Una riunione tra l’epico e il fantasy

di Alessandro Robecchi
da Il Fatto Quotidiano

Ognuno ha le sue perversioni, ci mancherebbe. La mia, ieri, è stata bere avidamente le cronache del primo consiglio dei ministri del governo Draghi Due, che sarebbe il governo Draghi Uno dopo la scomparsa dei sogni quirinalizi del capo. Apprezzabili i toni sospesi tra l’epico e il fantasy, un po’ come se ci descrivessero una seduta della Tavola Rotonda, o una merenda dei ministri del Re Sole. Merende niente, però, lo dico subito, nemmeno il caffè, solo acqua. Poi l’applauso chiamato da Draghi per Mattarella rieletto – un bell’applauso! – poi gli sguardi bassi di chi ha qualcosa da farsi perdonare, poi piccole scaramucce (Giorgetti versus Speranza, Brunetta versus chissà chi), poi strette di mano. Poi l’orgoglioso giubilo per un Pil che veleggia verso il 6,5 per cento, cosa mai vista in tempi recenti, hurrà. Viene da chiedersi come mai Mattarella, appena rieletto dal Parlamento, abbia parlato chiaramente di “crisi economica”, forse si sbaglia lui che non vede il boom, forse si sbaglia Draghi che lo rivendica, non sottilizziamo.

Insomma, come è tradizione del primo giorno di scuola, il prof non ha interrogato (interroga nel consiglio dei ministri di oggi, si dice, ndr), ma soltanto spiegato agli alunni che ora si fa sul serio, che ci sono gli esami, che non tollererà ritardi e distrazioni, eccetera eccetera. Una cosa a metà strada tra il pippone motivazionale e la faccia severa del preside. I titoli e i commenti dicono che ora Draghi è più forte; le ultime righe degli zuccherosissimi articoli – se qualcuno ci arriva senza aggravare il diabete – dicono il contrario: che in un anno pre-elettorale, con molti mal di pancia in giro, non sarà una passeggiata di salute. Va bene, non sottilizziamo (e due).

Si proroga l’obbligo di mascherine all’aperto, la stessa valenza scientifica di stringere un cornetto di corallo o di toccare ferro, e si parla di discoteche, che aprano almeno per San Valentino, l’amore è una cosa meravigliosa. Poi tutti a casa: era solo un antipasto, come un rincontrarsi dopo un lungo ponte e le festività.

Ed è qui che mi sono detto: ma guarda che fesso che sono! Perché, in effetti, nella rubrica della settimana scorsa mi ero lasciato prendere dallo sconforto, addirittura avevo teorizzato che si possa fare politica, e meglio, fuori di lì, nelle strade e nelle piazze, nelle scuole, nei luoghi di lavoro. Ma no, dài, avrò esagerato, mi sarò fatto prendere la mano… E allora avevo preso a coltivare l’illusione che al primo consiglio dei ministri, si parlasse di noi, del mondo qui fuori, dei comuni mortali. Chissà, immaginavo forse un piccolo capannello in cui il ministro del Lavoro chiacchiera con quello dell’Istruzione per risolvere questo fatto che un ragazzo sta in cantiere invece che in classe, e muore per una trave che gli casca in testa, cosa che peraltro succede a tre o quattro lavoratori italiani ogni giorno. Macché, niente.

Oppure che la ministra degli Interni spiegasse a tutti, con parole sue, come sia possibile che la polizia (a Torino, a Milano, a Napoli, a Roma), si metta allegramente a bastonare a sangue dei ragazzini che protestano pacificamente perché uno di loro è morto in cantiere. Magari comunicando che salta qualche prefetto, o che si prenderanno provvedimenti disciplinari. O magari che qualcuno “di sinistra” (ahah) chiedesse la benedetta riforma di mettere numeri di riconoscimento sui caschi degli agenti per contrastare abusi, come avviene in tutto il mondo… Macché, niente nemmeno lì, ma non sottilizziamo (e tre).

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