Giorgia Meloni nel 2004, quando era presidente di Azione Giovani (GIULIO NAPOLITANO / LAPRESSE)

Le radici della crescita della destra in Italia – 3

La destra italiana tra neofascismo e conservatorismo

di Fabrizio Burattini

Dopo la valutazione politica dei risultati elettorali del 25 settembre, abbiamo scritto sulla “crisi della democrazia” e sul contesto sociale del paese. Nell’articolo qui sotto cerchiamo di analizzare l’itinerario politico che ha condotto il partito dei postfascisti italiani al governo. Ci soffermiamo sulle sue contraddizioni, sulle difficoltà politiche che ha di fronte ma anche sui suoi punti di forza.

Occorre dire che la strategia adottata da Giorgia Meloni e dal suo partito per dissimulare le proprie origini (post fasciste o neofasciste che dir si voglia) ha finora avuto un notevole successo.

Forza e contraddizioni delle “abiure” di Giorgia Meloni

Basti pensare che il sito Shalom.it si è accontentato senza troppe difficoltà delle “forti e chiare abiure” della Giorgia nazionale (in realtà molto scarne, volutamente ambigue e più dedicate a condannare il comunismo che il ventennio fascista). Il sito della Comunità ebraica romana è arrivato ad affermare che “la svolta è iniziata, adesso bisogna continuare”. Non a caso l’ex portavoce di quella stessa comunità, Ester Mieli, è persino stata eletta deputata nelle file di Fratelli d’Italia nelle recenti votazioni del 25 settembre.

Espliciti sono stati anche i riconoscimenti arrivati a Giorgia Meloni, ad esempio, da fonti insospettabili come il quotidiano britannico di orientamento social-liberale The Guardian, che ha dato pieno credito alla sua “presa di distanza dalle origini neofasciste di FdI”.

La “presa di distanza”, occorre sottolinearlo, è sempre verso alcuni aspetti del fascismo (“la privazione della democrazia”, “le infami leggi antiebraiche”…) ma mai dal fascismo in quanto tale. E’ troppo facile. Oggi la questione della soppressione formale delle libertà democratiche non si pone perché tali libertà sono diventate sempre più formali e meno sostanziali e, ancor più, per l’estrema debolezza delle forze politiche e sociali progressiste. Quanto alle leggi antiebraiche, l’antiebraismo è un pallino di esigue formazioni reazionarie. Oggi il razzismo, a causa delle epocali trasformazioni planetarie, ha modo di esprimersi in maniera molto più brutale ed efficace nell’islamofobia e nella “difesa delle radici dell’Europa”, non a caso definite “giudaico-cristiane” dalla stessa Meloni e dalla destra più estrema. E sono noti i legami tra il partito di FdI e il Likud israeliano di Netanyahu. 

Ma soprattutto quella “dissociazione” non diventa mai un’adesione all’antifascismo. Non so se qualcuno tra i numerosi giornalisti che l’hanno intervistata, le ha mai chiesto: “Ma lei, se fosse vissuta nel 1943-45, avrebbe sostenuto la Repubblica di Salò o la resistenza antifascista?”. Certo, a una domanda così, Giorgia Meloni risponderebbe in via preventiva affermando di essere nata nel 1977, dunque molto dopo gli anni della Resistenza antifascista. Ma questa risposta (che comunque la leader di FdI profonde a piene mani nella sua famosa biografia) non vale niente di fronte ad una domanda così cruciale. E’ un’indecente elusione, è come se, per rispondere ad una domanda su che cosa si pensa della schiavitù, si dicesse: “Il problema non mi riguarda, è stata abolita prima che io nascessi”.

Non vogliamo qui cimentarci nella valutazione su quanto fosse autentica e genuina la “svolta di Fiuggi” che Gianfranco Fini inaugurò nel 1995, sciogliendo il vecchio Movimento sociale italiano (MSI) e fondando Alleanza nazionale (AN), partito che in quel congresso definì “l’antifascismo momento storicamente essenziale per il ritorno dei valori democratici che il fascismo aveva conculcato”. Il partito di Alleanza nazionale è oggi scomparso. Ma vale la pena di sottolineare come FdI sia il partito in cui si sono raccolti molti degli ex militanti e dirigenti del MSI e poi di AN che in modo più o meno esplicito non condivisero la scelta di Fini o che la ingoiarono malvolentieri ritenendola solo una scelta “tattica” al fine di “legittimarsi” nella politica ufficiale.

Sì, perché in quegli anni, Silvio Berlusconi, da pochissimo impegnatosi in politica e alla ricerca di una più solida base politica e elettorale, ritenne di “costituzionalizzare” il partito postfascista di Gianfranco Fini che da MSI si stava trasformando in Alleanza nazionale, come si disse di “sdoganarlo”.

Giorgia Meloni nel 1995 era una giovane militante di base missina diciassettenne, ma già l’anno successivo cominciò ad emergere come figura politica seppur discretamente critica nei confronti della leadership di Fini e, intervistata da vari giornali, disse: “Benito Mussolini è stato un buon politico, il migliore della nazione degli ultimi cinquant’anni, tutto quello che ha fatto, l’ha fatto per l’Italia” e, poi, molti anni dopo ebbe a dichiarare: “Fini mi ha ferito quando ha ucciso la destra italiana”. E lo definì la “mascotte dei poteri forti, della massoneria, delle grandi lobby”.

Primi successi nazionali e internazionali

La stampa e l’opinionismo mainstream, che avevano fatto di tutto nel disperato tentativo in extremis di scoraggiare l’elettorato a votare FdI, ora si sono largamente rassegnati al governo di estrema destra, ben consapevoli del fatto che l’azione politica di questo governo, sui punti economici e sociali centrali, non si discosterà significativamente da quella del “tanto amato” Mario Draghi: taglio delle tasse per i ceti più abbienti, riduzione delle spese sociali per i ceti in difficoltà, privatizzazioni, aiuti alle imprese, liberalizzazioni, greenwashing prudente, atlantismo spinto… Se poi questa politica comporterà anche qualche importante passo indietro sul terreno dei diritti civili, in termini razzisti, omofobici, misogini e antidemocratici, con un europeismo “sovranista”, beh, le classi dominanti non sono poi così preoccupate. Purché l’Italia non si isoli dal consesso delle “nazioni più potenti”.

Quanto a queste nazioni più potenti, anche in quell’ambito, la preoccupazione per l’anomalia di un governo a guida postfascista sembra essere sfumata in pochi giorni. Appena insediata, Giorgia Meloni il 3 novembre è stata accolta con la massima cordialità dai massimi esponenti dell’Unione europea (la presidente del parlamento europeo Roberta Metsola, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio Ue Jean Charles Michel), che, come ha dichiarato la Meloni stessa: “hanno scoperto che il mio governo non è composto da marziani”. E, molto evidentemente, non si sono affatto spaventati per qualche dichiarazione tiepidamente “sovranista” del tipo: “siamo qui per collaborare, ma anche per difendere gli interessi nazionali nell’ambito dell’Unione europea” oppure vagamente tardo gollista come: “l’Europa vive nelle identità della sue nazioni, nelle tradizioni dei suoi popoli, nei sogni dei suoi giovani e nelle speranze dei suoi cittadini”.

D’altra parte i dirigenti centristi della UE avranno anche considerato che Giorgia Meloni può diventare utile nelle future necessarie ricomposizioni delle maggioranze di governo nell’Unione, vista la sua forza elettorale attuale in Italia (che, salvo sorprese, si rifletterà anche nella ridefinizione della composizione della delegazione italiana al momento delle elezioni europee che avranno luogo tra un anno e mezzo), e visto il suo ruolo di presidente del Partito dei Conservatori e dei Riformisti Europei (ECR), che già ora controlla oltre 60 deputati nel parlamento di Strasburgo. 

E, al vertice G20 di Bali, Giorgia Meloni ha avuto buon gioco per accreditarsi anche a livello mondiale, sia con il suo esordio come rappresentante italiana nel consesso dei “grandi della Terra” (e su questo piano ha potuto vantare il fatto di essere stata l’unica donna tra i venti leader) sia negli incontri bilaterali con Joe Biden, con Xi Jinping, con Narendra Modi e con Justin Trudeau. Tutti questi esponenti politici, pur nei loro diversi orientamenti politici e geopolitici, a stare alle loro dichiarazioni e ai loro twitter, hanno espresso grande apprezzamento per la giovane leader italiana.

E’ del tutto evidente che anche costoro, a Bruxelles come a Bali, hanno constatato con piacere che Giorgia Meloni condivide in pieno le loro idee sui principali nodi politici ed economici e, dunque, non è affatto il caso di indugiare o recriminare su qualche aspetto della sua identità (razzismo, patriarcalismo, omofobia…) che loro considerano sostanzialmente “marginale”.

Resta aperta in questi giorni la partita con la Francia e con il suo presidente Emmanuel Macron sulla vicenda della nave Ocean Viking e con i suoi 230 migranti, ma non è difficile pronosticare che anche questo “incidente” sarà presto ridimensionato, superato e dimenticato. Sull’irrigidimento di Macron incide non tanto il disgusto per la gestione razzista e discriminatoria che il governo di FdI ha fatto della questione migranti e ONG, ma soprattutto il timore che il successo politico di Giorgia Meloni (sia a livello elettorale che a livello mediatico) costituisca un ulteriore fattore di rafforzamento della sua antagonista Marine Le Pen e del suo Rassemblement national. FdI, con il voto del 25 settembre, ha conquistato il risultato elettorale migliore di tutta l’estrema destra europea e questo risultato, se sarà mantenuto (i sondaggi più recenti indicano un’ulteriore crescita), spingerà ancora più avanti anche le altre forze dell’estrema destra del continente.

Il lungo percorso che ha portato a Fratelli d’Italia

Per tutte queste ragioni, per un giudizio più compiuto sulla destra e sull’estrema destra italiana, occorre ripercorrere l’itinerario di questa corrente nel corso del dopoguerra.

Fratelli d’Italia, com’è noto, nasce nel dicembre 2012 in seguito alla scissione dal partito berlusconiano Popolo della Libertà della corrente allora guidata dall’attuale presidente del senato Ignazio La Russa. Ma in realtà, salvo i pochi uomini portati dall’ex democristiano Guido Crosetto, tutto il personale del nuovo partito aveva e ha un curriculum politico proveniente dal Movimento sociale italiano, il partito fondato da Giorgio Almirante e da numerosi altri reduci della Repubblica sociale fascista, alleata con la Germania nazista. 

Paradossalmente, proprio grazie alla forza di un movimento di resistenza antifascista che invece non esistette in Germania, gli “alleati” ritenettero nel 1945 che l’Italia fosse capace di rompere con il passato fascista e di uscirne sostanzialmente da sola. E, inoltre, vista la forza del movimento operaio italiano, ritennero anche di non dover infierire troppo contro i reduci del fascismo, perché sarebbero potuti tornare utili in caso di necessità. Così, l’Italia, al contrario della Germania, non conobbe un processo analogo a quello intentato contro i nazisti a Norimberga, né una reale punizione dei principali dirigenti del regime fascista.

Inoltre, con il dichiarato intento di “avviare rapidamente il paese a condizioni di pace politica e sociale”, nel giugno del 1946 Palmiro Togliatti (il massimo dirigente del Partito comunista italiano e allora ministro di Grazia e giustizia) condonò con un’amnistia ogni reato a coloro che erano stati “collaborazionisti” con i nazisti, tra quali potevano essere annoverati appunto Giorgio Almirante e gli altri “padri fondatori” del MSI. Non a caso la fondazione del nuovo partito fascista MSI avvenne nel novembre 1946, dunque solo pochi mesi dopo l’improvvida amnistia.

“Italiani, brava gente”

La vicenda di quella amnistia ha giocato pesantemente a far sì che il “paese profondo” non facesse i conti con il passato fascista (che, non dimentichiamolo, aveva coinvolto la grande maggioranza del popolo italiano). Si creò così il mito di “Italiani, brava gente”, il mito di un’Italia che, pur se fascista e colonialista, in realtà avrebbe esercitato la dittatura e il colonialismo in maniera amabile e paterna, con la conseguenza di “condonare”, rimuovere e perlomeno minimizzare l’efferatezza dei crimini delle squadracce fasciste e degli eserciti coloniali italiani prefascisti e fascisti in Libia, in Etiopia, in Somalia, in Eritrea, in Grecia, in Albania, in Jugoslavia e nell’Italia stessa. Solo pochi autori (tra i quali vale la pena di ricordare Angelo Del Boca), nei decenni del dopoguerra, ebbero il coraggio di proporre una lettura attenta e senza sconti dei crimini commessi.

Dunque, fu questo il contesto nel quale, sostanzialmente senza problemi, solo un anno e mezzo dopo il 25 aprile 1945, venne fondato il MSI. Le radici repubblichine e dunque “anticapitaliste” e “antiamericane” del partito vennero rapidamente superate tanto che nel 1949 Giorgio Almirante dichiarò il suo consenso all’adesione dell’Italia alla NATO antisovietica. Il MSI fu un partito che in certe fasi riuscì ad aggregare un’importante base elettorale (e in piccola misura anche militante) soprattutto al Sud del paese e soprattutto in quella che potremmo definire la “lumpenborghesia” antioperaia, anticomunista e qualunquista, per riprendere la definizione che Andre Gunder Frank utilizzò nei suoi scritti sull’America latina.

Nel MSI rimase solo una piccola componente minoritaria legata al falso “anticapitalismo fascista”, quella di Pino Rauti e dei suoi seguaci, con un orientamento “terzaforzista” ispirato a Julius Evola, “né con il capitalismo né con il socialismo”. Sulla base di queste impostazioni, Rauti e la sua corrente ebbero negli anni frequenti interlocuzioni con i gruppuscoli del terrorismo nero e, nel 1995, in dissenso con lo scioglimento del MSI e con la “svolta di Fiuggi” di Gianfranco Fini, dettero vita al Movimento sociale italiano – Fiamma tricolore.

Anche i reduci di questa avventura politica avversa ad ogni revisionismo sul passato fascista, con a capo Isabella Rauti, figlia del vecchio Pino Rauti, nel 2014 molto eloquentemente confluirono nel neonato partito di Fratelli d’Italia.

Poco più di un anno fa il giornale online Fanpage, con una sua videoinchiesta, pubblicizzò la sfrontata presenza nelle file di FdI di numerosi neofascisti fanatici, molti anche provenienti dai gruppuscoli del neofascismo violento, e Giorgia Meloni, già avviata verso la sua resistibile ascesa elettorale, fu costretta a minimizzare e a promettere del tutto improbabili “approfondimenti” da parte della direzione del partito. Ma la realtà è lapalissiana: salvo l’importante ma isolata eccezione di Guido Crosetto, tutta la rappresentanza parlamentare, tutto il gruppo dirigente e grandissima parte della militanza del partito proviene da quel percorso (altro discorso è per la sua base elettorale): in buona sostanza, FdI è il partito dei delusi dello scioglimento del MSI, di coloro che ritenevano, purtroppo fondatamente, che fosse arrivato il momento di uscire dal ghetto senza dover cambiare identità, il contrario di quel che aveva fatto Gianfranco Fini.

Ma l’impostazione ultra identitaria di FdI dei primi anni non fa andare il partito oltre l’1,96% (660.000 voti nelle elezioni del 2013). La scelta di Ignazio La Russa e di Giorgia Meloni di mettere un po’ ai margini del partito le frange più identitarie aiutò il partito a crescere facendogli conquistare nelle elezioni del 2018 il 4,33% (1,4 milioni di voti): comunque un risultato marginale.

La destra italiana dalla e la “discriminante antifascista”

Ma occorre qui riprendere il discorso già toccato sul rapporto del popolo italiano con il passato fascista. 

C’è un elettorato socialmente e tradizionalmente collocato a destra (nel dopoguerra con la Democrazia cristiana, dal 1994 con Berlusconi) per il quale l’antitesi fascismo-antifascismo non ha una rilevanza significativa. Per decenni il motore di questo elettorato fu in realtà l’antitesi tra comunismo e anticomunismo. E questo elettorato è stato facilmente sedotto fin dal 1994 da Berlusconi proprio con la sua demagogia anticomunista, che peraltro venne agitata anni e anni dopo lo scioglimento anche formale del vecchio Partito comunista italianao (1991).

Vale la pena di dire che in Italia non è mai esistita una significativa “destra antifascista”

Ma nelle elezioni degli ultimi decenni abbiamo assistito anche a progressivi, importanti smottamenti verso il voto a destra da parte di considerevoli settori di elettorato tradizionalmente di sinistra, o almeno non di destra, rimuovendo definitivamente ogni discriminante antifascista.

Quanto alla rimozione della discriminante antifascista, occorre non dimenticare il contributo dato dal partito degli epigoni del PCI (PDS, DS, oggi PD) nel suo sforzo di presentarsi come partito della “pacificazione nazionale”. Emblematico fu l’invito di Luciano Violante (nel 1996) a “sforzarsi di capire i motivi per cui migliaia di ragazzi e soprattutto di ragazze si schierarono dalla parte della Repubblica di Salò”.

E questo “smottamento elettorale” da sinistra verso l’astensionismo ma anche verso destra, abbinato agli effetti dell’indebolimento del partito di Berlusconi e del suo leader, alla fragilità politica del progetto della Lega di Salvini e alla “volatilità” e alla “permeabilità interpartitica” dell’elettorato, ha reso possibile la crescita di FdI alle elezioni del 25 settembre scorso.

Alla crescita di FdI, poi, negli scorsi anni della pandemia, ha contribuito anche l’opposizione ostentata contro tutte le restrizioni messe in atto per contenere il contagio: mascherine, vaccini, lockdown, chiusure dei pubblici esercizi… E’ stata una scelta scaltra e spregiudicata per solleticare quella parte, ahimé vasta, del paese che interpreta la “libertà” come arbitrio, che mette i propri interessi immediati e miopi di fronte alle necessità collettive. 

C’è un’importante base sociale, nella piccola borghesia incattivita dalla crisi, nella diffusa borghesia piccola e media dell’evasione fiscale, ma anche in settori popolari colpiti dalla politica neoliberale di Mario Draghi e dei governi precedenti, soggiogati dagli slogan razzisti e reazionari e affascinati dalla “coerenza dell’opposizione” di Giorgia Meloni. Un’opposizione che ha saputo coniugare radicalità demagogica e atteggiamento parlamentare “responsabile”. Un’opposizione che non ha mai veramente avversato il “governo del banchiere” ma che si è sempre concentrata “contro il governo della sinistra”. Il tutto accreditato dalla scelta della “sinistra di governo”, cioè del PD, di mostrarsi più “draghiana” di Draghi.

Le difficoltà e i punti di forza di Giorgia Meloni

Il progetto di Giorgia Meloni è tutt’altro che una strada in discesa. 

In primo luogo, il difficilissimo contesto storico ed economico rende intrinsecamente problematico il progetto. Governare un paese in profonda crisi ambientale, economica, sociale, politica, persino culturale è un’impresa molto più complessa di quella di vincere le elezioni.

Inoltre quel progetto ha altri significativi punti di debolezza. Il partito FdI è stato messo in riga dal gruppo dirigente e in qualche modo è stato costretto a mettere in soffitta gli elementi simbolici ed identitari più scomodi per il ruolo che ormai ha conquistato. Ma quegli elementi restano e, di fronte a fatti oggi imprevisti, non tarderebbero a riemergere mettendo a nudo la doppiezza meloniana

Il progetto ha una base parlamentare composita e litigiosa, segnata dalla competizione e dalla concorrenzialità tra i leader della coalizione. Così come lei ha cannibalizzato la base elettorale dei suoi alleati, altrettanto cercheranno di fare questi ultimi, anche se il trend di crescita che FdI sta registrando nei sondaggi anche dopo le elezioni potrebbe scoraggiare una contesa che potrebbe rivelarsi controproducente per i berlusconiani e per Salvini.

FdI ha un impianto territoriale estremamente più fragile dei suoi alleati che da decenni si sono costruiti una rete di amministratori locali, di sindaci, di “governatori” regionali (FdI, per il momento ha dalla sua solo il presidente della piccola regione delle Marche, tra le 14 regioni del paese amministrate dalla destra). Certo, questa marginalità è destinata a cambiare, visto che il partito ora detiene alcune delle più importanti leve del potere nazionale e c’è alle porte l’occasione delle elezioni regionali anticipate del Lazio dove il candidato della coalizione di destra sarà certamente di FdI.

Sul piano sindacale, il sindacato di destra UGL (Unione Generale del Lavoro), che un tempo, anche se con un nome diverso, fiancheggiava il MSI, nonostante dichiari quasi 2 milioni di aderenti, non è mai stato in grado di rivaleggiare veramente con i sindacati confederali, anche se ora potrà godere di avere il “partito di riferimento” nella “stanza dei bottoni”. Inoltre la CISL, il secondo sindacato italiano, ha già ampiamente manifestato la sua disponibilità ad avere un atteggiamento “benevolo” verso il governo della destra. E gli altri due sindacati confederali (CGIL e UIL) hanno dichiarato di von voler adottare un comportamento di “opposizione preconcetta”.

Ma ci sono anche elementi che rafforzano il progetto di Giorgia Meloni e del suo partito.

Nel panorama della destra italiana Giorgia Meloni appare quella nettamente più affidabile sul piano dell’atlantismo. A differenza dei suoi “amici”, Salvini e Berlusconi, non ha scheletri putiniani nell’armadio. Inoltre il suo partito può vantare una traiettoria anticomunista molto più lineare di Berlusconi e in particolare di Salvini (con i suoi trascorsi giovanili di “comunista padano” e con la sua avventurosa alleanza con il Movimento 5 Stelle). Sono inoltre chiari e netti i suoi legami con importanti partiti conservatori europei ed extra-europei, alcuni dei quali al potere da anni.

Non va dimenticato inoltre che FdI è un partito che ha una indubbia propensione nazionale, a differenza della Lega che, nonostante gli sforzi di Salvini, sconta gli effetti della sua origine come partito “nordista”. 

Inoltre, Giorgia Meloni è riuscita agevolmente a far fruttare sul terreno politico la “questione di genere”, il suo inedito ruolo di unica leader di partito donna e di prima donna presidente del consiglio dei ministri. Noi possiamo sottolineare tutte le ambiguità e tutto il maschilismo che si cela sotto questa operazione, ma resta che al grande pubblico femminile e maschile arriva un ulteriore messaggio di un positivo “cambiamento”. E i “poteri forti” nazionali e internazionali stanno usando a piene mani questa “novità” nel loro proposito di presentare come tutto sommato positiva la nuova leadership italiana.

Né va trascurata un’altra carta che Meloni non ha ancora giocato: quella di essere una self made woman, una donna “non laureata”, proveniente da un quartiere popolare (anche se, prima di essere abbandonata dal padre, abitava in un quartiere esclusivo), cresciuta nella militanza diretta e non in qualche consorteria politica di potere. Sono anche questi argomenti che mordono sull’elettorato. 

Insomma una Giorgia Meloni che non è affatto una replica al femminile della “meteora Salvini”. Un’esponente politica che sa usare, come fecero molto abilmente ma colpevolmente negli anni che furono molti dirigenti della sinistra, una “doppiezza”, un linguaggio doppio: la radicalità reazionaria nei comizi di fronte alla base del partito o alle kermesse di Vox e un discorso “responsabile”, neoliberale, atlantista, europeista e confindustriale verso le classi dominanti nazionali e internazionali.

Il capo della Lega con il suo disinvolto itinerario politico ha mostrato alla grande borghesia italiana la sua inaffidabilità come leader nazionale mentre Giorgia Meloni sta cercando, per il momento con successo, di costruire una sua immagine di credibile strumento per la soluzione della pluridecennale crisi del sistema politico del paese. Il suo progetto è molto diverso da quello affarista che fu di Berlusconi, si basa su un’idea di società aberrante ma a suo modo coerente. Certo, non c’è niente di inedito in tutto ciò. D’altra parte le politiche monetarie e liberiste sono state sperimentate per la prima volta proprio in Cile dai Chicago Boys, combinandole con la sanguinaria dittatura di Pinochet. E il liberismo economico è praticato a piene mani da anni in numerose “democrature”, come quella russa di Putin, quella indiana di Modi, quella brasiliana di Bolsonaro, solo per citarne alcune. Insomma, Giorgia Meloni, il suo partito, il suo progetto e il suo governo vogliono essere la dimostrazione vivente di quanto il neoliberismo economico più radicale possa essere conciliabile con il conservatorismo culturalmente reazionario, antidemocratico e classista, anche nell’Europa occidentale in barba alla suo presunto “modello di democrazia”.