disaccordo fra di loro.
Creare l’unione di tutte le forze divise e disperse, sulla base di un accordo, che miri ad un solo obiettivo e per quel fine a tutti comune: Libertà e la difesa della vita.
Oggi la situazione non si risolve con le riunioni e coi congressi, ma solamente con l’Unità, con la mobilitazione e l’inquadramento delle nostre forze, con l’ azione diretta.
Noi siamo una forza; Una forza terribile che deve ancora entrare in azione. Il nemico lo sa e ci teme. Ma occorre organizzarla e disciplinarla. Occorre l’unità d’ azione.
Noi siamo una forza immensa, ma sbandata. Organizzata e disciplinata diventerebbe così potente da distruggere non una, ma mille volte il fascismo.
Quando la reazione infuria e fa strage, quando il delitto elevato a sistema è ammesso dalla complicità del governo e della magistratura, quando la miseria costringe alla fame famiglie intere, quando le galere rigurgitano di proletari innocenti, quando ogni diritto è calpestato e tutti indistintamente, socialisti, comunisti, sindacalisti ed anarchici, sono sotto il continuo, incessante martellamento e sottoposti allo stesso martirio, colpiti dallo stesso bastone, occorre far tacere le passioni di parte, finirla con le accademie e le discussioni inutili su questo o quell’indirizzo politico.
Ma l’unità propriamente detta, non si ottiene certo in campo politico, né si può pretendere che, chi segue un determinato indirizzo, faccia rinuncia delle proprie idee. No. Ognuno rimanga quello che è, fedele ai propri principi.
(…) La borghesia non si divide e non discute, uccide senza pietà. Il fascismo ha per primo comandamento: ammazzare.
Occorre perciò abbandonare pel momento le critiche e le polemiche inconcludenti, dimenticare i vecchi rancori, scendere sul comune terreno della difesa e agire.Le polemiche ci dividono, ma la causa comune ci unisce.
Lavoratori dei campi e delle officine, sofferenti e perseguitati, siate tutti d’accordo, unitevi per lo sforzo supremo!

L’unità fa la forza!

“Coloro che oggi tengono divise le masse sono dei piccoli uomini, che vogliono essere valorizzati per conferirsi un’autorità che non hanno. Sono degli egoisti e degli speculatori, che subordinano ai loro interessi personali a quelli della collettività. Fanno il giuoco degli avversari e sono dei traditori.
La salvezza del proletariato, sta solamente nella valorizzazione delle sue forze effettive, nell’unità.”
(…) Nelle riunioni private e pubbliche, nei consigli, nei congressi, a mezzo della stampa, bisogna chiedere l’unità a qualunque costo e subito. Domani potrebbe essere troppo tardi. Coloro che coprono delle cariche nelle organizzazioni e per ragioni di dannosi quanto stupidi settarismi ostacolano l’unione del proletariato, devono essere sostituiti. Devono ritirarsi ed entrare nei ranghi come semplici militi. Basta anche con le questioni personali. La reazione infuria e dappertutto si muore”

Ma Guido Picelli non si accontentò di essere il primo ad analizzare correttamente la natura e le caratteristiche del “fenomeno” fascista, fino ad allora totalmente sconosciuto. Fece di più: poiché la situazione critica non permetteva il minimo ritardo, si affrettò ad applicare le sue conclusioni teoriche. Così, diede carne e ossa al suo “Fronte unico proletario”, nominando come suo braccio destro l’anarchico ferroviere e vice comandante degli Arditi del Popolo Antonio Cieri, che si rivelò un brillante stratega sia durante le “Giornate di Parma” sia 15 anni dopo, nella guerra civile spagnola, dove perse anche la vita.

Italia barricata

Picelli non si limitò a reclutare gli anarchici. Preparò il terreno e fece in modo che militanti dei partiti socialista, comunista e repubblicano, e persino i cattolici del Partito Popolare, l’antenato della Democrazia Cristiana del dopoguerra, trovassero posto in prima linea nel suo “Fronte Unico”! Inoltre, molti di loro morirono da eroi difendendo le barricate, come ad esempio il consigliere comunale di Parma Ulisse Corrazza…

Per comprendere meglio l’enorme importanza dell’attuazione del “Fronte Unico” da parte di Picelli, basta ricordare un fatto indiscutibile, le cui nefaste conseguenze continuano a influenzare la nostra vita: È perché i socialisti e i comunisti tedeschi si rifiutarono di formare un proprio fronte unito antifascista che Hitler poté prendere il potere con le tragiche conseguenze che conosciamo: la seconda carneficina mondiale, la Shoah e anche la persistente debolezza e impotenza della classe operaia tedesca a lasciarsi alle spalle la storica sconfitta del 1933, per difendersi meglio e rivendicare i propri diritti.

In realtà, all’epoca in cui Picelli realizzò il “fronte unito” a Parma, c’era solo un altro dirigente comunista che proponeva la stessa cosa nel suo Paese. Si trattava del compagno più stretto di Rosa Luxembourg e primo segretario generale del Partito Comunista Tedesco (KPD) Paul Levi [1]. Ma, come Picelli, Paul Levi non ebbe l’appoggio del suo partito e nemmeno della Terza Internazionale, che si rifiutò di far valere tutto il suo (enorme) peso contro gli ultrasettari e le sinistre italiane e tedesche e a favore di due brillanti ma solitari difensori del “Fronte unico antifascista”. Anche nel caso di Paul Levi il risultato fu tragico: sconfitte consecutive e “occasioni perse” che videro il KPD fare ogni volta ciò che era diametralmente opposto a ciò che avrebbe dovuto fare. Cioè, insurrezioni vicine al putschismo quando le condizioni erano sfavorevoli (1921), e rifiuto di tentare l’assalto finale al potere quando le condizioni lo imponevano (1923)…

A Picelli non resta che trarre la conclusione finale della sua analisi del fascismo, quella che riguarda le pratiche e i mezzi impiegati per combattere la peste bruna. Visti gli eventi successivi e le esperienze maturate in Germania, Spagna e altrove fino ai giorni nostri, l’intuizione e la lungimiranza di Picelli non possono che impressionare ancora di più. Ascoltiamolo ancora una volta:

Il fascismo si combatte solamente con l’azione diretta e di piazza, poiché esso altro non è, che una logica conseguenza della lotta di classe, che assumendo una forma violenta, si trasforma in guerra di classe.
Quando esso è sorto, gli ingenui e quelli in malafede dissero alle masse: Non vi movete, è un fenomeno transitorio, un temporale che passa. Le masse obbedirono e stettero ferme e la borghesia intanto potè continuare la mobilitazione armata delle sue forze. Il fascismo dichiarò guerra e non trovando ostacoli, avanzò sulle nostre posizioni conquistando e distruggendo.
Più il proletariato rimaneva immobile, più si mostrava disposto a tutto subire e sopportare con stoica rassegnazione, più si piegava e più la reazione inferociva. Il bastone e le mazze ferrate non hanno avuto riguardi. Hanno ucciso continuamente. Oggi si stanno scontando le terribili conseguenze degli errori commessi dagli ingenui e di coloro, che in perfetta malafede, hanno contribuito a creare in Italia una situazione insostenibile, compiendo opera di traditori.
Sempre abbiamo affermato che il fascismo, sin dalla sua nascita, doveva essere battuto in breccia. Scendere sul terreno della violenza, poiché esso per primo vi era sceso, adottare gli stessi metodi e combatterlo sino a ridurlo all’impotenza.
Ed invece, si impedì persino ai colpiti di difendersi.
Quando il proletariato, ormai stanco di soffrire e di vedersi portar via tutto, costituì quel magnifico organismo di difesa, che sono gli Arditi del Popolo, sorsero i capi Confederali e gli autorevoli delle varie tendenze politiche riformiste, a sconfessare quello che era lo spontaneo movimento proletario, determinato dal’impellente bisogno di salvare almeno la vita.
(…) Che cosa si attende a mobilitare ovunque? Gli Arditi del Popolo, o figli del popolo, che formano le pattuglie d’avanguardia del movimento rivoluzionario, dell’esercito rosso, sono già a contatto col nemico. Ora tocca al grosso delle nostre forze, portarsi in linea e prepararsi a lottare”.

E Guido Picelli conclude il suo appello antifascista alla resistenza e alla lotta con le seguenti drammatiche esortazioni:

“Arditi del Popolo, gridate il vostro terribile Basta! Tutti in piedi come un sol uomo e pronti alla riscossa! Lavoratori di diverse tendenze politiche insorgente, tutti contro la legge del bastone! Viva il Fronte Unito! Viva l’Esercito Proletario Liberatore!”

Tuttavia Picelli non si limita a lanciare slogan ed esortazioni. Né si fida ciecamente delle improvvisazioni e della spontaneità delle masse, per quanto combattive e consapevoli possano essere. Sa bene che tutto questo non è sufficiente per affrontare i fascisti di Mussolini, ben armati e ben organizzati. Per questo spiega e divulga le lezioni della vittoriosa lotta di Parma, mettendo in evidenza quella che lui stesso chiama “organizzazione tecnico-militare proletaria”. Ecco cosa scrive:

“La borghesia per attaccarci non ha creato un partito, che sarebbe stato insufficiente, ma un’organizzazione armata, il suo esercito: il fascismo. Noi dobbiamo fare altrettanto. Creare il nostro esercito in modo tale che ci permetta di resistere e di difenderci. Non c’è altro mezzo. La difesa disordinata, slegata, fatta finora non è servita a nulla.
Per citare un esempio e dimostrare come solo con l’inquadramento di forze disciplinate e con un’azione collegata si può tener testa all’avversario, basta pensare a Parma, che è stata l’unica città che abbia saputo respingere le truppe fasciste, dopo cinque giorni (…)
Ma a Parma gli Arditi del Popolo erano costituiti da 14 mesi fa, organizzati militarmente e disciplinati. A Parma c’è stato tutto un paziente lavoro di preparazione morale e materiale.
Ecco perché quando l’esercito fascista è calato in città, si è trovato, per la prima volta in Italia, di fronte ad un altro esercito ordinato e guidato, pronto a battersi nelle sue trincee e dietro le barricate.
Ecco perché Parma non è caduta in agosto. Ecco come si dimostra che il fascismo, quando trova “l’ostacolo forte” si ferma e cede.
Oggi siamo in piena guerra civile e la guerra si fa così.
Noi siamo una forza; Una forza terribile che deve ancora entrare in azione. Il nemico lo sa e ci teme, ma occorre organizzarla e disciplinarla. Occorre l’unità d’ azione.
Noi siamo una forza immensa, ma sbandata. Organizzata e disciplinata diventerebbe così potente da distruggere non una, ma mille volte il fascismo.
Momentaneamente ci troviamo in condizioni di inferiorità proprio perché il nostro fronte è troppo diviso e ristretto. Dal punto di vista tattico e strategico, si sa che più un fronte è ristretto e più facilmente il nemico può concentrarvi delle forze e sfondarlo. Il nostro fronte perciò deve estendersi, unificarsi, per tenere impegnato così l’avversario su tutta una linea più vasta.
Occorrono uomini con requisiti dovuti, capaci, dalla volontà di ferro e che, senza pregiudizio di sorta, procedano il più rapidamente possibile, nelle grandi e piccole città e nelle campagne dove è possibile, all’inquadramento di tutti coloro che, consci dell’ora tragica e del periodo storico che la classe lavoratrice sta attraversando, si sentano soldati coscienti della grande causa proletaria. Dappertutto, a seconda delle possibilità, si devono creare squadre, gruppi e battaglioni organicamente perfetti, capeggiati dagli elementi migliori ed a contatto tra di loro da un semplice ed ordinato sistema di collegamento.
Solamente così e dopo la formazione del nostro esercito disciplinato e forte, noi potremo resistere al fascismo e ridurlo all’ impotenza.
Chi oggi crede ancora o vuol far credere di poter trovare la via d’uscita con la semplice azione morale o si illude o tradisce.
Sappia il proletariato italiano comprendere la necessità dell’organizzazione militare rossa, all’ infuori delle Camere del Lavoro e dei partiti politici. Indispensabile alla difesa ed alla conquista della libertà.

Picelli e l’unità di teoria e azione

Italia barricata

Ciò che colpisce nella vita di Guido Picelli è la sua costante e incrollabile ricerca dell’unità tra teoria e azione. E il suo costante rifiuto del fatalismo e del conservatorismo che caratterizza le burocrazie di ogni tipo. Indubbiamente, queste sono le caratteristiche principali della vita e dell’azione di Picelli che spiegano perché non si è mai parlato di lui negli ultimi 80 anni, perché rimane sconosciuto o quasi anche a coloro che conoscono bene la storia del movimento operaio e rivoluzionario del XX secolo. Ovviamente, i burocrati sanno come vendicarsi…

Figlio dei quartieri popolari di Parma e di un cuoco, Picelli era destinato a diventare… orologiaio. Ma aveva altri progetti, perché fin da piccolo amava le arti, e in particolare il teatro. Così divenne attore e girò l’Italia con le sue compagnie teatrali itineranti, quando non recitava nei 2-3 film muti che sono arrivati fino a noi. Tuttavia, la Prima Guerra Mondiale cambierà radicalmente la sua vita, come quella di milioni di giovani in tutti i paesi europei. Pacifista e antimilitarista com’era, scelse di andare al fronte come infermiere della Croce Rossa, il che non gli impedì di essere decorato e promosso ufficiale.

Avendo vissuto l’incredibile massacro di questa guerra, Picelli si radicalizzò come milioni di altri giovani, ma scelse di reagire in modo diverso: entrò nell’accademia militare per studiare l’arte della guerra e per prepararsi agli imminenti scontri di classe, poiché già credeva che “Solo una guerra è legittima e sacra: la guerra degli sfruttati contro i loro sfruttatori”.

Alla fine della guerra, Picelli assume compiti che d’altra parte rifiutano le organizzazioni di sinistra, a differenza dei fascisti che li assumono volentieri: innanzitutto, organizza i giovani reduci di guerra, mutilati fisicamente e psichicamente, invecchiati prematuramente a vent’anni, storpi, disoccupati, poveri e disprezzati. Crea così la “Lega proletaria degli storpi, degli invalidi, dei veterani, degli orfani e delle vedove di guerra”, che promuove non solo il mutuo soccorso ma anche l'”autodifesa rivoluzionaria”. E poi, nel febbraio 1920, crea a Parma le sue “Guardie Rosse” come embrione dell’ “Esercito Proletario Rosso” che vuole vedere la luce, sostenuto solo da alcuni compagni tra cui l’amico Antonio Gramsci. È così che con queste “Guardie Rosse” che Picelli riesce a bloccare nella stazione di Parma, e dopo scontri armati che fanno feriti, treni pieni di soldati italiani che partono per l’Albania per servire la politica imperialista e coloniale dell’Italia.

Guido Picelli

Molto popolare tra i parmigiani, Picelli viene eletto deputato con il Partito Socialista ma ben presto passa al Partito Comunista con cui viene nuovamente plebiscitato. Aveva 33 anni quando sconfisse i fascisti a Parma, e nei pochi anni che seguirono fino alla totale proibizione del sistema parlamentare da parte del regime fascista (1926), Picelli sfuggì – a volte miracolosamente – a molti attentati, anche all’interno del Parlamento (!), fu arrestato e incarcerato più volte pur essendo deputato del PCI, viaggiò in tutta Italia cercando di riorganizzare il partito in difficoltà, e continuò a impegnarsi per creare gruppi armati antifascisti. E il 1° maggio 1924, per protestare contro la messa al bando della Festa internazionale del lavoro da parte di Mussolini, Picelli si inventò un’altra “folle” azione di resistenza esemplare: issò un’enorme bandiera rossa sul balcone del Parlamento a Roma, provocando una crisi di nervi ai fascisti e sollevando il morale degli antifascisti in tutto il paese. Infine, nell’ottobre 1926, fu arrestato, condannato e deportato prima a Lampedusa e poi a Lipari, e riuscì a fuggire e a rifugiarsi in Francia solo all’inizio del 1932…

Tra la Scilla stalinista e la Cariddi fascista!

Picelli gira tutta la Francia, moltiplica le riunioni, organizza i lavoratori immigrati e i rifugiati politici italiani, finché non viene arrestato ed espulso. Si rifugia in Belgio dove fa le stesse cose e da dove viene di nuovo espulso. Dopo un breve soggiorno a Berlino, poco prima della presa del potere da parte di Hitler, Picelli si rifugia infine in Unione Sovietica, sicuro di poter riprendere le sue funzioni all’interno della direzione del partito in esilio e di poter entrare, come promesso, nell’Accademia militare.

Né l’una né l’altra cosa accaddero. Invece dell’Accademia militare Frunze viene mandato a lavorare come “apprendista” in una fabbrica di cuscinetti, e l’uomo forte del PCI Palmiro Togliatti ignora i suoi appelli. Picelli e sua moglie vivono in miseria, ma lui non protesta. È chiaro che Picelli del “Fronte unico antifascista” è a dir poco “sospetto” agli occhi degli stalinisti che, in quel periodo, attuano la politica criminale del “socialfascismo”. Infine, nel 1936, è licenziato dal suo lavoro dopo che la cellula di partito della fabbrica lo “processò” con l’inverosimile accusa di essere stato, durante la Prima Guerra Mondiale,… “ufficiale monarchico”…

Nel frattempo in Spagna è iniziata la guerra civile e Picelli vuole una sola cosa: combattere in prima linea contro i fascisti di Franco. Per mesi chiede invano di poter partire per la Spagna. Dopo molte vicissitudini, gli viene concesso di partire e, con un passaporto falso, Picelli lascia l’URSS e, dopo aver attraversato la Germania nazista, arriva a Parigi dove incontra gli ex compagni dei tempi delle barricate di Parma, che non fanno mistero del loro antistalinismo.

P.O.U.M

È quindi grazie a loro che Picelli incontra Julian Gorkin, fondatore e leader del POUM, l’antistalinista “Partito Operaio di Unificazione Marxista” che combatte in prima linea in Spagna con le sue milizie armate contro Franco. Pochi giorni dopo, Picelli arriva a Barcellona e incontra il rivoluzionario catalano e leader del POUM Andreu Nin [2], ex dirigente a Mosca dell’ “Internazionale sindacale rossa” (Profitern) ed ex collaboratore di Trotsky. Nin gli offrì il comando di un battaglione del POUM e Picelli accettò. Ma, come previsto, la notizia che il leggendario antifascista Picelli stava per collaborare con trotskisti e antistalinisti mobilitò i centri stalinisti che decisero di fare di tutto per impedirlo. Gli amici e i compagni di Picelli gli proposero di assumere il comando di un’unità delle Brigate Internazionali e lui, pur consapevole dei rischi che avrebbe corso dopo la conoscenza dei suoi rapporti con il POUM, accettò. Gli antifascisti italiani della Brigata Garibaldi lo accolsero con entusiasmo, ma dopo un intervento degli stalinisti, Picelli fu privato del comando della brigata, cosa che avvenne in seguito e solo per un giorno per la battaglia di Mirabueno.

Oggi, a distanza di quasi 80 anni, la versione “ufficiale” della morte di Picelli rimane quella secondo cui il rivoluzionario italiano fu ucciso da un proiettile sparato dai fascisti. Tuttavia, le incongruenze e le contraddizioni dei cosiddetti “testimoni oculari” della sua morte sono sempre state evidenti. Se oggi finalmente conosciamo la verità, lo dobbiamo allo storico e regista italiano Giancarlo Bocchi [3] e alla straordinaria e perseverante indagine che ha condotto per anni, facendo parlare gli archivi dei servizi segreti sovietici di Mosca, e anche gli ultimi compagni di Picelli che lo videro ucciso il 5 gennaio 1937, dopo aver ricevuto “una pallottola nella schiena all’altezza del cuore”.

Tre, tra i tanti, gli eloquenti “dettagli” che fanno luce su questo assassinio: pochi giorni prima della morte di Picelli, i caccia sovietici avevano attaccato il Battaglione Garibaldi, uccidendo 6 dei suoi miliziani, e gli stalinisti si erano affrettati a diffondere la voce che il responsabile di questo “errore” fosse… Picelli. D’altra parte, dagli archivi di Mosca consultati da Bocchi, è emerso che i cosiddetti “testimoni oculari” della morte di Picelli, a cui si deve la versione “ufficiale” della sua morte, erano legati al famigerato NKVD. Infine, dagli stessi archivi è emerso che tutte le proposte degli alti ufficiali, anche sovietici, delle Brigate Internazionali di onorare postumamente Picelli con la medaglia dell’Ordine di Lenin, furono fortemente osteggiate dagli stalinisti e, più in particolare, da colui che non solo era il braccio destro di Togliatti e il nemico giurato di Picelli, ma anche un collaboratore del NKVD, per conto del quale faceva la spia sui comunisti italiani rifugiatisi a Mosca. Si chiamava Antonio Roasio e un suo rapporto segreto ricordava i rapporti di Picelli con i leader del POUM, prima di sconsigliare l’assegnazione a Picelli della massima decorazione sovietica. Per “pura coincidenza”, questo Roasio era commissario politico del Battaglione Garibaldi il giorno della morte di Picelli!…

Epilogo

Oggi che l’estrema destra e i neofascisti alzano la testa e fanno sentire sempre più la loro pericolosa presenza in Europa, negli Stati Uniti e altrove, crediamo che non ci sia nessuno meglio di Guido Picelli per esprimere un antifascismo puro e rivoluzionario, e soprattutto efficace e vincente! È per questo motivo che la “riscoperta” di Picelli e della sua opera costituisce più di un semplice atto di giustizia nei confronti di un grande rivoluzionario, rimasto scandalosamente dimenticato e sconosciuto per 8 decenni. È soprattutto un contributo importante alla lotta antifascista di oggi e di domani, perché Picelli ha molto da dirci e da insegnarci su cosa sia la peste bruna, su cosa voglia e su come vada combattuta. Quest’anno, un intero secolo dopo gli storici “Fatti di Parma” dell’agosto 1922, che avrebbero potuto cambiare radicalmente il corso della storia contemporanea e anche le nostre vite, se le leadership della sinistra avessero seguito l’esempio di Picelli nel periodo tra le due guerre, abbiamo un’occasione d’oro per conoscere il “Fronte Unico Antifascista” del popolo parmense e per imparare da esso. Non perdiamo questa occasione per l’ennesima volta. Questo passato ha sicuramente un futuro.

Note

[1] Lenin, pur dichiarando che Paul Levi aveva totalmente ragione, non si oppose alla sua esclusione dal partito quando Levi si dimise dalla carica di Segretario Generale dopo aver constatato l’impossibilità di seguire la politica disastrosa della grande maggioranza della sua dirigenza.

[2] Andreu Nin fu assassinato nel 1937 dopo essere stato brutalmente torturato dai suoi aguzzini stalinisti. Secondo gli archivi del KGB di Mosca, aperti nel 1990, gli assassini di Nin agirono su ordine di Alexander Orlov, capo del NKVD in Spagna, che eseguì un ordine personale di Stalin.

[3] Il libro di Giancarlo Bocchi “Il Ribelle” e il documentario dallo stesso titolo sono il frutto del suo lungo lavoro di indagine sulla vita e l’opera di Picelli. Sia il suo libro che il suo documentario sono affascinanti e, naturalmente, preziosi per la vera storia del movimento operaio contemporaneo.

Per chi volesse ulteriori immagini e notizie su quei cinque giorni di resistenza rinviamo qui a un filmato di 25′ prodotto dallo SPI Cgil di Parma, che, nonostante il suo approccio un po’ retorico e storicamente ipocrita, mostra bene il radicamento popolare degli “Arditi del Popolo”.