Francia, oggi in piazza la rabbia sociale contro il carovita

di Leon Cremieux, sindacalista di Sud-Aviation e attivista dell’NPA

Gli ultimi mesi del 2022 potrebbero essere caratterizzati dalla rabbia sociale in Francia.

L’inflazione e l’aumento dei prezzi stanno colpendo duramente il tenore di vita delle classi lavoratrici, la cui vita quotidiana e il cui standard di vita sono già stati gravemente colpiti nel 2020 e nel 2021 a causa della pandemia. I motivi di rabbia e di reazione sociale si accumulano, anche se non si traducono automaticamente in scioperi e mobilitazioni. Ma Macron e il governo di minoranza di Elisabeth Borne dovranno probabilmente affrontare alcune settimane difficili, sia dal punto di vista istituzionale che sociale. Sono previste due date di mobilitazione: una giornata di scioperi e manifestazioni indetta dall’intersindacale il 29 settembre e una marcia nazionale contro l’alto costo della vita il 16 ottobre.

Come nel resto d’Europa, negli ultimi anni il tenore di vita delle classi lavoratrici è stato eroso dall’aumento dei prezzi di cibo ed energia. L’inflazione e l’aumento dei prezzi dell’energia, sebbene meno violenti che in Gran Bretagna e Germania, hanno colpito duramente la Francia. Dal gennaio 2022, a fronte del blocco dei salari e dell’aumento dei prezzi, sono state organizzate due giornate interprofessionali (a gennaio e a marzo). In entrambe le occasioni, la CGT, i SUD-Solidaires e la FSU (il principale sindacato dell’istruzione) sono riusciti a coinvolgere nelle mobilitazioni la FO o l’UNSA, mentre la CFDT non ha mai aderito. Tuttavia, questo fronte sindacale parziale ha testimoniato il forte malcontento nei settori della sanità, dell’istruzione, delle poste, del commercio e dei trasporti, con movimenti settoriali in tutti questi ambiti. La primavera ha visto diversi scioperi importanti, ad esempio nel trasporto urbano, presso Total Energies, Aéroport de Paris, SNCF, Thalys e Airbus.

L’effervescenza non è cessata nonostante il contesto elettorale, spesso con risultati immediati in termini di aumenti salariali. Di fronte a questa rabbia sociale, dopo un aumento del 12% dei prezzi dell’elettricità e di oltre il 40% dei prezzi del gas nel 2021 (prima dell’invasione dell’Ucraina…) il precedente governo ha messo in atto uno scudo tariffario, limitando l’aumento delle tariffe per i singoli contratti di elettricità e gas naturale al 4% nel 2022. E nel caso dei carburanti, una riduzione delle tasse di 15 centesimi/litro. Tutte queste misure non hanno impedito che il prezzo dei carburanti salisse oltre i 2 euro al litro nella prima metà del 2022, che il prezzo dei carburanti domestici aumentasse e che il prezzo dei contratti energetici non regolati stipulati con operatori privati (35% dei contratti) o con contratti collettivi aumentasse del 45% nel 2022.

Dopo l’insediamento del nuovo governo, le decisioni prese per sostenere il potere d’acquisto sono state quelle di mantenere il congelamento delle tariffe regolamentate di gas ed elettricità e lo sconto fiscale sul carburante alla pompa.

Ma, ovviamente, il vero problema è quello dei redditi, dei salari, a fronte di un aumento dell’indice dei prezzi a consumo di oltre il 6% nell’autunno 2022, e di un aumento molto più elevato per le classi lavoratrici a causa del peso di cibo ed energia.

Nel 2020 e 2021, le aziende sono riuscite ad aumentare il margine di profitto a oltre il 34%. Il timore è che, con l’alta inflazione, gli aumenti salariali riducano questo margine nel 2022 e 2023. Nel precedente periodo di alta inflazione, a metà degli anni ’70, il margine di profitto era sceso al 26% sotto la pressione delle lotte sociali e la quota salariale era salita a oltre il 60%.

Il punto è che in molti scioperi i lavoratori hanno avanzato richieste di aumenti del 10% o di 400 euro. Ovviamente, per contrastare questa pressione, il governo opta per la concessione di bonus. Il piano adottato a luglio per garantire il potere d’acquisto prevede la possibilità per le aziende di concedere un bonus fino a 6.000 euro esente da contributi. Il suo interesse è duplice: indebolire ulteriormente la quota salariale sociale e frenare l’equiparazione dei salari al margine di redditività delle imprese.

Macron, che ha appena iniziato il suo ultimo mandato da presidente, vuole anche portare avanti riforme più liberali e aumentare i profitti dei datori di lavoro. Negli ultimi anni ha già contribuito ad abbassare le tasse obbligatorie, contribuendo così allo smantellamento dello Stato sociale, in particolare della protezione sociale e di ciò che resta dei servizi pubblici. Lo ha fatto riducendo i contributi sociali a carico dei datori di lavoro, le imposte sulla produzione e le imposte sulle società. In queste tre aree, la Francia è chiaramente al di sopra della media europea e Macron vuole dimostrare all’UE che può finalmente cambiare questa situazione.

È già riuscito a ridurre l’onere dei contributi sociali di 2 punti di PIL. L’imposta sulle società (calcolata sugli utili dichiarati) è stata ridotta dal 33,33% nel 2018 al 25% nel 2022. Infine, l’abolizione totale della CVAE (è in qualche modo l’equivalente dell’IRES italiana, la principale imposta sulla produzione, già ridotta da 19,7 miliardi nel 2021 a 9,7 miliardi nel 2022) è prevista per il 2023.

I due nuovi obiettivi di Macron sono, da un lato, quello di mettere ulteriormente in discussione il diritto all’indennità di disoccupazione con una flessibilizzazione dei diritti (collegando durata e importo all’occupazione e allo stato di disoccupazione) ispirata al sistema canadese. L’obiettivo è ovviamente quello di ridurre i diritti dei disoccupati in modo generalizzato, di ridurre ulteriormente il costo del lavoro e di ridurre ulteriormente la quota dei contributi sociali sul PIL. D’altra parte, Macron vuole lanciare una nuova riforma delle pensioni, sempre al fine di ridurre la quota delle pensioni sul PIL. Sebbene il Consiglio d’orientamento sulle pensioni (COR) preveda che questa quota rimanga stabile nei prossimi anni e che il sistema pensionistico sia stato redditizio negli ultimi due anni, l’obiettivo dichiarato è che le risorse liberate contribuiscano a bilanciare il bilancio statale, che è stato impoverito da tutte le esenzioni fiscali per le aziende. Per Macron si tratta anche di una scommessa politica per celebrare i suoi sette anni di mandato e consolidare il suo peso politico nell’UE.

Negli ultimi mesi, la politica di tagli al bilancio pubblico ha avuto effetti evidenti. L’ondata di calore e gli incendi di quest’estate hanno evidenziato l’urgenza di lottare per misure di emergenza contro il riscaldamento globale. Queste politiche hanno anche evidenziato la mancanza di risorse nei servizi pubblici: la situazione negli ospedali rimane drammatica, con un aumento significativo della mortalità (superiore a quella registrata durante l’ondata di calore del 2003), mancano i vigili del fuoco e gli aerei antincendio per affrontare gli incendi e mancano gli insegnanti per l’inizio dell’anno scolastico 2022. L’erosione delle risorse del servizio pubblico come risultato di queste decisioni di bilancio di classe ha un impatto sulla vita quotidiana.

Di fronte all’alto costo della vita, agli attacchi ai salari e alle condizioni di vita, il fronte sindacale e politico è per il momento frammentato.

A livello sindacale, la CGT, Solidaires e la FSU hanno indetto una giornata di mobilitazione e sciopero per il 29 settembre. La CFDT rifiuta sistematicamente di aderire a qualsiasi mobilitazione intersindacale contro le politiche di Macron. Per le FO, il rifiuto di partecipare allo sciopero del 29 settembre deriverebbe dalla confusione di generi tra sindacati e partiti politici. FO si oppone chiaramente alla convergenza che si è verificata per l’appello del 29 in un comunicato congiunto che riunisce il NUPES (PS, FI, PC, Verdi) e il NPA e, sul versante sindacale, la CGT, Solidaires e la FSU. Tuttavia, FO propone un incontro per un’azione comune… dopo il 29 settembre. Inoltre, la vicinanza delle elezioni sindacali per tutti i dipendenti pubblici a novembre sta, come sempre, rendendo più difficile l’azione sindacale.

Dopo due giornate a gennaio e marzo, la data del 29 è stata decisa all’inizio di luglio, quando molti scioperi parziali hanno messo all’ordine del giorno la centralizzazione delle lotte salariali. Al momento, la questione è ripresa anche da molti scioperi locali, che avanzano richieste importanti: ad esempio, PSA/Stellantis, soprattutto a Hordain, nel Nord, chiede un aumento di 400 euro, TotalEnergies chiede un aumento del 10%, 300 euro in diversi supermercati del gruppo Carrefour…. Anche i datori di lavoro del settore si aspettano di dover rinunciare a un aumento medio del 6% entro la fine dell’anno.

La posta in gioco è quindi alta e non si limiterà alla giornata del 29 settembre.

Di fronte alla spaccatura sindacale interprofessionale, la convergenza tra i partiti politici e il movimento sindacale rimane difficile. La France Insoumise ha voluto lasciare il segno sulla scena sociale proponendo unilateralmente, prima dell’estate, una grande marcia contro l’alto costo della vita in ottobre, affermando esplicitamente che il movimento sindacale non era in grado di garantirla. Un appello che è stato accolto con freddezza dai sindacati. Tanto più che quest’estate Mélenchon ha nuovamente presentato questa marcia come un’iniziativa della France Insoumise, invitando altri a partecipare. Da allora si sono tenute diverse riunioni congiunte, dalle quali risulta che Solidaires, la FSU e la CGT si sono rifiutati di impegnarsi, prima del 29 settembre, in un appello comune per questa marcia, ora fissata per il 16 ottobre. Lo stesso vale per il PCF.

Per il momento, quindi, l’iniziativa ruota attorno a France Insoumise, Verdi, PS, e oltre a NPA, POI, Ensemble, Génération, tra gli altri.

Tuttavia, dopo il 29 settembre tutto potrebbe cambiare, sia in termini di convergenze sindacali che di convergenze tra partiti e sindacati. Allo stesso modo, i disordini possono estendersi anche alle mobilitazioni popolari locali per bloccare prezzi e bollette. Per il momento non è così in Francia, a differenza di quanto accade, ad esempio, in Gran Bretagna, Italia e Germania.

Questa situazione di disordine sociale sarà l’elemento chiave dei prossimi giorni e delle prossime settimane. Soprattutto perché Macron deve fare i conti con l’instabilità istituzionale dopo il fallimento alle elezioni legislative e la mancanza di una maggioranza dei partiti che sostengono la sua azione (Renaissance – il suo stesso partito -, il MODEM guidato da François Bayrou e Orizzonti del suo ex primo ministro Edouard Philippe). Qualsiasi legge deve contare non solo sull’accordo di queste tre componenti, ma anche, almeno, sulla non opposizione dei Repubblicani (destra gollista) e del Rassemblement National (estrema destra). Questa situazione instabile mette il governo nelle mani dei suoi alleati e di partiti ancora più reazionari di Macron. La difficoltà è emersa chiaramente negli ultimi giorni: il governo vorrebbe imporre la sua riforma delle pensioni con la forza, senza bisogno di un voto, come consentito dall’articolo 49.3 della Costituzione, poiché nessun partito sosterrebbe Macron in questo caso.

In ogni caso, nel campo delle classi popolari, il problema rimane quello di come far convergere le aspirazioni, le speranze e le richieste emerse intorno alla NUPES.

Per il momento, NUPES non è un quadro militante unitario, nemmeno a livello locale. Tuttavia, è probabile che, almeno fino ai congressi dei Verdi e del PS che si terranno nel prossimo futuro, queste due forze e La France Insoumise presentino almeno un fronte politico comune nell’Assemblea nazionale. Non è già più così per il PC, che crede di poter svolgere il proprio ruolo su un terreno ambiguo, sfiorando un terreno reazionario, soprattutto sulla questione della denigrazione dei vari sussidi sociali contrapponendogli il valore del lavoro.

Al momento, le leadership dei partiti che hanno aderito alla NUPES non spingono per un quadro militante unitario. La France Insoumise è disposta a mantenere o a creare parlamenti popolari locali, ma questi non riuniscono i quadri militanti, e il gruppo dirigente dà la priorità alla sua visibilità parlamentare come prima opposizione a Macron, volendo puntare sulla carta della crisi parlamentare e dello scioglimento dell’Assemblea nazionale.

Certamente la NUPES e La France Insoumise hanno creato e manterranno un clima politico di opposizione antiliberale, in particolare con la preparazione del 16 ottobre, il che è positivo, ma la sfida dei prossimi mesi sarà non solo creare le condizioni per mobilitazioni sociali efficaci, ma anche costruire quadri militanti unitari su tutte le questioni urgenti.

25/09/2022