Il lavoro delle/gli anticapitaliste/i nel sindacato oggi

Con questo testo non pretendiamo di indicare soluzioni per i numerosi e complessi problemi che vivono coloro che cercano di rispondere adeguatamente al bisogno di una reale tutela sindacale, così diffuso nelle classi lavoratrici e popolari del nostro paese.
Riteniamo però di indicare con franchezza le domande a cui si dovrebbe dare risposta.

Con questo testo non pretendiamo di indicare soluzioni per i numerosi e complessi problemi che vivono coloro che cercano di rispondere adeguatamente al bisogno di una reale tutela sindacale, così diffuso nelle classi lavoratrici e popolari del nostro paese.
Riteniamo però di indicare con franchezza le domande a cui si dovrebbe dare risposta.

La “questione sindacale” riveste oggi, nella fase storica che stiamo vivendo, un’importanza e una specificità molto diversa da quelle che ebbe nel passato.

La caduta delle certezze diffuse nella seconda metà del secolo scorso, la perdita verticale di credibilità del riformismo e del gradualismo, il venire meno dell’autorevolezza di massa dell’obiettivo socialista (soprattutto dopo il crollo dell’URSS e dei “paesi socialisti”), tutti fenomeni più ampiamente analizzati nel testo “Ricominciare su nuove basi”, fanno attribuire una rilevanza del tutto particolare e “nuova” alla questione del “lavoro sociale”. 

Una sinistra politica che non si colleghi strettamente ad un lavoro paziente e quotidiano di radicamento sociale è una sinistra che parla solo ai settori già politicizzati, quando invece il compito centrale è quello di parlare alle masse più larghe, a tutte e tutti coloro che nei posti di lavoro sono costretti in situazioni di sfruttamento, precarietà, arbitrio padronale, qualunque sia il loro orientamento politico, a coloro che non votano, a chi vota, seppure disilluso, per le formazioni di centrosinistra o di sinistra, e perfino a chi, nei quartieri popolari, vota per disperazione per la destra.

Questo non significa accantonare la battaglia propagandistica e quella teorica (anzi, semmai, in questi campi occorrerebbe fare di più), ma capire che limitarsi solo a quelle due significa galleggiare in una pozza in via di prosciugamento.

Naturalmente, il “lavoro sociale” non si limita solo a quello verso i luoghi di lavoro e verso le lavoratrici e i lavoratori. “Lavoro sociale” è anche quello ambientalista, quello femminista, quello antirazzista, quello per la casa, ecc.

Ma quello sindacale, tra i vari tipi di lavoro sociale, è quello che assume i maggiori caratteri di stabilità e di strutturazione, perché:

  • si innesta in una tradizione ultrasecolare,
  • si confronta in una battaglia di unità e di scontro con altre correnti sindacali, strutturate e con un loro “progetto”,
  • e, soprattutto, si rivolge ad interlocutrici e interlocutori (lavoratrici e lavoratori) che, nonostante la grande precarietà del mondo del lavoro e la sua crescente frammentarietà, hanno un legame stabile e codificato tra loro (si ritrovano quotidianamente negli stessi ambienti, sono messi di fronte agli stessi problemi, sono vittime degli stessi meccanismi e possono tutelarsi con gli stessi strumenti), una stabilità che non ha paragoni con altri movimenti.

Non a caso numerosi quadri e interi raggruppamenti militanti radicalizzatisi nei decenni scorsi hanno scelto negli anni di dedicare il loro impegno al “lavoro sindacale”, alcuni dando vita a vere e proprie organizzazioni, altri aderendo individualmente o collettivamente ad organizzazioni già esistenti (compresi ovviamente i sindacati confederali e in primo luogo la CGIL).

Un breve excursus storico sulla sinistra e i sindacati

E’ per questo che alcuni dirigenti di Democrazia Proletaria nel 1978, quando sono apparsi i primi segni del “riflusso” e nei sindacati confederali si è formalizzata la “svolta dell’EUR”, hanno scelto di costruire Democrazia consiliare, cioè una “componente” che cercava di “movimentare” il panorama politico della CGIL fossilizzato attorno alle tre “componenti” tradizionali.

Solo pochi mesi prima, alla fine del 1977, sulla base di uno scontro all’interno del “consiglio dei delegati” della sede romana dell’INPS, una parte allora maggioritaria di quell’organismo decise di rompere con la FLEP Cgil, dando vita ad un Comitato di lotta che fu l’embrione delle RdB e poi dell’USB.

Così come, molto più recentemente, alcuni militanti reduci dall’impasse del progetto di costruzione dell’Organizzazione Comunista Internazionalista, hanno deciso di concentrare le loro iniziative nell’organizzazione sindacale dei lavoratori dei centri di logistica, dando vita ai primi nuclei del SiCobas.

Ovviamente, questo spostamento dell’impegno militante dalla sfera prettamente politica a quella sindacale ha coinvolto nei vari decenni migliaia di militanti, con la nascita dei Cobas Scuola (1986) e successivamente della Confederazione Cobas, poi del Sincobas, del Sult, della CUB, ecc.

La crescita del “sindacalismo di base” si è basata sulla diffusa percezione della inanità dell’azione delle confederazioni, in particolare dopo il varo della fallimentare politica della “concertazione”

Un’analoga crescita di “militanza di sinistra” si è verificata anche nella Cgil, dove si sono ricollocati molti quadri in fuga dalla crisi dell’estrema sinistra e dove si sono sviluppate le battaglie contro gli “accordi di concertazione” (1992-93), con il Documento dei 39 (1990) e poi con Essere sindacato (1991), diretti da Fausto Bertinotti, e successivamente con Alternativa sindacale (1996) e con Cara CGIL (1996).

La convergenza tra Alternativa sindacale e la maggioranza cofferatiana della CGIL (2002) e poi il patto di vertice tra Gianpaolo Patta (e la sua componente divenuta Lavoro società) e Guglielmo Epifani hanno portato alla nascita di un movimento di delegati insoddisfatti della deriva moderata della ex-sinistra sindacale, movimento che è sfociato nella creazione della Rete 28 aprile (2005) diretta da Giorgio Cremaschi, storico dirigente dei metalmeccanici, discepolo di Claudio Sabbattini.

Nel frattempo, infatti, si era prodotta, a partire dalla vertenza Electrolux-Zanussi (2000), una rottura tra la FIOM Cgil, prima diretta da Sabbattini (1996-2002) e poi da Gianni Rinaldini (2002-2010), e gli altri sindacati confederali metalmeccanici (FIM e UILM), con la scelta da parte dei metalmeccanici Cgil di non sottoscrivere il “contratto separato” (2003) e poi gli accordi con la FIAT-FCA di Marchionne, oltre che di partecipare in maniera aperta alle iniziative del movimento altermondialista

Anche la Confederazione intanto risentiva fortemente della pressione FIOM per non “omologarsi” a CISL e UIL, con la non condivisione da parte di Cofferati del “libro bianco” Biagi-Maroni (2000), con la conseguente mobilitazione culminata nella manifestazione di Roma del 23 marzo 2002 al Circo massimo, fino ad arrivare alla non sottoscrizione da parte della CGIL di Susanna Camusso del “protocollo di riforma del modello contrattuale” (2009).

In quel periodo si sviluppò un fortissimo ed aspro dibattito nella CGIL, non solo tra nuclei di attivisti di base e vertici burocratici, ma verticalmente all’interno dell’intero apparato, tra una maggioranza desiderosa di “rientrare nei ranghi”, soprattutto dopo che il governo Monti aveva offerto l’illusione che fosse finita la stagione dei “governi ostili”, e una minoranza di quadri e di dirigenti (oltre che nella FIOM anche nella FP, nella FISAC e in altre strutture) che sostenevano la necessità di una svolta nei metodi e nei contenuti verso una struttura più democratica e verso una maggiore indipendenza dai governi.

Quella fase di intenso scontro fu l’occasione per la Rete 28 aprile di passare dal livello di pura aggregazione di quadri e delegati alla costruzione di una vera e propria area congressuale: Il sindacato è un’altra cosa e di avere una propria politica autonoma nel quadro dello scontro interno alla confederazione, pur se in “alleanza critica” con il vertice FIOM.

Questa situazione ha consentito ai componenti dell’area collocati nei diversi posti dell’apparato, di poter, seppur in maniera conflittuale, continuare a svolgere un vero e proprio lavoro sindacale, mantenendo ruoli e posizioni negli organismi politici e in quelli “esecutivi” dell’organizzazione (che poi sono i veri depositari delle scelte politico sindacali).

E, soprattutto, l’area stessa ha potuto agire come soggettività politica autonoma, tanto dall’assumere un ruolo centrale nella costruzione del Comitato No debito (2010) e poi della mobilitazione contro il governo Monti (27 ottobre 2011), riuscendo a dare vita attorno a sé ad un fronte unico di tutto il “sindacalismo conflittuale”, che proseguì anche negli anni successivi, con importanti iniziative anche in grandi aziende.

Questa situazione si è del tutto chiusa con gli accordi di palazzo tra il segretario della FIOM e la segretaria della CGIL (2015) e poi con l’elezione di Maurizio Landini prima in segreteria confederale (2017) e poi nella poltrona di segretario generale (2019).

Le conseguenze della “svolta” di Landini

La classe lavoratrice, di fronte alla “rivoluzione liberista”, ha più che mai bisogno di strumenti di ricomposizione, di difesa delle proprie condizioni di lavoro e di lotta antipadronale.

La CGIL nella sua parabola involutiva ha sempre meno rappresentato uno strumento valido in questa direzione. E’ una parabola che ha radici lontanissime, nel riformismo moderato dei suoi dirigenti che già non si contrapposero efficacemente all’ascesa del fascismo (1919-1922) e che è continuata anche nel secondo dopoguerra. 

Ma la CGIL è restata per lungo tempo un importante terreno per una battaglia politica e per dare un contributo per un progetto di costruzione di uno strumento sindacale alternativo: nella CGIL si poteva lavorare per radicarsi in vari settori, per acquisire un’esperienza sindacale preziosa anche in contesti diversi, per interloquire con altri quadri e organismi del sindacalismo di classe attorno all’esigenza di uno strumento diverso.

Dal momento della svolta di Landini e della chiusura dell’ “anomalia FIOM”, però, gli spazi di battaglia politica e di lavoro sindacale nella CGIL si sono drasticamente ridotti.

Questo non significa che la CGIL non continui ad essere un importante terreno di radicamento e di relazione sociale. Ma non è più un terreno di costruzione dell’alternativa sindacale di cui ha bisogno la classe lavoratrice italiana.

Basta osservare alcune controprove: numerosi quadri che avevano partecipato alle varie battaglie di minoranza (e, in particolare a quella del Sindacato è un’altra cosa), per continuare ad avere un ruolo sindacale (che era la motivazione del loro impegno nella CGIL), sono dovuti uscire dalla CGIL oppure ritornare nell’alveo della maggioranza.

Quanto agli spazi di battaglia politica, basti ricordare che per sopravvivere la corrente di “opposizione CGIL” si è dovuta fondere con quello che restava della corrente che, nel 2014 al 17° congresso, era accorsa in aiuto di Susanna Camusso contro la minoranza: altro che ricerca dell’alternativa sindacale…

Questo significa che la base CGIL è largamente se non totalmente impossibilitata dal praticare pressioni e rivolte contro i vertici del tipo di quelle del 1992? 

Negli ultimi 12-13 anni (a parte l’importante eccezione della vicenda GKN, su cui torneremo) non si sono verificati episodi significativi di seppur timida contestazione nei confronti dei vertici burocratici né di significativa pressione per una correzione di rotta. Non vanno considerati in questa disamina i malumori, le manifestazioni di scontento tipiche di qualunque sindacato. 

Ovviamente non pregiudichiamo il futuro ma nella fase attuale qualunque elemento di analisi tende a escludere che possa prodursi una situazione nella quale diventi praticabile in relazione con la CGIL una forma di autorganizzazione alternativa alla burocrazia.

Ed è anche estremamente improbabile che, in misura più modesta, si creino la condizioni perché settori rilevanti di base esercitino in maniera significativa una pressione sui vertici per un cambio anche solo parziale di rotta.

Anche qui non si vuole escludere che l’atteggiamento esplicitamente antisindacale del governo di estrema destra e la durezza dell’attacco padronale inducano la burocrazia (o settori importanti di essa) ad un cambio di linguaggio e all’adozione di iniziative di mobilitazione. Cosa che peraltro sarebbe necessaria da tempo ma che la burocrazia ha evitato accuratamente di fare da oltre 10 anni a questa parte (ovviamente non fa testo la demagogia parolaia di Landini).

Guardiamo alla recente esperienza francese, nella quale per piegare la determinazione della classe e del governo padronali non sono bastate 11 giornate di sciopero, una ventina di giornate di manifestazioni diffuse in tutto il paese e significativi settori produttivi (trasporti, energia, igiene urbana, ecc) segnati da scioperi tendenzialmente ad oltranza.

Ovviamente, con ciò non si vuole affatto banalizzare la lotta straordinaria della classe lavoratrice francese negli ultimi 5-6 mesi che costituisce per tutti un punto di riferimento di eccezionale importanza, che abbiamo seguito con molta attenzione e con forte solidarietà. 

Si vuole però sottolineare come le tiepide iniziative antigovernative che di tanto in tanto assumono le confederazioni italiane non abbiano alcuna speranza di scalfire la determinazione del padronato italiano e del governo di estrema destra, peraltro mossi da esigenze “macroeconomiche” perfino più stringenti dei loro omologhi transalpini. Ci vorrebbero impostazioni politiche e scelte organizzative che le burocrazie di CGIL, CISL e UIL sono intrinsecamente e strutturalmente incapaci di assumere.

Non ha dunque senso, in questo contesto, invocare da Landini e dai sindacati confederali l’indizione di una giornata di sciopero generale, che, anche se ipoteticamente indetto, non sarebbe intrinsecamente capace di invertire o anche solo di attenuare l’offensiva padronale e governativa. Anzi, gli effetti inevitabilmente nulli delle fiacche e formali iniziative di testimonianza in vita prese dalle burocrazie sindacali rischiano di produrre ulteriore demoralizzazione e rassegnazione.

Nel 2015, dopo l’esperienza del 17° congresso e dopo il “tradimento” di Landini e la sua ricomposizione conflittuale e burocratica con Susanna Camusso, che ha riportato in auge nella confederazione la pratica delle faide e degli accordi di palazzo, si era aperta una piccola possibilità di aggregare attorno alla proposta della ricerca di un progetto sindacale alternativo l’importante collettivo classista e antiburocratico (radicato in importanti realtà lavorative sparse nel paese) che si era enucleato nell’esperienza del Sindacato è un’altra cosa.

Anche quella, come fu nel 1992, è stata un’occasione mancata, anche a causa di chi ha rivendicato come inevitabile la scelta di non perseguire quella possibilità.

La GKN

L’esperienza della lotta alla GKN di Campi Bisenzio (iniziata nel luglio 2021) ha costituito la più significativa esperienza di autorganizzazione operaia negli anni recenti. La lotta di quegli operai ha costituito per oltre un anno un punto di riferimento importante nell’ottica della “convergenza” delle frammentate esperienze di conflitto sociale e ambientale presenti nel paese.

Ha aggregato attorno a sé settori importanti del sindacalismo di base, ha messo in contraddizione la politica della burocrazia CGIL (per non parlare di quella CISL), si è coraggiosamente mobilitata in occasione di più o meno grandi iniziative unitarie o di sigla del sindacalismo di base, ha offerto una qualche speranza alle frammentarie esperienze di lotta delle aziende “delocalizzate”.

Ha mostrato l’efficacia di un’autorganizzazione (il collettivo di fabbrica) che andasse ben al di là dell’organizzazione degli iscritti a questo o quel sindacato.

Ma, senza infingimenti, occorre anche riconoscere che nella sua scelta di “insorgenza” ha accuratamente evitato di “insorgere” contro un avversario non irrilevante e per certi versi centrale, cioè proprio contro i vertici della CGIL. Ha nei fatti rinunciato a far “convergere” veramente, cioè aggirando e scavalcando i canali burocratici, le numerose vertenze contro chiusure e delocalizzazioni.

E, nei fatti, ha affidato alla CGIL la gestione della vertenza istituzionale e alla politica (cioè a qualche deputato volenteroso) la gestione della proposta sulle delocalizzazioni elaborata da un gruppo di giuristi e di economisti. 

Purtroppo con i risultati che abbiamo visto.

E non lo diciamo perché la vertenza si sta concludendo nel modo deteriore analogo a quello con cui si vanno sempre a concludere vertenze di quel tipo. Forse questo era, sì, inevitabile. Ma perché non sembra aver sedimentato granché nel sindacato. 

Un panorama sindacale oggi ulteriormente deteriorato

Della CGIL abbiamo detto.

Quanto al sindacalismo di base, la “cartellizzazione” a geometria variabile rende tutte le sigle sul campo sempre meno utilizzabili per l’elaborazione di un progetto del tipo che sarebbe necessario.

La durezza e la determinazione dell’attacco padronale e governativo e il disarmo delle direzioni confederali hanno drasticamente frammentato e disarticolato la classe lavoratrice. Il bisogno di un sindacato che operi con efficacia una difesa delle lavoratrici e dei lavoratori cresce esponenzialmente, anche se le lavoratrici e i lavoratori, proprio perché frammentati e disarticolati e a causa dei tradimenti del “sindacalismo reale”, non esprimono affatto in maniera consapevole ed esplicita questo bisogno.

Ad esempio, il collateralismo corporativo tra alcuni sindacati (anche della CGIL) e le direzioni aziendali (in particolare in alcuni servizi e in parte del pubblico impiego) legittimano la visione che tende ad includere i sindacati nelle “controparti”.

Anzi, comprensibilmente tante lavoratrici e tanti lavoratori considerano i “sindacati” corresponsabili della situazione di sofferenza sociale. Ma il saper dare risposta a quel bisogno bruciante ma inespresso è un compito cruciale dell’epoca, uno dei tanti compiti che la sinistra (compresa quella “radicale”) evita di considerare, delegandone la soluzione alle direzioni dei sindacati “di riferimento”.

Inoltre, i sindacati confederali (e a modo loro anche quelli di base) si muovono, salvo marginali e inessenziali correttivi, utilizzando un metodo organizzativo e uno stile politico sostanzialmente consolidatosi nella fase di ascesa sociale (anni 60 e 70), del tutto inadeguato al contesto del capitalismo neoliberale, largamente incapace di intercettare veramente e di rispondere ai bisogni delle classi lavoratrici attuali, segnate dal diffondersi di multiculturalismo, gap generazionali e di genere, frammentazione aziendale, ecc.

In tal modo offrono anche il fianco alla campagna padronale e corporativo-reazionaria sulla non funzionalità del sindacalismo.

Anche le RSU, che pure in una prima fase avevano assunto il ruolo di parziali surrogati degli organismi democratici di base di altri periodi, hanno smesso di combattere la rassegnazione della base e spesso hanno conosciuto fenomeni di burocratizzazione e di disaffezione.

Spesso a sinistra si mitizza la cosiddetta “indipendenza” sindacale, anche per evitare di discutere su quel che accade nel sindacato, su quali siano le prospettive, e si preferisce sopravvivere nelle nicchie di apparati piccoli o grandi sostanzialmente dannosi per lavoratrici e lavoratori.

Nella opposizione CGIL, ad esempio, esiste un bilancio mai esplicitato ma scolpito nella testa della direzione di quella corrente: quando Il sindacato è un’altra cosa e la sua direzione, nel periodo 2010-2015, hanno praticato (occorre dirlo con il consenso di tutte/i gli aderenti di allora) una linea effettivamente di opposizione e di aggregazione trasversale del sindacalismo conflittuale, la reazione difensiva della burocrazia è stata risoluta e impietosa, con l’immediata emarginazione e la successiva espulsione dei delegati più esposti e del coordinatore dell’area.

I dirigenti di quel che resta di quell’area nella CGIL hanno dunque impresso nel loro orientamento il fatto che occorre seccamente evitare di tornare su di un percorso di quel tipo per evitare di essere messi di fronte a scelte troppo difficili.

La mitizzazione dell’indipendenza

L’indipendenza del sindacato non significa che di come si lavora in un ambito sindacale non si possa discutere in qualunque altro ambito. Peraltro sia la CGIL sia i sindacati di base sono tutt’altro che indipendenti dalla politica e dai partiti. Ne soffrono l’ingerenza ed è giusto denunciarla. E a volte sono persino le burocrazie sindacali a “ingerirsi” nella politica: basta ricordare le ambizioni accarezzate da Landini, dalla sua poltrona CGIL, o, in un ambito più importante e più fattuale, il ruolo fondamentale che ebbe Bruno Trentin al momento della trasformazione del PCI in PDS. Così come sono noti i legami tra alcuni sindacati di base e alcune forze politiche.

Storicamente, il sindacalismo di sinistra è stato uno strumento centrale della politica dei partiti operai. Basti ricordare che nella Russia pre 1917 non esistevano sindacati “indipendenti” ma agivano sindacalisti funzionari dei vari partiti (menscevichi e bolscevichi) che penetravano più o meno abusivamente nelle fabbriche per sostenere ed aiutare la base operaia nell’organizzare scioperi e iniziative antipadronali.

Certo, indipendenza significa non subalternità a progetti di piccole o grandi conventicole partitiche. Significa soprattutto organizzazione democratica in cui le sedi decisionali siano il più possibile nella mani della base, significa far prevalere l’obiettivo dell’unità su basi di classe piuttosto che su quello della fedeltà ad un progetto politico extrasindacale.

Certo, oggi la divisione del fronte sindacale (anche del sindacalismo cosiddetto “conflittuale”, tra quello interno alla CGIL e quelle esterno dei sindacati di base) è la conseguenza diretta delle scelte delle direzioni dei diversi raggruppamenti. Ma non basta rilevare questa divisione e denunciarne le conseguenze negative, se nessuno, né nel sindacalismo, né nella sinistra politica, si batte per elaborare un progetto unificante di costruzione di un sindacalismo alternativo.

Il sindacato che vuole la classe lavoratrice

Questa impellenza non può essere aggirata ripetendo l’ovvietà secondo cui il sindacato democratico e di massa di cui c’è bisogno nascerà solo se dalla CGIL si staccheranno fette consistenti della base, cosa su cui sono d’accordo anche grandissima parte dei dirigenti dei sindacati di base.

Non basta questa constatazione. La consapevolezza di questa cosa, unita all’analisi delle conseguenze delle sconfitte storiche che la classe lavoratrice sta accumulando, non ci può far collocare in una posizione di semplice attesa che questa mitica “rottura antiburocratica” avvenga. Per il momento, il distacco dalla burocrazia sta avvenendo in senso negativo, con una progressiva spoliticizzazione della base CGIL, con una sempre più marcata desindacalizzazione di fatto delle aziende, con lo sviluppo del “sindacalismo assistenziale” (quello dei CAF, dei patronati, al massimo degli uffici vertenze), con una crescente indifferenza verso il sindacato da parte delle/dei giovani lavoratrici/tori e della classe lavoratrice immigrata, ecc.

E’ possibile che le confederazioni sindacali italiane non conoscano un vero e proprio fenomeno di “desindacalizzazione” (prendendo per buone le cifre sulle iscrizioni fornite dagli uffici stampa delle burocrazie), ma la loro perdita di peso e di ruolo è percepibile da qualunque osservatore obiettivo.

Avere la consapevolezza del fatto che il futuro sindacato “altro” nascerà veramente solo se e quando si staccheranno dal controllo burocratico settori importanti non significa porsi in una situazione di attesa semplicemente invocando dalla direzione collaborazionista un atteggiamento un po’ più “duro”. Avere quella consapevolezza significa prepararsi fin da oggi a quella auspicata evenienza. 

Nel 1992 lo “sciopero dei bulloni” non produsse nessuna rottura significativa nella CGIL non solo a causa dell’opportunismo di Patta e Bertinotti, ma perché nessuno aveva preparato nulla per quella cruciale situazione.

Inoltre, se quella rottura si verificherà, occorre rispondere alle domande:

  • Come avverrà? Avverrà con una rottura verticale o con un esodo sostanzialmente molecolare?
  • E, soprattutto, come stiamo lavorando perché questo avvenga?
  • Che apporto vogliamo dare?

Sappiamo che le rotture si producono il più delle volte per fenomeni esterni e non per iniziativa di piccoli gruppi politici. Ma i gruppi politici possono o meno capitalizzare quelle rotture solo se si sono pazientemente ma coraggiosamente preparati a quello scenario. 

Altrimenti si continuerà ad essere solo gli spettatori dell’inerzia o, nella migliore delle ipotesi, a poter solo commentare dinamiche gestite e dirette da altre/i.