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  • I banchieri mentono sul finanziamento dei combustibili fossili

    I banchieri mentono sul finanziamento dei combustibili fossili

    di Ian Angus (Climate&Capitalism), basato da materiali forniti da Banking on Climate Chaos di Climate & Capitalism

    Nonostante le loro promesse di tagli, le più grandi banche del mondo stanno pompando trilioni in petrolio, gas e carbone.

    Il 13° rapporto annuale Banking on Climate Chaos mette in evidenza la palese disparità tra gli impegni pubblici sul clima presi dalle più grandi banche del mondo e la realtà del finanziamento dell’industria dei combustibili fossili. Per essere schietti, quando le grandi banche hanno promesso di tagliare i finanziamenti a petrolio, gas e carbone, hanno mentito.

    Nei sei anni dall’adozione dell’Accordo di Parigi (2015-2016), le 60 maggiori banche private del mondo hanno finanziato i combustibili fossili per 4.600 miliardi di dollari, di cui 742 miliardi solo nel 2021. Le cifre del finanziamento dei combustibili fossili del 2021 sono rimaste al di sopra dei livelli del 2016, quando è stato firmato l’accordo di Parigi. Di particolare importanza è la rivelazione che le 60 banche profilate nel rapporto hanno incanalato 185,5 miliardi di dollari solo l’anno scorso nelle 100 aziende che fanno di più per espandere il settore dei combustibili fossili.

    L’analisi globale più completa dei finanziamenti ai combustibili fossili è stata scritta da Rainforest Action Network, BankTrack, Indigenous Environmental Network, Oil Change International, Reclaim Finance, Sierra Club e Urgewald. È appoggiato da più di 500 organizzazioni di più di 50 paesi del mondo.

    I finanziamenti ai combustibili fossili rimangono dominati da quattro banche statunitensi, JPMorgan Chase, Citi, Wells Fargo e Bank of America, che insieme rappresentano un quarto di tutti i finanziamenti ai combustibili fossili identificati negli ultimi sei anni. JPMorgan Chase rimane il peggior finanziatore mondiale del caos climatico, mentre JPMorgan Chase, Wells Fargo, Mizuho, MUFG (Mitsubishi UFJ Financial Group) e cinque banche canadesi hanno aumentato il loro finanziamento ai combustibili fossili dal 2020 al 2021.

    Mentre i mercati globali del petrolio e del gas sono scossi dall’invasione russa dell’Ucraina, i dati rivelano che JPMorgan Chase è il più grande banchiere esaminato in questo rapporto per il suo rapporto con il gigante energetico statale russo Gazprom, sia in termini di totali 2016-2021 che guardando solo l’ultimo anno. JPMorgan Chase ha fornito a Gazprom 1,1 miliardi di dollari in finanziamenti per combustibili fossili nel 2021.

    Il rapporto include una linea temporale che mostra come le banche che hanno aderito alla Net-Zero Banking Alliance (NZBA, parte della Glasgow Financial Alliance for Net Zero) l’anno scorso hanno finanziato simultaneamente alcune delle compagnie petrolifere e del gas in maggiore espansione, contribuendo potenzialmente a bloccare il pianeta in decenni di emissioni che alterano il clima.

    Subito dopo il lancio dell’NZBA, nell’aprile 2021, molte banche firmatarie o in procinto di esserlo si sono impegnate in enormi transazioni che sono andate completamente contro l’obiettivo dello zero netto. Tra questi, a maggio 2021: 10 miliardi di dollari alla Saudi Aramco (Citi, JPMorgan Chase), 1,5 miliardi di dollari alla Abu Dhabi National Oil Co. (Citi); giugno 2021: 12,5 miliardi di dollari a QatarEnergy (Citi, JPMorgan Chase, Bank of America, Goldman Sachs); agosto 2021: 10 miliardi di dollari a ExxonMobil (Citi, JPMorgan Chase, Bank of America, Morgan Stanley). Delle 44 banche in questo rapporto che si sono attualmente impegnate a finanziare emissioni “nette zero” entro il 2050, 27 non hanno ancora una politica significativa di non espansione per tutte le parti dell’industria dei combustibili fossili.

    I principali scienziati del clima del mondo hanno concluso che le riserve di combustibili fossili esistenti contengono inquinamento più che sufficiente per rompere quel che rimane del nostro “budget di carbonio” e per spingere il mondo oltre i 2 gradi Celsius di riscaldamento – per non parlare dell’obiettivo di 1,5 gradi fissato dall’accordo di Parigi – e la catastrofe climatica che ne consegue.

    La nuova Global Oil and Gas Exit List mostra che l’espansione del petrolio e del gas a monte è notevolmente concentrata: le prime 20 compagnie sono responsabili di più della metà dello sviluppo e dell’esplorazione dei combustibili fossili. Banking on Climate Chaos mostra che il sostegno delle banche a queste aziende è anche notevolmente concentrato: i primi dieci banchieri di queste prime 20 aziende sono responsabili del 63% del finanziamento di queste aziende da parte delle grandi banche dopo Parigi. Ognuno di questi dieci banchieri si è impegnato a raggiungere lo zero netto entro il 2050: JPMorgan Chase, Citi, Bank of America, BNP Paribas, HSBC, Barclays, Morgan Stanley, Goldman Sachs, Crédit Agricole, Société Générale.

    Tendenze del settore

    Sabbie bituminose: in modo allarmante, le sabbie bituminose hanno visto un aumento del 51% dei finanziamenti tra il 2020 e il 2021, a 23,3 miliardi di dollari, con il più grande salto proveniente dalle banche canadesi RBC (Royal Bank of Canada) e TD (Toronto-Dominion Bank).

    Petrolio e gas artici: JPMorgan Chase, SMBC Group (Sumitomo Mitsui Financial Group) e Intesa Sanpaolo sono stati i principali banchieri di petrolio e gas artici l’anno scorso. Il settore ha ricevuto 8,2 miliardi di dollari di finanziamenti nel 2021, notando che le politiche che limitano il finanziamento diretto dei progetti non vanno abbastanza lontano.

    Petrolio e gas offshore: L’anno scorso le grandi banche hanno incanalato 52,9 miliardi di dollari nel petrolio e nel gas offshore, con le banche statunitensi City e JPMorgan Chase che hanno fornito la maggior parte dei finanziamenti nel 2021. BNP Paribas è stata la più grande banca di petrolio e gas offshore nei sei anni dall’accordo di Parigi.

    Petrolio e gas per fracking: Il fracking ha visto 62,1 miliardi di dollari di finanziamenti l’anno scorso, dominati dalle banche nordamericane con Wells Fargo in testa, finanziando produttori come Diamondback Energy e compagnie di gasdotti come Kinder Morgan.

    Gas naturale liquefatto (LNG): Morgan Stanley, RBC e Goldman Sachs sono stati i peggiori banchieri del 2021 per LNG, un’industria che si affida alle banche per aiutarla a spingere attraverso una serie di enormi progetti infrastrutturali.

    Miniere di carbone: il finanziamento delle miniere di carbone è guidato dalle banche cinesi, con China Everbright Bank e China CITIC Bank che sono i peggiori finanziatori nel 2021. Le grandi banche hanno fornito 17,4 miliardi di dollari al settore in generale l’anno scorso.

    Coal power (centrale elettrica a carbone): il finanziamento dell’energia da carbone è rimasto praticamente invariato negli ultimi tre anni a circa 44 miliardi di dollari – allarmante dato che l’energia da carbone deve essere eliminata rapidamente in questo decennio e nel prossimo. China Merchants Bank e Ping An Group hanno guidato il finanziamento del settore l’anno scorso.

  • Ucraina, un paese povero alla deriva

    Ucraina, un paese povero alla deriva

    L’Ucraina deve far fronte all’offensiva russa nella peggiore delle situazioni economiche. Dopo l’indipendenza e ancor più dopo il 2014, la storia economica del paese è quella di un impoverimento generalizzato. 

    di Romaric Godin, da mediapart.fr

    In questa nuova crisi, l’Ucraina è una delle economie più deboli in Europa e nello spazio ex sovietico. Una volta il gioiello della corona dell’impero zarista e del regime sovietico (l’operaio modello della propaganda stalinista, Aleksei Stakhanov, era di Dombash), è ora l’ombra del suo passato.

    Nel 1990, il PIL pro capite di quella che era ancora la Repubblica Socialista Ucraina all’interno dell’URSS era di 16.428,5 dollari. Questo era del 24% inferiore a quello della Federazione Russa e del 31% inferiore alla media dell’Europa e dell’Asia centrale, ma del 70% superiore alla media mondiale.

    I risultati a lungo termine sono indiscutibili. Secondo i dati della Banca Mondiale sul PIL pro capite a parità di potere d’acquisto e in dollari del 2017, la storia economica dell’Ucraina dalla fine dell’Unione Sovietica è stata una discesa agli inferi.

    Il cattivo allievo dell’ex URSS

    Trent’anni dopo, nel 2020, questo stesso PIL pro capite ucraino era di soli 12.375,9 dollari, un calo del 25 per cento. Nel frattempo, il livello della Russia è aumentato del 23%, quello dell’Europa Centrale-Asia Centrale del 42% e quello del mondo del 67%. L’Ucraina è stata impoverita e ha sofferto un notevole degrado. Il suo PIL pro capite è ora del 31% al di sotto della media mondiale.

    Il paese è stato superato da ex paesi molto poveri e in conflitto come l’Albania e la Bosnia-Erzegovina. Anche la Bielorussia ha superato l’Ucraina, che nel 2020 aveva un tenore di vita più alto di solo quattro delle 15 ex repubbliche sovietiche: Moldavia, Uzbekistan, Tagikistan e Kirghizistan.

    Un’ultima figura illustra questo disastro e proviene da un recente studio del FMI. L’Ucraina è tra i 18 paesi del mondo il cui PIL pro capite è diminuito nel periodo 1990-2017; è il quinto peggior risultato. L’economia del paese va meglio solo rispetto ad alcuni stati devastati dalla guerra civile endemica durante questo periodo, come la Repubblica Democratica del Congo, lo Yemen e il Burundi.

    La situazione è ancora più terribile se si considera che l’Ucraina ha perso quasi otto milioni di abitanti tra il 1990 e il 2020, da 51,9 milioni a 44,1 milioni. Il calo del PIL totale è quindi vertiginoso, soprattutto perché, a differenza dei paesi citati, l’economia ucraina non è una “piccola” economia. In dollari del 2017 e a parità di potere d’acquisto, il PIL ucraino si è ridotto del 40% in trent’anni.

    Il crollo post-sovietico e le ragioni dell’arretratezza dell’Ucraina

    Come spesso accade, ci sono molte ragioni per questo disastro. La prima ragione è la violenza della transizione post-sovietica. Come la Russia di Boris Yelsin, l’Ucraina degli anni 1990, allora dominata dall’ex apparatchik Leonid Kuchma (primo ministro dal 1992 al 1993 e poi presidente dal 1994 al 2004), ha sperimentato la “dottrina dello shock”. Nel 1994, Kuchma, con il plauso del FMI, eliminò tutti i controlli sui prezzi e lanciò massicce privatizzazioni. L’economia già indebolita è crollata ulteriormente. In Russia, gli oligarchi si sono impadroniti della ricchezza del paese e hanno catturato il flusso di valore verso Cipro e altri paradisi fiscali.

    Il PIL pro capite nel 1998 era del 68% inferiore a quello del 1990, simile a quello che possono sperimentare gli stati che hanno subito una guerra sul loro territorio. È anche un declino più violento di quello subito dalla Russia nello stesso periodo (43%).

    Dopo la crisi del 1998-1999 nei paesi emergenti, i paesi dell’ex URSS hanno vissuto un periodo decennale di ripresa, alimentato dalla domanda esterna di materie prime e, più marginalmente, di prodotti industriali. Anche se il PIL pro capite dell’Ucraina si sta riprendendo, la sua economia non è riuscita a tornare al livello della fine dell’era sovietica. Nel 2008, la Russia ha superato il livello del PIL pro capite del 1990. Ma l’Ucraina era ancora il 17,6 per cento al di sotto di quel livello.

    Che cosa è successo? La prima risposta sta nell’ampiezza dello shock iniziale, che ha distrutto la base produttiva dell’Ucraina e l’ha resa meno capace di beneficiare della ripresa. Secondo la Banca Mondiale, gli investimenti sono scesi da 71,5 miliardi di dollari nel 2015 nel 1990 a 14,8 miliardi di dollari nel 2000 e 36,1 miliardi di dollari nel 2008. La modernizzazione della capacità industriale non è mai avvenuta, e l’Ucraina ha comprensibilmente perso terreno sui mercati mondiali.

    Così, anche se la crescita delle esportazioni in termini di valore è impressionante tra il 2000 e il 2008, a +359,5%, rispetto al 349% per la Russia, il livello di partenza è troppo basso per giustificare il recupero. Soprattutto, questa crescita non è sufficientemente trasmessa alla popolazione. Non è accompagnato da investimenti pubblici, da una maggiore redistribuzione e da una maggiore produttività. Questa è una crescita delle esportazioni basata su bassi salari. Per una crescita di valore paragonabile a quella della Russia, l’Ucraina ha dovuto mostrare quasi il doppio della crescita di volume (+107,2% rispetto al 58,5%).

    Infine, i proventi delle esportazioni sono in gran parte catturati da un’oligarchia che si basa su un alto livello di corruzione. In questo contesto, l’emigrazione sta accelerando, il che ha portato a un declino della popolazione che riduce ulteriormente la crescita del paese e la sua capacità di mobilità verso l’alto. L’Ucraina è invecchiata rapidamente, il che ha influenzato la sua economia aumentando il deficit pubblico e riducendo la capacità produttiva. L’Ucraina è stata poi presa in un circolo vizioso.

    In questa situazione, a partire dal 2004, con la partenza di Leonid Kuchma e la “rivoluzione arancione”, il paese ha cominciato a dubitare del suo modello economico. Il vacillamento tra Europa e Russia che ha caratterizzato gli anni 2004-2014 in Ucraina ha avuto anche un significato economico: dovrebbe rimanere all’interno della sfera di influenza russa e affidarsi al capitalismo clientelare regolato dallo stato o intraprendere una nuova ondata di liberalizzazione per unirsi all’economia europea?

    Questa scelta è stata resa ancora più delicata dal fatto che, se il controllo oligarchico non rendeva il modello russo molto attraente, il crollo del benessere materiale della popolazione rendeva difficile togliere le ultime protezioni (pensioni, prezzi dell’energia regolamentati) come richiesto dal FMI e dalla Commissione Europea.

    Queste esitazioni hanno portato a un’alternanza politica e a una mancanza di alternative che sono state piuttosto dannose in un momento in cui l’economia ucraina è stata colpita duramente dalla crisi del 2008-2009, e poi dalla crisi dell’eurozona e delle materie prime negli anni successivi. La concorrenza internazionale si è intensificata, le opportunità di mercato stanno diventando più scarse, le esportazioni sono di nuovo in calo e l’economia sta affondando. Il livello del PIL pro capite del 2008 (che, va ricordato, è del 17,5% inferiore a quello del 1990) non sarà mai recuperato dall’Ucraina. Nel 2019, era ancora inferiore del 7%.

    Di fronte a questa crisi, i governi dell’epoca non hanno realmente combattuto uno dei punti neri dell’economia ucraina: la corruzione. Nello studio del FMI menzionato sopra, gli autori confrontano l’Ucraina e la Polonia, che erano economie abbastanza comparabili negli anni 90, in termini di “riforme strutturali”. Ciò che è interessante è che, in termini di riforme “economiche”, l’Ucraina non è in ritardo rispetto alla Polonia: secondo i criteri del FMI, sta addirittura facendo “meglio” in termini di liberalizzazione del “mercato del lavoro” e in alcune aree dei mercati finanziari e delle merci. La vera differenza è nella corruzione, nello stato di diritto e nella governance.

    In altre parole, l’Ucraina ha cercato di costruire un modello basato sulla competitività dei costi, mantenendo la cattura del valore da parte dell’oligarchia. Questo modello può solo portare a una serie di fallimenti che bloccano qualsiasi sviluppo, rendendo lo Stato incapace di agire e facendo ricadere il peso dell’aggiustamento sulla popolazione.

    L’economia ucraina dopo Maidan

    È senza dubbio questa impasse che ha scatenato in parte gli eventi di Maidan del 2014. La crisi aperta con la Russia ha portato il paese, in una certa misura, a optare per un ingresso di fatto nel modello europeo. Ha certamente portato maggiore chiarezza, ma le condizioni imposte dal FMI, che è stato dalla parte del paese per anni, non hanno realmente migliorato la situazione. È vero che la crescita è ripresa dopo il 2015, ma, come abbiamo visto, il PIL pro capite non è tornato al livello del 2008, né a quello del 2013. Le prospettive sono quindi desolanti.

    È vero che i governi post-Maidan hanno fatto pochi progressi sulla priorità principale, la lotta alla corruzione. I dati del FMI lo confermano evidenziando quanto, sia in questo settore che nel funzionamento del sistema giudiziario, il divario con la Polonia (che è tutt’altro che esemplare in questo settore) abbia continuato ad aumentare tra il 2013 e il 2018, anche mentre l’Ucraina continuava a liberalizzare il “mercato del lavoro”.

    Lo studio del FMI riconosce che la questione dello stato di diritto è centrale per il futuro sviluppo dell’Ucraina. Senza di essa, il decollo economico non è possibile. Il FMI nota che un sondaggio del 2019 conferma che le tre principali ragioni per cui gli investitori internazionali evitano l’Ucraina sono la corruzione, il sistema giudiziario e “la cattura dello stato da parte dell’oligarchia”.

    Tuttavia, la visione del FMI è, come spesso accade, troppo semplicistica. Il FMI disegna scenari molto ottimistici sulla ripresa della Polonia legati all’attuazione dei suoi piani di riforma strutturale. Ma la situazione ucraina è senza dubbio molto più complessa.

    La prima questione centrale è ovviamente il conflitto con la Russia. La posizione debole dell’Ucraina è un ostacolo per gli investitori stranieri, che senza dubbio temono che i loro mezzi di produzione siano catturati dalle forze filorusse, come è successo nella regione industriale di Dombash. Investire in Ucraina significa spesso mobilitare enormi somme di denaro per costruire uno strumento di produzione, anche se la produttività del lavoro è bassa e le infrastrutture sono insoddisfacenti. Questo tipo di investimento non è molto attraente in nessuna parte del mondo oggi, e l’Ucraina ha poco da offrire in questo settore in termini di redditività.

    Inoltre, il conflitto ostacola la crescita dell’Ucraina privandola delle risorse della Crimea, annessa dalla Russia, e delle due parti occupate del Dombass. Uno studio dell’istituto britannico CEBR ha stimato le perdite cumulative di queste occupazioni a 14,6 miliardi di dollari all’anno, circa il 10% del PIL dell’Ucraina. Aggiungendo l’effetto delle entrate fiscali perse, la distruzione di beni e l’effetto sugli investimenti, il CEBR stima che le perdite annuali del conflitto ammontano a 40 miliardi di dollari, o un quarto del PIL. Tra il 2014 e il 2020, le perdite cumulative sarebbero state pari a 280 miliardi di dollari.

    Anche se questo studio mescola gli effetti, che non sono necessariamente cumulativi, dà un’idea del peso del conflitto sull’economia ucraina. Questo peso applicato a un’economia già indebolita e fragile rende un po’ illusoria la prospettiva di una crescita annuale del 7% grazie alle riforme del FMI.

    È vero che le esportazioni sono rimbalzate dal 2015 (+38% in valore tra allora e il 2019), ma sono ancora lontane dal loro livello del 2012 (-27%). Questa debolezza contribuisce a un deficit commerciale molto grande (il deficit ha raggiunto l’8% del PIL nel 2019), che mette ulteriore pressione sulla valuta locale, la grivna. Dopo il Maidan e il conflitto con la Russia, l’Ucraina ha evitato la bancarotta totale solo per il default sul suo debito con la Russia e rivolgendosi al FMI.

    Dal 2014, il FMI fornisce al governo ucraino il denaro di cui ha bisogno. E mentre non è riuscito a imporre una lotta attiva contro la corruzione, ha imposto l’indipendenza della banca centrale, la NBU, che, per salvaguardare le sue riserve in valuta estera e la stabilità della moneta, mantiene tassi molto alti. Il tasso di base della NBU è dell’8,5%, che è considerevole nel contesto attuale, anche con un tasso di inflazione annuale del 10%.

    Dal 2018, il flusso di credito al settore privato è diminuito. In queste condizioni, è comprensibile che l’investimento delle aziende locali sia una scommessa molto rischiosa in Ucraina. Per non parlare delle famiglie, che devono affrontare tassi vicini al 30%.

    L’altra impresa del FMI è, naturalmente, i tagli alla spesa sociale. Tra il 2014 e il 2020, la spesa sociale è scesa dal 20% al 13% del PIL, mentre la spesa per i salari pubblici ha ristagnato. Con un corpo sociale già gravemente indebolito, tali misure possono solo sforzare ulteriormente l’economia ucraina.

    In altre parole, anche con il FMI al timone, i mali dell’economia ucraina non diminuiscono. La cattura del valore da parte degli oligarchi, indipendentemente dal costo per la popolazione, rimane la norma. Questa cattura rende lo stato largamente incapace di perseguire una politica di sviluppo razionale nell’interesse della sua popolazione. In queste condizioni, il decollo capitalista dell’Ucraina sembra altamente improbabile, anche se non teniamo conto degli eventi attuali.

    La questione agricola

    Ma c’è ancora un’ipotesi da esplorare, come discusso, per esempio, in questo post del blog dello storico americano Adam Tooze, che parte dall’agricoltura. È vero che è uno dei punti di forza del paese. L’Ucraina ha un quarto della terra nera più fertile del mondo ed è stata tradizionalmente uno dei granai d’Europa. Oggi, il paese è soprattutto il primo produttore mondiale di girasole.

    Ma i rendimenti sono molto bassi. Secondo le cifre di Adam Tooze, il valore aggiunto di un ettaro in Ucraina è di 443 dollari, contro i 2.440 dollari della Francia. Per aumentare le esportazioni, è necessario uno shock di produttività agricola in Ucraina. In uno schema piuttosto classico, un tale shock permetterebbe agli investimenti nel resto dell’economia di svilupparsi e mettere il paese su un percorso virtuoso.

    Ma come si può fare? Il FMI e gli economisti ortodossi credono che il problema stia nel sistema di proprietà della terra. L’Ucraina è, insieme alla Bielorussia, l’ultimo paese in Europa dove la vendita di terreni è vietata. Nel 2001 è stata realizzata una riforma agraria che ha assegnato metà della terra del paese a sette milioni di piccoli proprietari in cambio del divieto di vendere, comprare o ipotecare la terra. Questi piccoli agricoltori sviluppano spesso un’economia di sussistenza, affittando parte della loro produzione a grandi proprietari terrieri che si sono impadroniti di terre che sono ancora in mano allo Stato.

    I consulenti occidentali ritengono che la liberalizzazione della proprietà terriera aumenterebbe la produttività agricola concentrando e razionalizzando la produzione. Quando il presidente Volodymyr Zelensky è stato eletto nel 2019, la richiesta del FMI è stata molto chiara a questo proposito e il Fondo ne ha fatto una condizione per continuare gli aiuti. Una legge è stata finalmente approvata dal parlamento ucraino, la Rada, nel marzo 2020.

    Zelensky ha rifiutato di permettere la vendita di terreni agli stranieri, che è molto impopolare nel paese, ma dal 1° luglio 2021 gli ucraini possono vendere e comprare fino a 100 ettari di terreno. Nel 2024, il limite sarà di 10.000 ettari. Allo stesso tempo, un fondo assicurerà che i piccoli agricoltori abbiano un credito sufficiente.

    In realtà questa liberalizzazione porterà alla concentrazione delle terre. Il lato oscuro dell’aumento delle rese agricole è che metterà una parte della popolazione rurale in una situazione molto precaria. Il 14% della popolazione ucraina lavora ancora nell’agricoltura.

    Affinché il decollo capitalista abbia luogo, i rendimenti dovranno essere reinvestiti in altri settori del paese, non nelle banche cipriote o di Singapore. Non c’è alcuna garanzia di questo al momento: lo stato del capitalismo globale rende questi modelli di sviluppo molto incerti e la crisi attuale non fa che rafforzare questa incertezza.

    Con una disoccupazione al 10% e una popolazione già impoverita, senza questo movimento, il disastro sociale è assicurato. Nulla può essere fatto senza che lo Stato recuperi la sua autonomia dagli interessi privati che gli impediscono di perseguire politiche favorevoli al benessere collettivo. Così l’Ucraina non è uscita dall’impasse economica – tutt’altro. E, naturalmente, gli ultimi sviluppi del conflitto con Mosca rendono ogni prospettiva felice ancora più remota.

  • Lenin sull’indipendenza dell’Ucraina

    Lenin sull’indipendenza dell’Ucraina

    A proposito delle più o meno fantasiose ricostruzioni sull’atteggiamento dei rivoluzionari bolscevichi sulla questione ucraina, pubblichiamo alcuni stralci da un articolo di Lenin apparso sulla Pravda del 28 giugno 1917

    […] Nessun democratico, tanto meno un socialista, oserà contestare la piena legittimità delle richieste ucraine. Nessun democratico, allo stesso modo, può negare il diritto dell’Ucraina di separarsi liberamente dalla Russia: è proprio il riconoscimento incondizionato di questo diritto, ed esso solo, che rende possibile la campagna per la libera unione degli ucraini e dei grandi russi, per l’unione volontaria dei due popoli in un unico stato. Solo il riconoscimento senza riserve di questo diritto può effettivamente, per sempre e completamente rompere con il maledetto passato zarista, che ha fatto di tutto per rendere i popoli così vicini tra loro per lingua, territorio, carattere e storia. Lo zarismo maledetto fece dei Grandi Russi i carnefici del popolo ucraino, alimentando sistematicamente l’odio verso coloro che arrivavano a impedire ai bambini ucraini di parlare la loro lingua madre e di studiare in essa.

    La democrazia rivoluzionaria della Russia deve, se vuole essere veramente rivoluzionaria, se vuole essere una vera democrazia, rompere con questo passato, riconquistare per sé e per gli operai e i contadini della Russia la fiducia fraterna degli operai e dei contadini dell’Ucraina. Questo non può essere raggiunto senza riconoscere nella loro integrità i diritti dell’Ucraina, compreso il diritto alla libera separazione.

    Non siamo a favore dei piccoli Stati. Siamo per la più stretta unione dei lavoratori di tutti i paesi contro i capitalisti, dei “loro” capitalisti e di quelli di tutti i paesi in generale. È precisamente per fare di questa unione un’unione liberamente consentita che l’operaio russo, non fidandosi neanche per un minuto né della borghesia russa né di quella ucraina, è attualmente a favore del diritto di separazione dagli ucraini, non volendo imporre loro la sua amicizia, ma conquistare la loro trattandoli da pari, da alleati, da fratelli nella lotta per il socialismo. […]

  • L’opposizione russa contro l’invasione dell’Ucraina

    L’opposizione russa contro l’invasione dell’Ucraina

    di Pjort Sauer e Andrew Roth (da Mosca), da theguardian.com

    Vladimir Putin ha detto che c’era un ampio sostegno pubblico per l’invasione dell’Ucraina annunciata poco prima dell’alba di giovedì 24 febbraio. Ma in serata, migliaia di persone in più di 50 città di tutta la Russia hanno sfidato le minacce della polizia e sono scese nelle piazze centrali a protestare contro la campagna militare.

    Secondo OVD-Info [un progetto mediatico indipendente russo sui diritti umani che mira a combattere la persecuzione politica], la polizia ha effettuato almeno 1.702 arresti in 53 città russe nella serata di giovedì 24 febbraio con un giro di vite sulle manifestazioni non autorizzate. La maggior parte degli arresti ha avuto luogo a Mosca e a San Pietroburgo, dove le folle erano più numerose.

    I dimostranti cantavano “No alla guerra!” mentre si scambiavano reazioni sconcertate per l’attacco in Ucraina.

    A Mosca, Alexander Belov ha detto che pensava che Putin avesse “perso la testa”. “Pensavo che non avremmo mai visto una guerra come questa nel 21° secolo”, ha detto Belov, che è arrivato presto in piazza Pushkinskaya [la nota piazza Pushkin, tradizionale luogo di incontro dell’opposizione] a Mosca per trovarla circondata da furgoni della polizia. “Si scopre che stiamo vivendo nel Medioevo”.

    L’umore a Mosca era scuro e cupo ore dopo l’annuncio di Putin di lanciare la grande offensiva militare contro l’Ucraina. “Sono imbarazzato per il mio paese. Per essere onesto con voi, sono senza parole. La guerra fa sempre paura. Non vogliamo questo”, ha detto Nikita Golubev, un insegnante di 30 anni. “Perché lo stiamo facendo?” La sua rabbia e la sua disperazione erano condivise da molte persone che andavano a lavorare nella centrale via Arbat. Al centro culturale ucraino in fondo alla strada, l’umore era ancora più cupo.

    L’amministratore ucraino ha detto che il centro, che mira a promuovere la lingua, le tradizioni e l’identità di un paese la cui legittimità come stato moderno Vladimir Putin ha negato nel suo discorso di lunedì, sarebbe stato chiuso per il “prossimo periodo”. “Ci stanno bombardando mentre parliamo. Certo che siamo chiusi! Gesù, cosa sta succedendo?” ha gridato l’amministratore, che non ha voluto dare il suo nome.

    C’erano già segni che i russi erano a disagio con la decisione iniziale di Putin di riconoscere le due repubbliche autoproclamate del Donbass.

    Martedì 22 febbraio, Yuri Dudt, una delle personalità mediatiche più popolari della Russia, ha detto che “non ha votato per questo regime” e il suo “bisogno di impero”, e che si vergognava, in un messaggio che ha ricevuto quasi un milione di like in 24 ore.

    Un nuovo sondaggio del centro indipendente Levada, pubblicato giovedì (24 febbraio), ha mostrato che solo il 45% dei russi era favorevole al gesto di riconoscimento che ha preceduto i drammatici eventi di giovedì mattina.

    “Non pensavo che Putin sarebbe stato disposto ad andare fino in fondo. Come possiamo bombardare l’Ucraina? I nostri paesi hanno i loro disaccordi, ma questo non è un modo per risolverli”, ha detto Ksenia, una moscovita.

    Ma le grida di rabbia non si sono sentite solo nelle strade di Mosca, dove il “Guardian” non ha riscontrato sostegno per l’assalto militare. L’élite culturale e sportiva russa, di solito dietro Putin e spesso chiamata dal presidente durante le campagne elettorali per raccogliere il sostegno popolare, ha anche espresso profonda preoccupazione per l’invasione.

    Valery Meladze, probabilmente il cantante più amato del paese, ha postato un video commovente in cui “implora” la Russia di fermare la guerra. “Oggi è successo qualcosa che non sarebbe mai dovuto accadere. La storia sarà il giudice di questi eventi. Ma oggi, vi prego, fermate la guerra”.

    Allo stesso modo, l’internazionale di calcio russo Fyodor Smolov ha postato sul suo canale Instagram un’immagine totalmente nera accompagnata dalla scritta: “No alla guerra!!!”.

    Le agenzie di intelligence statunitensi hanno avvertito per mesi che la Russia avrebbe cercato di fabbricare un grande pretesto prima di lanciare un’invasione dell’Ucraina. Alla fine, non c’è stato alcun pretesto. Gli esperti ora credono che Putin abbia deciso di agire senza il sostegno del suo stesso elettorato.

    “Putin sembra essere totalmente indifferente all’approvazione della gente. Non si sta comportando come un politico che ha bisogno del sostegno del popolo, ma come un personaggio dei libri di storia nazionale che si preoccupa solo dell’approvazione dei futuri storici e lettori”, ha twittato Alexander Baunov, un analista politico presso il Carnegie Moscow Center.

    Il leader russo sembra aver sorpreso anche alcuni degli oligarchi più importanti della Russia, che hanno visto le loro fortune crollare con il crollo dei mercati finanziari del paese.

    Appena lunedì, dopo che Putin ha riconosciuto l’indipendenza dei due territori del Donbass, Oleg Deripaska, un oligarca vicino al Cremlino che una volta ha dichiarato che “non prende le distanze dallo stato russo”, ha esclamato sul suo canale Telegram che “la guerra era stata evitata”. Poi ha cancellato questo messaggio.

    Alla televisione di stato russa, l’invasione è stata presentata come una missione difensiva per preservare le vite dei russi. “Qual è il senso di un primo colpo importante? Per quanto strano o cinico possa sembrare, in realtà è umano perché permette a tutti di evitare un grande massacro. Immobilizzando l’Ucraina, si preserva la vita”, ha detto il commentatore Vladislav Shurygin al programma ufficiale Vremya Pokazhet di Channel One.

    Alcuni hanno rischiato l’arresto giovedì sera per esprimere la loro opposizione all’invasione. Zhargal Rinchinov, dalla Buryatia, è arrivato in piazza con una giacca con la scritta “No alla guerra”. Se avesse tenuto un cartello, ha detto, sarebbe stato arrestato. “Tutti hanno paura”, ha detto. “Sanno che se dicono qualcosa di sbagliato saranno messi in prigione. Così la gente fa finta di non accorgersi che abbiamo iniziato una guerra, per non doverne parlare”.

    Per gli ucraini, i messaggi pubblici di opposizione alla guerra arriveranno troppo tardi. Il paese ha detto che almeno 40 soldati sono già stati uccisi e molti altri civili feriti, mentre l’Ucraina è minacciata da una completa invasione da parte di una forza militare molto più grande.Tuttavia, intuendo che un vero movimento su larga scala contro la guerra potrebbe essere la migliore possibilità per l’Ucraina, Volodymyr Zelensky, il presidente ucraino, ha esortato i russi giovedì mattina a parlare. “Se le autorità russe non vogliono sedersi con noi per discutere della pace, forse si siederanno con voi”.

  • Le radici della crisi nei rapporti di produzione

    Le radici della crisi nei rapporti di produzione

    Un’intervista a Michel Husson

    L’intervista è ripresa dal sito bresciaanticapitalista.com (traduzione a cura del MPS Svizzera). L’immagine è ripresa dal sito

    Un’uscita capitalista dalla crisi non potrebbe che essere socialmente regressiva. Il sistema non ha più nulla da offrire che potrebbe legittimarlo. La questione dell’automazione permette di mettere a fuoco l’irrazionalità del capitalismo.

    Henri Wilno – Il mondo cambia composizione. Alcuni economisti hanno analizzato la crisi attuale come al contempo (oltre ai suoi fattori) una crisi di governance del capitalismo. Saremmo ormai in una fase di declino dell’egemonia americana senza che nessun’altra potenza sia in grado di assicurarne la sostituzione, neppure la Cina. Cosa si può dire di questa tesi?

    Michel Husson – C’è la geopolitica, detto altrimenti, le relazioni tra Stati e c’è la strutturazione dell’economia mondiale attraverso le imprese multinazionali. Le due mappe, quella dei capitali e quella delle potenze nazionali, coincidono sempre meno. Lo sfasamento è stato accentuato dalla globalizzazione, che va oltre gli scambi commerciali tra paesi. Oggi si tratta della produzione di merci e della loro commercializzazione a cavallo di diverse zone del mondo, quella che si chiama “filiera globale”.

    Questo sfasamento tra le due mappe del mondo fa sì che gli interessi capitalisti non siano omogenei e non definiscano una politica unificata all’interno di uno stesso paese. Prendiamo ad esempio gli Stati Uniti; alcuni settori capitalisti possono applaudire alle misure protezioniste che Trump prevede di prendere, ma queste si oppongono agli interessi di altri settori. Il Messico è particolarmente colpito, mentre una parte delle importazioni provenienti dal Messico corrisponde alla produzione di capitali statunitensi investiti in questo paese. La coppia costituita da Stati Uniti e Cina, la “Chimerica” (espressione coniata nel mondo accademico per indicare il legame simbiotico tra gli Stati Uniti e la Cina a livello economico, NdT), aveva funzionato in modo favorevole alle due potenze: crescita a credito per gli Stati Uniti, crescita tirata dalle esportazioni per la Cina. L’importazione di beni di consumo a bassi costi di produzione permetteva di fare scendere il prezzo della forza lavoro negli Stati Uniti e/o di gonfiare i sovraprofitti di WalMart. Tutti vi trovavano il proprio tornaconto.

    Ma la “Chimerica” sta per rompersi e, in generale, tutto accade come se la globalizzazione avesse raggiunto il suo limite. Nel corso dei precedenti decenni, il commercio mondiale aumentava con una velocità doppia rispetto al PIL mondiale, ora avanza, nella migliore delle ipotesi, alla stessa velocità. L’estensione delle filiere globali è entrata in una fase di rendimenti decrescenti e si assiste persino a fenomeni di rilocalizzazione. Il riorientamento dell’economia cinese verso il proprio mercato interno contribuisce a questo fenomeno. In questo senso, la Cina non è candidata al ruolo di potenza egemonica e non si può leggere il periodo come una fase di transizione tra due potenze dominanti, ma piuttosto come una crisi di governance del capitalismo i cui sbocchi non sono esclusivamente economici.

    D. La crisi è duratura. Chi la paga e come, al di là delle formule generali sull’1% contro il 99%?

    R. La prima risposta evidente è che questa crisi è pagata dalle vittime delle politiche di austerità. Poi, è importante capire perché non possa essere altrimenti. La ragione essenziale è l’esaurimento degli incrementi di produttività: ciò che produce un salariato medio in un’ora di lavoro tende a stagnare o, in ogni caso, aumenta debolmente. Questo, però, significa anche l’esaurimento del dinamismo del capitalismo: esso può mantenere o aumentare il suo tasso di profitto solo a condizione di bloccare o diminuire quello che viene chiamato il costo del lavoro. E ciò si traduce in politiche di austerità salariale, ma anche di riduzione dello Stato sociale, della protezione sociale e dei servizi pubblici. In altre parole, un’uscita capitalista dalla crisi non potrebbe non essere socialmente regressiva. Il sistema non ha più nulla da offrire per riuscire ad essere legittimato.

    Questa non è una crisi finanziaria, è una crisi sistemica che affonda le sue radici nei rapporti di produzione capitalistici. È, tra l’altro, una delle tesi essenziali del libro di Attac al quale ho contribuito, articolata con un’analisi del concetto di capitale fittizio. Questo concetto, che troviamo in Marx, è stato rivisto da François Chesnais e Cédric Durand; esso designa l’accumulazione di titoli finanziari che sono altrettanti “diritti di prelievo” sul plusvalore.

    Questa focalizzazione sul capitale fittizio permette di mettere in luce un’importante contraddizione nella gestione capitalista della crisi. Da una parte, servirebbe una svalutazione massiccia del capitale per rimettere i contatori a zero e ristabilire il tasso di profitto. Non si tratta solo di una fisima marxista: è anche il punto di vista dell’OCSE, che addita le “aziende zombie” (5) quali responsabili dei deboli aumenti di produttività e degli insuccessi dell’accumulazione. Questo implicherebbe però che i detentori di questo capitale fittizio accettassero di “assumersi le loro perdite”, cosa che, evidentemente, rifiutano. Le politiche condotte in particolare in Europa obbediscono a una logica di convalidazione di questi diritti di prelievo acquisiti prima della crisi, anche se la loro crescita è una causa della crisi e, in ogni caso, un ostacolo all’uscita dalla crisi. È questa contraddizione che rende valida l’opposizione tra l’1% e il 99% della popolazione, perché la concentrazione della ricchezza finanziaria è molto più grande di quella dei redditi. Ed è ciò che permette di pronosticare un ricorso duraturo a politiche di austerità e di regressione sociale.

    D. Qualche anno fa, le nuove tecnologie erano presentate nel discorso ufficiale come la “nuova frontiera” che avrebbe rilanciato una fase lunga di espansione. Ora, il dibattito verte sul loro impatto distruttivo sull’impiego e sulle disuguaglianze. Cos’è la “stagnazione secolare”? Cosa se ne può pensare? Alla luce di questa tesi, quali sono le prospettive per il capitale?

    R. Tutti questi interrogativi rinviano al fondo di una questione: cosa determina gli aumenti di produttività? Si tratta ancora una volta di una questione essenziale per la dinamica del profitto e dell’accumulazione. Tuttavia, di fatto, non se ne sa nulla. Nel passato, ciò ha dato luogo al paradosso di Solow, riferito a un breve articolo di giornale in cui quest’ultimo si chiedeva perché si vedessero dappertutto nuove tecnologie, salvo che nelle statistiche di produttività. Era il 1987 e si potrebbe raccontare la storia delle speranze e delle sconfitte degli economisti che annunciavano una nuova fase di espansione (“un nuovo Kondratieff”). Questo dibattito è stato particolarmente intenso negli Stati Uniti, dove i fautori della rivoluzione tecnologica si sono costantemente opposti ai “tecno-pessimisti” che vedevano solo un boom senza domani. Erano questi ultimi ad avere ragione, in particolare Robert Gordon, il principale sostenitore della futura “stagnazione secolare”.

    D’altro canto, però, si moltiplicano i discorsi sulla “fine del lavoro”. I robot e quella che viene denominata “l’economia delle piattaforme” condurrebbero inesorabilmente a distruzioni massicce d’impieghi, nell’ordine di un impiego su due nei prossimi dieci o venti anni. Questo è l’argomento di massa a favore di un reddito di base universale che dobbiamo rifiutare, a meno che non ci rassegniamo all’idea che sia la tecnologia a dovere dettare l’organizzazione della società. Ora, le cose non devono funzionare così e non funzionano così: la tecnologia non decide affatto. I nuovi modi di produzione, le nuove merci, tutto questo si deve integrare nella logica di mercato. E questa è probabilmente la spiegazione di fondo del paradosso di Solow; per dirla in modo semplice: la robotizzazione non basta, bisogna anche che ci sia un potere d’acquisto per comperare quello che i robot producono e un modello sociale adeguato.

    Questa questione dell’automazione permette di focalizzarsi sull’irrazionalità del sistema capitalista. Ammettiamo che degli enormi aumenti di produttività stiano per verificarsi: ciò dovrebbe essere una buona notizia, perché i robot lavorerebbero al nostro posto. Nella logica capitalista però, si tratterebbe, al contrario, di una catastrofe sociale, con distruzioni massicce d’impieghi. Ecco perché la riduzione del tempo di lavoro è la risposta razionale e tale da costituire la base per un’altra società, una società ecosocialista. L’obiettivo di garantire un reddito decente a ognuno è evidentemente legittimo e ci sono delle misure d’urgenza da prendere in quest’ambito, ma non dobbiamo tuttavia rinunciare al diritto al lavoro.

    D. Un dibattito ha diviso gli economisti critici in merito alle politiche di austerità: sono assurde o razionali? Per limitarci all’Unione Europea, sembra difficile pensare che Draghi, Merkel, Juncker o Hollande siano solo una banda d’imbecilli: quali sono dunque i risultati di queste politiche e della loro continuazione?

    R. È un vero dibattito che abbiamo avuto all’interno della Commissione per la verità sul debito greco. I piani di aggiustamento imposti alla Grecia non potevano evidentemente funzionare. Era facile prevedere che massicci tagli al budget avrebbero generato una recessione profonda e che, in fin dei conti, il peso del debito sarebbe aumentato invece di diminuire. Il FMI ha d’altronde più o meno fatto la propria autocritica su questo punto. C’è quindi una prima lettura: le politiche di austerità sono assurde e hanno spezzato la ripresa che si affacciava nel 2010 in Europa. Sono necessarie altre politiche. Ma c’è evidentemente un’altra lettura: i dirigenti europei sanno quello che fanno e conducono una terapia choc che mira a ridurre significativamente le conquiste sociali, considerate altrettanti ostacoli alla competitività.

    Il problema è che c’è del vero in entrambe le tesi o, meglio, che bisogna combinare i due discorsi. Per esempio, nel caso greco, non si può rinunciare all’argomento che le condizioni imposte alla Grecia sono non solo assurde, ma chiaramente demenziali, perché le si chiede di conseguire degli avanzi di esercizio del 3.5% prima del pagamento degli interessi sul debito. È al contempo possibile mostrare che i veri obiettivi non sono mai stati di rilanciare l’economia greca, ma di salvare le banche europee, di scoraggiare qualsiasi politica unilaterale e di assicurare il pagamento del debito.

    La tensione che esiste tra questi due discorsi rinvia in fondo a una difficoltà programmatica e strategica: come costruire un progetto di transizione o di biforcazione verso un altro funzionamento dell’economia? Quello che io chiamo il “cretinismo keynesiano” non risponde alle sfide. Tuttavia, nemmeno una logica “ultimatista” che consiste nel dire che non è possibile fare nulla senza abbattere immediatamente il capitalismo permette di fare avanzare le cose. Secondo uno studioso come Friot, per esempio, “battersi per l’impiego equivale a spararsi in un piede” e la lotta per una migliore ripartizione della ricchezza equivarrebbe a “evitare la lotta di classe”. Bisogna constatare che le coordinate del periodo sono favorevoli agli inventori di sistemi e ai guru. Ci vorrà senza dubbio del tempo per ricostruire un vero orizzonte di trasformazione a partire dalle lotte e dalle resistenze sociali.

    Membro del consiglio scientifico di Attac, Michel Husson ha scritto, in particolare: “Un pur capitalisme” (Editions Page deux, 2008), “Le capitalisme en dix leçons” Editions Zones, 2012) e partecipato a un libro collettivo di Attac sulla crisi, “Par ici la sortie” (Editions Les Liens qui libèrent, 2017).

    Il blog di Michel Husson: hussonet.free.fr

  • In Scozia nuova sfida per l’indipendenza. La posizione del Partito Socialista Scozzese

    In Scozia nuova sfida per l’indipendenza. La posizione del Partito Socialista Scozzese

    Di Fabrizio Ortu

    Il Regno Unito è sempre meno unito. Nei giorni scorsi la premier della Scozia, Nicola Sturgeon, ha infatti annunciato la presentazione alla Corte Suprema di un nuovo referendum per chiedere l’indipendenza da Londra, dopo la sconfitta di misura nella consultazione del 2014. La data proposta è quella del 19 ottobre 2023. Gli indipendentisti dello Scottish Nationalist Party, al governo nella nazione celtica e vincitori delle elezioni 2021 con il 47,7% dei voti, hanno deciso di rivolgersi alla Corte a causa dell’atteggiamento apertamente ostile alle istanze di autodeterminazione del governo conservatore di Boris Johnson. In caso di diniego da parte della Corte, Sturgeon ha espresso la volontà di trasformare le elezioni politiche del 2026 in una vera e propria consultazione popolare sull’indipendenza.


    Il Partito Socialista Scozzese, portatore da oltre 20 anni di un programma repubblicano, anticapitalista e indipendentista, ha commentato questi recenti sviluppi con una nota ufficiale:
    “Il Partito Socialista Scozzese ha sostenuto la lotta per l’indipendenza sin dalla fondazione. Crediamo nel diritto democratico di una nazione all’autodeterminazione. Crediamo che una Scozia socialista e indipendente, una repubblica democratica moderna soddisferebbe meglio la maggioranza della classe operaia scozzese […]. Il rinvio alla Corte Suprema non contribuisce, però, a rafforzare il diritto legale di indire un referendum. Lo Scotland Act stabilisce chiaramente che il potere legale di concedere l’indipendenza spetta al parlamento del Regno Unito. Lo scenario più probabile è che l’Snp chieda un mandato per l’indipendenza alle prossime elezioni politiche. Questa è solo l’ultima tattica di questo partito nel lungo gioco per assicurarsi voti e seggi parlamentari per l’Snp. Ogni vittoria ottenuta sulla strada dell’indipendenza deve dimostrare alla maggioranza della classe operaia scozzese i vantaggi di questa scelta. Abbiamo bisogno di solide basi economiche, salari equi e condizioni di lavoro eque, accesso ad alloggi a prezzi abbordabili, proprietà pubblica dei servizi pubblici e di un piano per affrontare il cambiamento climatico. L’indipendenza non è il Snp e non è legata all’adesione all’Ue. […] Dobbiamo costruire una lotta per l’indipendenza che non possa essere ignorata da Westminster”.

  • Turchia, Svezia, Finlandia, la NATO… e il Kurdistan

    Turchia, Svezia, Finlandia, la NATO… e il Kurdistan

    di Fabrizio Burattini

    Era largamente previsto: nel corso del vertice NATO di Madrid è stato raggiunto il criminale accordo tra la Turchia da un lato e la Svezia e la Finlandia dall’altro.

    E’ questo un altro frutto avvelenato della sanguinosa “operazione militare speciale” che Putin sta conducendo da oltre quattro mesi in Ucraina e della speculare dissoluzione di ogni aspirazione neutralista che aveva animato fino a poco tempo fa alcuni popoli europei e in particolare quello finlandese e quello svedese. 

    L’isteria filo NATO e militarista che si è innescata dopo il 24 febbraio nei due paesi scandinavi ha fatto archiviare ogni seppur timida solidarietà con tutte e tutti coloro che hanno trovato rifugio in Finlandia e soprattutto in Svezia per sfuggire alla brutale e sanguinaria repressione del regime ultranazionalista turco di Recep Tayyip Erdogan.

    Infatti la premier svedese Magdalena Andersson, assieme al suo omologo finlandese Sauli Niinisto, al fine di rimuovere il veto che la Turchia opponeva all’ingresso dei due paesi nell’alleanza atlantica, ha ceduto su tutta la linea di fronte al ricatto di Ankara, sacrificando cinicamente la tutela che fino all’altroieri i due paesi avevano dato nei confronti dei curdi e, seppure indirettamente, alla loro lotta per il riconoscimento dei loro diritti e della loro indipendenza.

    Stoccolma e Helsinki si sono esplicitamente, solennemente e vergognosamente impegnate a non fornire alcun sostegno al PKK-Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk) e alla milizia curda Ypg (Unità di Protezione Popolare) e alla sua espressione politica, il Partito dell’Unione Democratica (Pyp), che è la sezione siriana del PKK. Si sono impegnate anche ad intraprendere “misure concrete per l’estradizione di criminali terroristi” e a proibire ogni “attività di raccolta fondi e reclutamento del PKK e dei suoi affiliati”, a “impedire la propaganda terroristica contro la Turchia” nei Paesi scandinavi. Come se non bastasse, hanno chiesto formalmente la fine dell’embargo alle armi turche.

    Come si diceva, la scelta di Svezia e Finlandia e il conseguente ritiro del veto della Turchia erano largamente previsti, dato che, nonostante gli ipocriti riconoscimenti fatti anni fa nei confronti delle/dei peshmerga curde/i per aver eroicamente combattuto l’Isis in Siria al fianco degli Usa, della Russia e dell’Occidente, il PKK e le organizzazioni politiche e militari a lui affiliate erano clamorosamente rimaste nella lista delle “organizzazioni terroristiche”. Sono state pugnalate alle spalle le “eroine di Kobane” il cui territorio autonomo del Rojava in Siria, sottratto all’Isis, è ora sotto attacco per le incursioni dell’esercito turco.

    Per la Turchia c’è inoltre un altro obiettivo da raggiungere: quello di ottenere l’estradizione di Fethullah Gulen, leader del movimento islamico accusato di essere dietro il colpo di Stato fallito del 2016. Fethullah Gulen, però, ha trovato rifugio negli Stati Uniti ed Erdogan non se l’è sentita di avviare un braccio di ferro con il capo bastone NATO di Washington.

    “E’ il tradimento del governo svedese, della Nato e di Stoltenberg nei confronti dei curdi e delle donne curde che si sono sacrificate per liberare il mondo da Daesh” ha dichiarato la deputata indipendente del parlamento svedese di origine curda, Amineh Kakabaveh, esponente della grande diaspora curda, che in Svezia conta circa 100.000 persone. Facciamo notare che il governo di Stoccolma proprio poche settimane fa è sopravvissuto a un voto di sfiducia solo grazie all’astensione di Amineh Kakabaveh, ex combattente peshmerga, che dopo questo accordo minaccia di scatenare un voto di sfiducia nei confronti del traballante governo svedese e della sua ministra degli Esteri Ann Linde, che ha avuto un ruolo determinante nella trattativa con gli emissari di Erdogan.

    La cosa risulta ancor più vergognosa perché l’Occidente, proprio in queste settimane, si sta arrogando il titolo di difensore della democrazia e dell’autodeterminazione dei popoli. Per Biden, Johnson, Draghi, Macron, ecc. dunque l’autodeterminazione ucraina andrebbe tutelata, ma non quella curda, quella sahrawi e quella di tutti gli altri popoli che sono oppressi proprio dall’imperialismo occidentale.

  • Francia, Rachel Keke, l’operaio e il borghese

    Francia, Rachel Keke, l’operaio e il borghese

    Avevamo già segnalato come importante l’elezione di Rachel Keke, la leader della lotta dell’hotel Ibis Batignolles, al parlamento francese. L’avevamo segnalata perché è un forte e positivo segnale di controtendenza in un’Europa nella quale ormai le istituzioni elettive sono largamente e deliberatamente di fatto a persone di origine popolare e proletaria. Poi in Francia è scoppiato “l’affaire Keke” perché numerosi solerti giornalisti sono andati a spulciare i profili facebook e twitter di Rachel e vi hanno scoperto post di tono razzista verso i maghrebini, a volte frasi che suggerivano una qualche simpatia “lepenista” e espressioni di sostegno al dittatore siriano Bashar Al Assad affinché sconfiggesse “gli Stati uniti, predatori criminali”.

    Naturalmente noi non possiamo condividere nessuno di quei post, ma questo non inficia di un millimetro la nostra gioia e la nostra soddisfazione per vedere Rachel oggi seduta sugli scranni dell’Assemblea nazionale. Rachel Keke ha sempre vissuto e vive nel contesto della sterminata periferia parigina ed è stata per anni immersa in quel contesto, con le sue dinamiche intercomunitarie, con la comprensibile avversione nei confronti del disprezzo degli arabi per le nere e i neri. Per anni, anche e soprattutto nei quartieri popolari, da decenni abbandonati dalla sinistra ufficiale, Marine Le Pen è apparsa quella che la cantava più chiara contro il potere delle elite, certo immeritatamente ma anche grazie al battage mediatico mainstream che la presentava come l’unica opposizione al liberismo criminale di Holalnde e poi di Macron. Così per Assad, percepito come il difensore delle minoranze contro l’Islam che aveva cercato di cancellare le culture africane e che appariva in opposizione contro l’imperialismo USA e quello francese.
    Rachel Keke non è un’intellettuale; certo, questa è una debolezza ma è anche la sua grande forza. La sua legittimità deriva dalla lotta che ha condotto a Batignolles a fianco anche di donne arabe, persino di donne velate, altro che islamofobia (di cui l’accusano i siti macroniani).

    Confermiamo perciò che siamo molto felici di vederla nel parlamento, nella sua crescita politica e culturale, ma con intatto il suo lato cospiratore, amaro, il suo coraggio, la sua generosità, l’istinto per una giustizia concreta.

    Cogliamo l’occasione per pubblicare qui sotto uno scritto di Marcuss, un blogger del sito francese Mediapart, che ne commenta appunto l’origine proletaria e smonta la tesi borghese dell’incompetenza, della incapacità di persone di origine popolare di occuparsi di politica.

    Rachel Keke, l’operaio e il borghese

    di Marcuss, da blogs.mediapart.fr

    Introduzione

    Il 19 giugno 2022, Rachel Keke è stata eletta deputata nelle liste della NUPES nella settima circoscrizione di Val-de-Marne, sconfiggendo Roxana Maracineanu, ex ministro dello Sport di Emmanuel Macron. Il giorno dopo, è stata oggetto di un gran numero di commenti classisti su vari social network. I commenti erano di questo tono: la classe operaia avrebbe un’inettitudine quasi congenita alla politica istituzionale a causa del suo scarso bagaglio culturale. I lavoratori sono così ridotti alla passività politica, costretti a farsi governare da chi ha i capitali giusti per gestire gli affari politici. Questo articolo si propone di decostruire questa idea, con la nuova deputata come filo conduttore. In primo luogo, presenterò l’itinerario di Rachel Keke dallo sciopero politico al suo arrivo all’Assemblea nazionale. Poi decostruirò la presunta inadeguatezza della classe operaia alla politica istituzionale. Concludo questo pezzo con una lettera aperta alla nuova parlamentare NUPES. 

    Una figlia della classe operaia ivoriana

    Nata nel 1974 in Costa d’Avorio, ad Abobo, uno dei comuni più popolosi del distretto di Abidjan, sua madre era una venditrice di vestiti e suo padre un autista di autobus. Dopo la morte improvvisa della madre all’età di 12 anni, non poté riprendere il percorso scolastico “per tristezza” e si dedicò all’educazione dei suoi quattro fratelli e sorelle. Dopo il colpo di Stato del 1999, l’anno successivo è emigrata in Francia, nella regione di Parigi. Come la maggior parte degli immigrati, ha avuto un inizio difficile. Si spostava regolarmente di residenza, alternando gli edifici occupati agli appartamenti dei parenti. Solo grazie alla legge sul diritto all’alloggio (la Loi DaLo del 2007 che riconosce il diritto a un alloggio dignitoso e indipendente per coloro che risiedono in Francia in modo stabile e regolare e che non possono accedere o mantenere tale alloggio con i propri mezzi, ndt), ha trovato un alloggio permanente. Ha svolto una serie di lavori precari come parrucchiera, cassiera, assistente domiciliare per gli anziani, prima di stabilizzarsi come addetta alle pulizie nel 2003 e poi come governante. È in questa professione che lei e i suoi colleghi hanno intrapreso la più grande lotta sociale nella storia dell’industria alberghiera.

    Lo sciopero IBIS di Batignolles

    Rachel Keke lavora all’hotel Ibis Batignolles, gestito dal gruppo alberghiero Accor. L’azienda subappalta la manutenzione dei locali alla società STN. Nel 2019, la STN sta cercando di trasferire tredici lavoratori la cui salute è peggiorata in un altro hotel, senza adattare le condizioni di lavoro. Come ogni attività lavorativa, il lavoro di pulizia indebolisce, deteriora e distrugge gradualmente il corpo dei lavoratori. Come testimonia Rachel Keke, la durezza dei ritmi di lavoro, la pressione del capo, la ripetizione quotidiana degli stessi movimenti hanno conseguenze fisiche importanti: mal di schiena, piedi gonfi, lussazioni della spalla, tendiniti, sindrome del tunnel carpale, dolori al polso e al ginocchio che richiedono interventi medici. La sua stessa esperienza lo testimonia. È stata costretta all’inattività per 6 mesi per uno spostamento del disco intervertebrale, poi per 4 mesi per una tendinite.

    Di fronte all’indifferenza dell’azienda STN, che cerca a tutti i costi di trasferire i tredici lavoratori indeboliti in barba alle loro malattie professionali, i lavoratori – 17 camerieri, due governanti e un membro dell’équipe – decidono di mobilitarsi contro questo sistema di dominio che li sfrutta in quanto lavoratori, immigrati e persone razzializzate. La lotta inizia il 17 luglio 2019 e termina il 16 marzo 2021. Accompagnati dalla CGT, di cui Rachel Keke è attivista, i lavoratori hanno lottato per 22 mesi, di cui 8 di picchetto. Hanno resistito alle minacce del datore di lavoro, in particolare alla minaccia di licenziamento, e alle intimidazioni e agli insulti provenienti da ogni parte. Dopo 22 mesi di lotta, gli scioperanti hanno ottenuto giustizia. La maggior parte delle loro richieste è stata accettata: l’aumento degli stipendi (da 250 a 500 euro al mese), che verranno pagati il 5 del mese anziché l’11; la riduzione dei ritmi di lavoro per gli addetti alle pulizie; l’installazione di un orologio per consentire il pagamento degli straordinari, che prima non venivano pagati; la riduzione del ritmo di ispezione per gli addetti alle pulizie da 100 a 80 camere al giorno; l’ottenimento di due divise di cotone all’anno, la cui manutenzione è gestita dalla società di subappalto STN; un buono pasto di 7,30 euro al giorno; il ripristino dei due contratti a tempo determinato interrotti durante lo sciopero e l’annullamento del trasferimento dei 10 lavoratori affetti da malattia professionale; e infine una permesso sindacale di 15 ore. 

    Come leader di questa vittoriosa lotta sociale, Rachel Keke è diventata una figura emblematica della sinistra delle recenti lotte sindacali, soprattutto perché la sua lotta va oltre la classe. In quanto immigrata, razzializzata e lavoratrice, Rachel Keke sta conducendo una lotta contro il capitalismo razzista e patriarcale, lotta che ora vuole continuare sui banchi dell’Assemblea. 

    Una donna della classe operaia sui banchi dell’assemblea

    Al secondo turno delle elezioni legislative, Rachel Keke è stata eletta deputata nella settima circoscrizione di Val-de-Marne nelle liste NUPES, battendo l’ex ministro dello Sport, la macronista Roxana Maracineanu. La donna che si definisce “guerriera”, “femminista”, “difensore dei Gilet gialli”, aspira a portare la voce dei lavoratori invisibilizzati, disprezzati, (sovra)sfruttati: “L’Assemblea Nazionale tremerà!” si legge sul suo account twitter. Dallo sciopero politico all’Assemblea nazionale, Rachel Keke persegue lo stesso obiettivo: “vogliamo solo la nostra dignità”. Una dignità che è stata erosa, se non negata, dal capitalismo razzista e patriarcale.

    Dopo l’annuncio della sua vittoria, si sono moltiplicati i commenti razzisti e classisti per stigmatizzare la nuova deputata a causa della sua categoria etno-razziale, della sua doppia nazionalità e soprattutto della sua condizione di classe. In termini pratici, come può una donna delle pulizie essere coinvolta negli affari politici? Rachel Keke si aspettava questo tipo di critiche sulla sua “mancanza di formazione” in politica: “Le persone conoscono il livello di una cameriera, sanno che non ho una laurea (…) Dico quello che sento. Se mi viene posta una domanda su qualcosa che non capisco, non rispondo. I media devono abituarsi a questo (…) Se mi parli usando la lingua francese dell’università, io ti rispondo in francese di periferia!” 

    Sebbene l’umiltà di Rachel Keke sia da lodare, la classe operaia è costantemente sottoposta a una forma di svalutazione a causa del suo minore bagaglio culturale e simbolico. Si dice che noi, classe operaia, siamo privi di capacità politiche, come se fossero innate, e che ci riduciamo all’espressione di un’esperienza individuale o collettiva. La condizione operaia e la politica istituzionale sarebbero quindi antinomiche. 

    La “carenza intellettuale” della classe operaia

    Il capitalismo è riuscito a costruire un assetto istituzionale in cui la politica istituzionale è riservata a una piccola élite che, possedendo il giusto habitus, il giusto capitale e le giuste credenziali accademiche, può legittimamente garantirsi le posizioni di potere. La debolezza del capitale culturale della classe operaia giustificherebbe quindi la sua esclusione. Questa discriminazione di classe si basa su un’idea quasi biologica della conoscenza intellettuale, una sorta di “immaginario del sangue”, e non come prodotto delle relazioni sociali. Negando il fatto che la politica, in tutte le sue forme, è un apprendistato quotidiano fatto di iniziazioni, incontri, pratiche ed esperienze multiple, è un’intera fascia di popolazione che non sarebbe in grado di esercitare la politica istituzionale, salvo qualche disertore per valorizzare il sistema meritocratico. 

    Questa convinzione dell’incapacità della classe operaia di gestire la cosa pubblica non è una disfunzione mentale o cognitiva casuale, ma un dominio organizzato consapevolmente dalla borghesia, i cui contorni sono stati perfettamente tracciati da Pierre Bourdieu grazie al suo concetto di “violenza simbolica”. Come scrive il sociologo, “la violenza simbolica è una violenza che deriva dalla rappresentazione sociale, è una violenza a cui si partecipa in prima persona, riconoscendo un dominio come giustificato”. Questa partecipazione inconscia avviene attraverso un fenomeno di introiezione, cioè la persona dominata fa propri i dati esterni imposti dai dominatori che giustificano la sua svalutazione: “La persona dominata vede se stessa attraverso le categorie mentali (gli “occhiali”) dei dominatori, e quindi spesso partecipa alla propria dominazione (dominando se stessa)”. In altre parole, la violenza simbolica è l’interiorizzazione da parte dei dominati delle strutture di dominio che li dominano.

    È un processo insidioso che permette di rinnovare e giustificare le disuguaglianze sociali ed economiche senza ricorrere alla violenza fisica. La scuola meritocratica è l’istituzione principale per giustificare questa riproduzione sociale sulla base del possesso o meno di titoli accademici (Ena, Sciences Po, Polytechnique, ecc.), riconosciuti come mezzo legittimo per ottenere posizioni di potere politico, economico e finanziario. Il razzismo dell’intelligenza, altro concetto del pensiero bourdieusiano, si basa su questo capitale educativo. Può essere definita come la produzione, da parte dei dominanti, di una naturalizzazione dei loro privilegi per dare forma a una giustificazione dell’ordine sociale che dominano: “È ciò che fa sì che i dominanti si sentano giustificati nell’esistere come dominanti; che si sentano di un’essenza superiore (…) [il loro] potere riposa in parte sulla posizione dei titoli che, come i titoli accademici, si suppone siano garanzie di intelligenza”.  

    La nostra società sceglie quindi i “migliori” sulla base di una presunta intelligenza giustificata da titoli scolastici e accademici, ma anche sulla base di particolari abitudini (modo di parlare, di camminare, di stare in pubblico, ecc.) che permettono a chi le detiene di sentirsi l’unico legittimato a occuparsi di affari politici. La mancanza di fiducia della classe operaia, delle sue capacità e potenzialità, si basa in parte su questo razzismo dell’intelligenza borghese e sull’incorporazione di questa violenza simbolica che ci delegittima e che favorisce comportamenti di autoesclusione. 

    Inoltre, qual è il legame tra il livello di istruzione e la capacità di prendere le decisioni politiche necessarie per ridurre gli effetti negativi delle strutture economiche e sociali sui corpi sociali? L’élite politicamente “istruita” che ci ha governato per troppo tempo ci ha lasciato in eredità, alla fine di ogni mandato, milioni di disoccupati, un’insicurezza sociale ed economica sempre maggiore, nonché un aumento osceno della ricchezza della borghesia, un diritto del lavoro più destrutturato del giorno prima e sistemi sociali, sanitari, assistenziali ed educativi ancora più asfittici, ecc. 

    D’altra parte, quali misure hanno adottato i lavoratori quando hanno avuto un certo potere nella politica istituzionale? Torniamo alla sequenza storica 1945-1947 con cinque ministri comunisti e operai – Marcel Paul, Ambroise Croisat, Maurice Thorez, François Billoux, Charles Tillon – dopo la vittoria del PCF alle elezioni legislative del 1945. In due anni, il loro lavoro ha portato alla creazione del Regime Generale di Sicurezza Sociale con quattro rami: pensione, assicurazione sanitaria, famiglia (assegni familiari), infortuni sul lavoro e malattie professionali. C’è stato anche uno sviluppo senza precedenti della medicina del lavoro, la creazione di comitati per la salute e la sicurezza, l’istituzione di comitati aziendali, lo status dei minatori, dei lavoratori del gas e degli elettricisti, la regolamentazione degli straordinari, il miglioramento del codice del lavoro, la sicurezza del posto di lavoro nel servizio pubblico e altre riforme sociali che non ho lo spazio per elencare. 

    In altre parole, non c’è alcun legame tra la famosa intelligenza della borghesia o dei suoi rappresentanti ultra-maggioritari nell’Assemblea e le “giuste” decisioni politiche per la classe operaia. L’”intelligenza” di tutti questi “sapienti” della nostra società è solo una costruzione sociale e politica messa al servizio della difesa degli interessi del capitalismo globalizzato, talvolta nazionalista.

    Rachel Keke è altrettanto, se non più, legittimata a occuparsi di questioni politiche. Imparare la politica istituzionale, senza caricaturizzarne o relativizzarne la complessità, è un processo alla portata di tutti i lavoratori che desiderano lavorare sulla conflittualità sociale istituzionalizzata. Come già espresso da Marx nel XIX secolo, le persone si trasformano durante l’attività politica. Quando i lavoratori sono spinti dalle relazioni sociali di dominio a entrare nella lotta sociale, si osservano cambiamenti nella coscienza (classe per sé), nella percezione (cambiamento delle rappresentazioni e attenuazione/abolizione dei pregiudizi), nonché lo sviluppo del potenziale politico e della conoscenza. Per convincersene, basta apprezzare alcune mobilitazioni popolari come il Maggio 68, gli scioperi del 1995, l’effervescenza deliberativa sul referendum sulla Costituzione europea del 2005, i Gilets-Jaunes, o l’insieme delle esperienze di educazione popolare nelle SCOP o nei collettivi dei quartieri popolari. 

    Lettera aperta a Rachel Keke

    Rachel Keke, come comunista rivoluzionario, la politica istituzionale non mi interessa molto. Preferisco la politica popolare, operaia, quella che tu conosci bene, quella che si svolge nelle aziende, quella che organizza picchetti, quella che si svolge nelle strade, nei sindacati, nelle organizzazioni comuniste e anarchiche, nei collettivi di educazione popolare, negli cooperative o nei quartieri popolari. Tuttavia, l’investimento della classe operaia nelle strutture politiche istituzionali è sempre una porta aperta interessante. Se sono convinto che non è tra le mura delle istituzioni che conquisteremo la nostra emancipazione collettiva, in questo luogo è in gioco anche la difesa delle nostre conquiste sociali. 

    Se i lavoratori sono rari nell’Assemblea nazionale, con la tua vittoria è la prima volta che mi sento rappresentato. La mia bianchezza e il mio genere dominante non cambiano nulla, mi ritrovo in te molto più che in un’assemblea composta principalmente da uomini bianchi dell’alta borghesia. Condivido con te questa condizione di classe. Anch’io faccio parte di “quelli che non sono niente”, questo proletariato invisibile, (sovra)sfruttato, disprezzato, mercificato. Lavorando come assistente di alunni disabili, faccio parte del 5% dei lavoratori più poveri in Francia. Esisto solo grazie alla persona che mi sfrutta. Se possiamo esistere diversamente, collettivamente, come classe per sé, come diceva Marx, prendendo coscienza che i nostri interessi comuni sono antagonisti a quelli di chi ci opprime, dobbiamo ammettere che purtroppo non ci siamo. 

    Tuttavia, tu puoi farci esistere, con le tue parole, i tuoi discorsi, i tuoi progetti di legge, il tuo sostegno alle lotte che conduciamo ogni giorno per le nostre condizioni di lavoro, per i nostri salari, contro lo sfruttamento che ci espropria di noi stessi e mutila la nostra dignità. Presto sarai in questa arena dove si fa politica, quella della borghesia, dei carrieristi, degli opportunisti, dove regnano il conservatorismo, la demagogia e la collusione tra i partiti. Sarai la nostra voce di classe operaia indisciplinata! Gli habitués dell’assemblea, i carrieristi e gli opportunisti, avendo una maggiore conoscenza dell’assetto e del funzionamento della politica istituzionale, delegittimano tutti coloro che non sono iniziati, cioè la classe operaia. Mostra la tua/nostra legittimità di classe operaia! 

    Durante la vostra vittoriosa lotta contro il gruppo Accor, sei stata, con le/i tue/tuoi compagne/i, lavoratrici e lavoratori partiti all’assalto del cielo. Nell’Assemblea, fai del tuo meglio per non abbassare la mira. 

  • Viareggio, le vittime della strage attendono giustizia da 13 anni

    Viareggio, le vittime della strage attendono giustizia da 13 anni

    Oggi, mercoledì 29 giugno, sono trascorsi esattamente 13 anni da quella maledetta notte del 2009, quando un treno carico di Gpl deraglia, il gas fuoriesce da una cisterna che si squarcia sulle rotaie, entra nelle case delle vie circostanti, portandosi via 32 vite e segnando a vita l’esistenza di decine di altre persone.

    Nel pomeriggio, alle 17,30 nel “Luogo della Memoria e della Solidarietà” di Viareggio (via Aurelia sud 20, tra la Cassa risparmio di Lucca e il distributore Q8) si svolgerà un momento di ricordo di Michele Michelino, che è stato presidente del “Comitato per la difesa della salute nei luoghi di lavoro e nel territorio” di Sesto San Giovanni (Mi), ex operaio Breda, da sempre in lotta contro le stragi da amianto, scomparso il 21 aprile scorso. Successivamente, sempre a via Aurelia sud 20 si svolgerà un incontro con i rappresentanti delle tante, troppe stragi industriali e ambientali.

    Poi, alle 21:00, i superstiti, i parenti delle vittime, organizzati nell’associazione “Il Mondo che vorrei onlus”, tutta la città di Viareggio, coloro che in questi anni li hanno sempre sostenuti saranno di nuovo in piazza in questo anniversario, con appuntamento in Piazza Nieri e Paolini, davanti al comune, per poi attraversare in corteo la città fino a via Ponchielli, luogo del disastro. Alle 21,48, l’orario in cui tutto è iniziato in quella notte di 13 anni fa, saranno letti i nomi delle 32 vittime, accompagnati dai rintocchi della campana.

    I tredici anni hanno anche visto un tortuoso iter giudiziario che avrà un ‘ulteriore momento il giorno successivo, domani 30 giugno a Firenze, con una nuova udienza (la quindicesima) del processo di appello-bis, dopo che la Corte di Cassazione ha deciso di rinviare quasi tutti gli imputati – italiani e stranieri – alla Corte d’Appello di Firenze per la rideterminazione delle pene, perché ha ritenuto infondata l’aggravante dell’infortunio sul lavoro che invece era stata contestata dal Tribunale di Lucca nella sentenza di primo grado e dalla Corte d’Appello di Firenze nel secondo Grado. Così resta solo il reato di disastro colposo, perchè quello di omicidio colposo risulta prescritto per tutti.

    Non a caso Mauro Moretti, l’ex amministratore delegato di Ferrovie SpA, che aveva in un primo momento prospettato di voler rinunciare alla prescrizione, qualche mese fa ha ritrattato e ha dichiarato che si avvarrà della prescrizione.

    Consigliamo la visione della puntata di “Ossi di seppia” (Raiplay) dedicata alla strage, dove la voce narrante è quella di Daniela Rombi, madre di una delle vittime della tragedia.

  • Madrid, verso la “nuova NATO”

    Madrid, verso la “nuova NATO”

    di Fabrizio Burattini

    Domani, 29 giugno, si apre a Madrid il previsto vertice della NATO. La Spagna aderì alla NATO proprio quaranta anni fa, per l’esattezza il 30 maggio del 1982. Il governo “socialista” di Felipe González, al potere qualche mese dopo, confermò quella adesione, nonostante il suo partito, il PSOE, si fosse precedentemente pronunciato in senso contrario. Comunque l’adesione fu molto controversa, tanto che nel 1986 si svolse un referendum confermativo nel quale il sì alla NATO prevalse con solo il 52,5% dei voti. Era ancora molto diffusa nel popolo dello stato spagnolo la consapevolezza (peraltro molto fondata) delle responsabilità degli Stati uniti nel sostegno alla dittatura franchista.

    Naturalmente questo vertice (i vertici della NATO si svolgono con cadenza quasi annuale) sarà dominato dalla vicenda ucraina e da come affrontare le sue conseguenze.

    Già nel 1997 un vertice della NATO si era svolto a Madrid ed era stato dominato dalla discussione sull’allargamento verso Est, con uno scontro tra i rappresentanti dei paesi membri tra due scuole di pensiero, quella dell’allora presidente Clinton e dell’eminenza grigia della politica estera “democratica” Zbigniew Brzezinski favorevole a sfruttare il momento favorevole per raggiungere il massimo di espansione verso oriente e quella più prudente che, usando una terminologia in voga in queste settimane, voleva evitare di “umiliare la Russia”.

    Il vertice di Madrid del 1997 si concluse con l’invito a Ungheria, Polonia e Repubblica Ceca ad aderire all’Alleanza, adesione che si perfezionò nel 1999 durante il vertice di Washington svoltosi in coincidenza con il 50° anniversario della fondazione della NATO.

    E non va dimenticato il successivo allargamento della NATO nel 2004 ad altri sette paesi dell’Europa dell’Est, tra cui i tre stati baltici (ex URSS), cosa che ha legittimato ancor di più agli occhi dell’opinione pubblica russa la politica revanscista e aggressiva putiniana.

    E a legittimarla, cioè a rendere irrilevanti le istituzioni internazionali agli occhi dell’opinione pubblica mondiale, sono anche state tutte le recenti iniziative militari degli USA e dei loro alleati: il bombardamento della Jugoslavia, l’invasione dell’Afghanistan del 2001 e duella dell’Iraq nel 2003, tutte svolte in assenza di qualunque autorizzazione del Consiglio di sicurezza dell’ONU.

    Purtroppo il comportamento della Russia, soprattutto dopo l’avvento al potere di Vladimir Putin, con l’intervento in Georgia nel 2008 e, successivamente con l’annessione della Crimea e con il sostegno diretto ai separatisti del Donbass, dette nuova forza alle posizioni più oltranziste.

    Naturalmente, l’ “operazione militare speciale” in corso in questi mesi in Ucraina ha rafforzato ulteriormente quelle posizioni, tacitando brutalmente i richiami alla prudenza (che, a causa del disastro afghano avevano ripreso forza fino a qualche mese fa) e unificando automaticamente l’alleanza dietro gli Stati uniti e la loro voglia di ritrovare un ruolo egemonico.

    E il nuovo vertice NATO di Madrid segnerà un altro passo avanti nella messa a punto di un “nuovo ruolo” della NATO, non più residuale rispetto a quello della sua fondazione in senso anticomunista di 73 anni fa. Naturalmente l’allargamento verso Est proseguirà, con candidature del tutto inattese fino a poche settimane fa, come quelle della Finlandia e della Svezia, scosse nel loro storico neutralismo dalla guerra ucraina. Vedremo se l’opposizione turca a queste candidature (motivata dall’irritazione di Erdogan per l’ospitalità che i due paesi scandinavi offrono ai rifugiati curdi) arriverà a porre il veto. Si tratterebbe di un allargamento parecchio significativo perché allungherebbe di oltre 1.000 chilometri il confine NATO-Russia.

    Ma le decisioni che verranno ufficializzate domani e dopodomani a Madrid saranno di portata ancora più rilevante e più insidiose. Come abbiamo detto, dopo lo scioglimento dell’URSS e la reintroduzione in Russia e in tutto l’Est Europa del capitalismo (peraltro nelle forme ultraliberiste più in voga in questi decenni), la “ragion d’essere” fondativa della NATO era venuta meno. Ma qualunque ipotesi di scioglimento dell’Alleanza atlantica avrebbe contribuito ad accentuare il radicale appannamento del ruolo egemonico degli USA, provocato negli anni dalle sconfitte militari, dal suo declino economico, dall’emergere di altre potenze più o meno concorrenziali con gli USA (in particolare la Cina da un lato e l’Unione europea dall’altro). Così le diverse amministrazioni statunitensi, sia quelle “democratiche” di Clinton e di Obama sia quelle dei due Bush (con Trump il discorso fu diverso), prospettarono una vera e propria rifondazione qualitativa della NATO e delle sue finalità, tale da supportare un rinnovato ruolo centrale degli USA, attraverso la sua trasformazione in un’ “organizzazione di sicurezza” e una progressiva ridefinizione dei confini di sua competenza.

    Nel 1994 la NATO fonda la Combined Joined Task Force, per poter effettuare missioni fuori area ad hoc con gli strumenti militari necessari, riforma i comandi militari e rende operativa la Partnership For Peace (Pfp), una sorta di anticamera per l’adesione di nuovi membri. La Russia firmò subito il documento quadro della Pfp, tanto da far pensare a tutti i commentatori che l’ingresso di Mosca nella NATO fosse imminente.
    Ma la politica delle due ex superpotenze fece sì che quell’idillio fosse breve e fuggevole. Le relazioni tra Mosca e Washington si deteriorarono rapidamente, fino alla crisi generale che si innescò nel 2014 con il pretesto dell’operazione Crimea, che offrì agli USA l’occasione per scatenare contro Mosca il primo “pacchetto” di sanzioni.

    Così il vertice di Madrid segnerà il coinvolgimento diretto della NATO nell’ostilità USA verso la Cina, con una netta ridefinizione dell’area di pertinenza originaria dell’alleanza, il cui trattato costitutivo limita ancora al “territorio di una qualsiasi delle Parti in Europa o nell’America settentrionale, nei dipartimenti algerini della Francia, nel territorio o nelle isole sotto la giurisdizione di una qualsiasi delle Parti nell’area dell’Atlantico settentrionale a nord del Tropico del Cancro”. Naturalmente quella delimitazione è stata di fatto clamorosamente estesa già nella pratica, con gli interventi prima nei Balcani, e poi ancor più lontano dalla sua area originaria, in Afghanistan.

    Ma ora la cosa sarà “ufficializzata” visto che al vertice di Madrid parteciperanno formalmente il Giappone, l’Australia, la Nuova Zelanda e la Corea del Sud, come “partner” della NATO nell’area del Pacifico, in funzione esplicitamente anticinese. Sappiamo bene che quei quattro paesi sono da sempre alleati degli USA e degli imperialismi “occidentali”. Ma il disegno è chiaro. Nel quadro di una globalizzazione dello scontro interimperialistico ancora più spinta, il progetto è quello di consolidare e semplificare le alleanze contrapponendole unite alla Russia e alla Cina.

    Naturalmente il banco di prova asiatico nell’immediato sarà il destino di Taiwan.

    L’avventura ucraina di Putin ha tacitato di fronte all’oltranzismo di Washington le già deboli resistenze europee che si basavano sull’idea di una parziale collaborazione economica con la Cina. Invece, la politica di Biden e della sua amministrazione spingerà Pechino a consolidare ancor di più il suo asse con Mosca.

    Per fugare le residue perplessità europee, il vertice di Madrid proporrà di includere nella road map verso la “nuova NATO” anche la la difesa della “sovranità e dell’integrità territoriale” dei paesi alleati, una preoccupazione molto sentita dai paesi che hanno ancora residui coloniali extraeuropei, come ad esempio le enclave spagnole di Ceuta e Melilla, che sono state tragicamente alla ribalta della cronaca pochi giorni fa. A sostenere questa pretesa saranno le argomentazioni che indicano i pericoli che provengono in Africa e in Medio Oriente dalle cellule residue dell’ISIS e di Al Qaeda. Ma per gli USA questa estensione costituisce un altro messaggio alla Russia. La NATO avverte Vladimir Putin che considererà casus belli qualsiasi incursione russa su un centimetro di suolo “alleato”, come ha solennemente annunciato il segretario Jens Stoltenberg.

    Il vertice risponderà anche alle pressioni dei paesi più a ridosso della Federazione russa che vogliono che si trasformino in “brigate” (composte mediamente da 3.500 unità ciascuna) gli attuali “gruppi tattici” schierati nelle repubbliche baltiche, in Polonia, in Slovacchia, in Ungheria, in Romania e in Bulgaria. I paesi dell’Europa occidentale preferirebbero l’attuale dispiegamento. Il nodo è se passare da una presenza militare simbolica a una presenza militare più massiccia, permanente e molto più costosa.

    L’altra questione sul tappeto è altrettanto concreta. Finora l’Alleanza funziona attraverso i contributi degli stati membri pari a 2,5 miliardi di dollari annui. Jens Stoltenberg spinge nella direzione un aumento sostanziale di questo importo, che consentirebbe di agire in caso di emergenza senza aspettare i contributi nazionali. Sembra che le pretese della NATO siano ingenti, tali da raggiungere entro 10 anni l’obiettivo di 30 miliardi di dollari. La Francia ed altri paesi europei si sono finora espressi in modo contrario. Peraltro questo superfinanziamento della NATO sarebbe alternativo all’obiettivo che da sempre persegue l’imperialismo europeo di costruire un esercito comune affidato al comando UE.

    E’ inoltre del tutto certo che il vertice confermerà l’obiettivo fissato al vertice del Galles del 2014 di imporre a tutti i paesi aderenti di portare le proprie spese militari al 2% del PIL, zittendo tutte quelle timide opposizioni che si esprimono nella politica di vari paesi, come il Italia da parte di Giuseppe Conte, portavoce del movimento 5 stelle, o in Spagna da parte dei ministri che fanno capo a Unidas Podemos.

    Naturalmente il contesto della guerra in Ucraina costituirà un potente argomento per i disegni di Jens Stoltenberg e di Joe Biden e per far prevalere la linea oltranzista.

  • Marocco, massacro alla frontiera

    Marocco, massacro alla frontiera

    Corrispondenza di Marco Sbandi, 26 giugno 2022

    Che cosa è successo alla frontiera di Melilla?

    Nella notte tra giovedì 23 e venerdì 24 giugno, una folla di migranti si era radunata nei boschi ad ovest di Melilla, una dei tre tristi residui del colonialismo spagnolo in Africa. Il numero di migranti effettivamente riunitosi non è certo (si parla di 2000 migranti) e nemmeno quello dei migranti che avrebbero cercato di scavalcare la barriera di separazione tra il territorio marocchino e quello spagnolo (si parla di 500 migranti che avrebbero tentato la scalata).

    I migranti sarebbero tutti provenienti da 3 paesi dell’Africa Sub-Sahariana: Burkina Faso, Senegal, Sudan. Le autorità locali avrebbero dato in anticipo l’allarme sulla massa di migranti che si era riunita nei boschi. In quella zona la presenza di gruppi di migranti in attesa del momento migliore per tentare lo sconfinamento è costante ed è costantemente repressa con grande violenza dalle forze di sicurezza marocchine. Gli arrestati vengono deportati in province lontane dalla frontiera con Melilla: sia ad est della catena montuosa dell’Atlante che a sud di questa. Alle centinaia di migranti accampati vengono sottratti telefoni cellulari, bagagli, coperte, e ogni sorta di bene precario possano avere con sé. Le cronache del tentativo di scalata di qualche giorno fa sono la reazione scomposta delle autorità e della stampa alla denuncia pubblica fatta su vari media e sulla rete dall’Association Marocaine des Droits Humains (AMDH) di Nador.

    I media marocchini parlano di attacco violento, di vittime tra le forze dell’ordine, di assalto alla città di Melilla, cercando di presentare queste persone in cerca di vita migliore, o di sopravvivenza, come dei gruppi di terroristi che cercano di invadere l’Europa: dato che Melilla e Sebta (Ceuta) sono territorio spagnolo sono dunque territorio UE, e costituiscono quindi una porta per l’Europa. Nel tentativo di scalata effettuato forse da 500 migranti sui 2000 – ma non è chiaro quale sia stata la sorte degli altri radunati nei boschi – almeno 23 migranti sarebbero morti caduti dall’alto della barriera a causa delle violente scosse date alla stessa dalle forze di sicurezza marocchine. Un massacro inaudito e senza attenuanti, che le forze di sicurezza hanno cercato di giustificare solo per le barriere difensive costruite dai migranti per frenare l’assalto dei gendarmi. Evidentemente per loro la migrazione clandestina va punita con la morte. 

    Le autorità marocchine denunciano l’assalto, mentre il governo spagnolo e il presidente Sanchez fingono addirittura di non sapere cosa è accaduto e denunciano operazioni della mafia del commercio di esseri umani. L’ AMDH rivela che le autorità marocchine hanno preparato 21 tombe nel cimitero di Sidi Salem senza nessuna identificazione dei corpi, né autopsia per accertare la causa della morte, né inchiesta per scoprire le responsabilità di quelle morti. Il Marocco e l’Europa trattano i migranti sub-sahariani come pedine, da usare e gettare.

    L’AMDH denuncia che la polizia marocchina sta interrogando e arrestando decine di migranti scampati al massacro. Intanto, sempre su iniziativa dell’AMDH, numerose organizzazioni internazionali per i diritti umani hanno sottoscritto una dichiarazione comune di denuncia.

    Il contesto in cui si svolgono i fatti 

    Il Regno del Marocco ha occupato fin dagli anni 70 il territorio della Repubblica Democratica Araba dei Sahrawi poco dopo che il Fronte Polisario ne aveva decretato la costituzione al momento del ritiro dei colonialisti spagnoli. L’occupazione marocchina si è notevolmente appesantita negli ultimi anni e il regno marocchino fa da anni forti pressioni economiche e diplomatiche internazionali perché sia riconosciuta come legale da un crescente numero di stati e da parte dell’ONU. Il Marocco ritiene che quel territorio, occupato dalla Spagna in epoca coloniale, sia suo in base ad un solo evento storico: la missione militare contro il regno Songhai conclusasi nel XVI secolo con un’effimera occupazione del regno e delle aree sahariane tra il Marocco e il Mali durata meno di 50 anni. Con questa logica l’Italia potrebbe rivendicare come propri tutti i paesi occupati per secoli dall’impero Romano. 

    Perché l’occupazione del Sahara ha a che fare con il massacro dei migranti? Il Marocco usa la pressione migratoria come ulteriore arma di ricatto nei confronti della Spagna e della UE. In sostanza: “se non riconoscete la sovranità marocchina sul Sahara, smettiamo di frenare la avanzata migratoria”. Questa minaccia è rivolta in primo luogo alla Spagna, paese confinante con il Marocco tramite le enclaves di Ceuta e Melilla, ma anche per la presenza delle Canarie (pure possedimento spagnolo), e in secondo luogo alla Francia, prima forza militare nella Africa occidentale e occupante coloniale storica sia del Marocco che dell’Algeria. L’Algeria, da parte sua, sostiene i Saharawi perché ospita nel suo territorio buona parte dei profughi scappati dal Sahara occidentale di fronte all’occupazione marocchina. 

    Dunque quando Sanchez accusa le mafie, cerca di non irritare le autorità marocchine prendendosela con ignoti. Che la adunata di massa possa essere stata organizzata da gruppi mafiosi è pure possibile, ma la scelta dell’emigrazione clandestina è causata dalle politiche migratorie dell’UE e dei singoli stati che ne fanno parte. 

    Da anni, con vari pretesti (terrorismo, covid, ecc.) i paesi europei stanno riducendo drasticamente il numero di visti concessi legalmente. Per richiedere un visto bisogna portare certificati e documenti che necessitano di tempo e soldi: file agli uffici, soldi per le traduzioni. E, mentre si attende l’appuntamento, il tempo passa, i certificati scadono e bisogna ricominciare da capo. Oltre ai soldi necessari per le traduzioni (anche centinaia o anche migliaia di dirhams) e a quelli persi per le file non andando al lavoro, ci sono quelli dovuti alla società che fa da tramite con i consolati (una vera truffa legalizzata) e alle lungaggini dei consolati per ottenere il visto. Se il visto viene rifiutato, la persona che lo ha chiesto ha perso questa cifra, più quella delle giornate lavorative perse (per andare a fare le file), senza poter recuperare nulla e con il precedente negativo del rifiuto. 

    Non è allora strano che molti scelgano la soluzione ben più rischiosa della emigrazione clandestina, per mare, verso le Canarie o verso Melilla. I migranti che sono riusciti in questa impresa vengono considerati come una sorta di eroi in Africa (Marocco compreso). I morti in mare però sono migliaia, a causa di mezzi di trasporto del tutto inadeguati alla forza del mare e alla distanza, del cinismo degli organizzatori (dei veri Caronte per conto della UE), dell’ignoranza dei migranti rispetto alle condizioni di viaggio e alla meta reale di destinazione. 

    Si potrebbe pensare che la molto parziale riuscita dei tentativi di superamento delle barriere rappresenti il fallimento delle politiche UE contro i migranti, ma la realtà è diversa: la riduzione dei visti, la persecuzione dei migranti, la costrizione a viaggi pericolosI, i salvataggi in mare (quando ci sono), i lager destinati agli arrivati in Europa servono a intimorire i migranti e a renderli disposti a qualsiasi trattamento nel caso riescano ad arrivare in Europa. 

    L’arrivo in Europa sani e salvi è diventato il premio di una lotteria, e per tenersi questo premio i migranti che trovano un lavoro sono disposti a farsi pagare cifre irrisorie, anche perché il padrone può sempre minacciare la denuncia alla questura più vicina per clandestinità. E qui bisogna sottolineare un’altra manovra tutt’altro che casuale da parte dei governi: il tempo e i documenti che occorrono per avere un permesso di soggiorno e per rinnovarlo. Tempi che vengono pericolosamente sottratti ad un lavoro (se la persona migrante lo ha). Così si instaura una catena di ostacoli che si auto-alimenta: difficoltà di trovare casa, difficoltà di trovare lavoro, scadenza dei documenti e del permesso, perdita della casa e perdita del lavoro. Una catena che crea precarietà e quindi ricattabilità, ovvero una catena al servizio del padronato emerso e di quello sommerso. 

    Anche per quanto riguarda i “minori non accompagnati” ci sono interventi delle questure (ovviamente su istigazione dei governi) che creano problemi invece di risolverne. Le questure infatti non disdegnano di minacciare le famiglie migranti di denunciare i minori come “minori non accompagnati” approfittando ancora una volta della montagna di documenti da presentare e dei tempi necessari per ottenerli nel paese d’origine o presso i consolati. Insomma l’immigrazione ufficiale presenta continue messe in discussione di uno status di abitanti e cittadini che dovrebbe essere legittimo e invece diventa un percorso costellato di infiniti ostacoli. 

    Queste trappole servono ad evitare l’invasione? 

    Non è un caso che molti governi siano ostili allo insegnamento della geografia nelle scuole pubbliche (come alla stessa esistenza di scuole pubbliche): l’ignoranza porta la maggioranza della popolazione italiana, ma anche quelle spagnola e francese, a credere che l’Africa sia un continente quasi vuoto, dal quale tutti cercano di migrare. Questa tesi ovviamente riprende gli argomenti con i quali si giustificavano le occupazioni coloniali, cioè con la frottola che si trattasse di immense aree disabitate che gli europei dovevano solo andare ad occupare e far fruttare. Migliaia di contadini e braccianti italiani sono stati mandati in Libia alla ricerca del “posto al sole” come se là non vi fossero abitanti. E dunque il colonialismo europeo ha sottratto ai paesi africani risorse (terre agricole, giacimenti di pietre e metalli preziosi, poi anche di gas e petrolio) e generazioni di persone che hanno dovuto abbandonare il proprio paese per andare a farsi sfruttare dai padroni europei in Europa. Esattamente com’è successo anche a generazioni di meridionali e isolani italiani costretti ad arricchire i padroni del nord.

    Solo la rivoluzione socialista può abbattere questo sistema di mercificazione della vita umana che si chiama capitalismo.

  • Prostituzione, violenza o lavoro?

    Prostituzione, violenza o lavoro?

    di Giovanna Russo

    1. Una nuova disciplina per un mercato sempre più redditizio

    La prostituzione è una questione complessa intrinsecamente legata alle diseguaglianze di genere. In Italia nel secondo dopoguerra la legge Merlin, alla conclusione di una lunga battaglia parlamentare (1), abolì le case chiuse, mediante le quali lo Stato autorizzava e controllava lo sfruttamento sessuale delle donne, e stabilì di non punire né la vendita né l’acquisto delle prestazioni sessuali ma di sanzionare le condotte collaterali (lenocinio, favoreggiamento, adescamento, ecc.).  Il suo modello normativo “abolizionista” si basava sull’idea che lo Stato non dovesse criminalizzare le donne cadute nella trappola della prostituzione ma che dovesse contrastare l’organizzazione di un fenomeno, ritenuto ineliminabile, per poterne almeno contenere l’ampiezza (2). 

    Attualmente nell’agenda parlamentare italiana sono iscritte diverse proposte di legge di modifica della legge Merlin, che mostrano di che tenore sia il dibattito presente in materia di prostituzione e quali siano i suoi riferimenti ad una realtà sociale in continua evoluzione. Alcune proposte mirano a riconoscere e regolamentare il fiorente mercato dei servizi sessuali, altre intendono, invece, combattere il fenomeno sanzionando non solo gli sfruttatori e i trafficanti ma anche il cliente, in quanto partecipe di una forma di violenza sulla prostituta (3).  Un’analoga contrapposizione si riscontra in altri Paesi europei, alcuni dei quali (Austria, Germania, Paesi Bassi, Svizzera, Grecia, Ungheria e Lettonia) hanno già legalizzato la prostituzione circoscrivendone l’esercizio alle case di tolleranza o quartieri a luci rosse; altri, invece, (Svezia, Islanda, Norvegia e Irlanda del Nord) hanno introdotto il reato di acquisto di servizi sessuali, con il cosiddetto “modello nordico”. Questo modello è raccomandato dalla Risoluzione del Parlamento Europeo 2013/2103 (INI) su “Sfruttamento sessuale e prostituzione e loro conseguenze per la parità di genere”, approvata il 26 febbraio 2014, che sta trovando diffusione in altri Paesi.

    In Italia la pressione sociale per regolamentare quella che viene vista come professione liberamente scelta, è molto forte. Le ordinanze di sindaci per allontanare le prostitute appellandosi alla difesa del “decoro urbano”, le proposte di creazione di uno zoning cittadino a luci rosse sul modello degli Stati più permissivi, l’idea di creare registri per l’iscrizione professionale delle prostitute, le promesse di esponenti politici, generalmente di destra, di adoperarsi per la riapertura delle case chiuse ammiccando implicitamente a nuovi investimenti in un lucroso settore di attività, prendono a pretesto la necessità dei controlli sanitari, della tassazione fiscale e addirittura la tesi che la legalizzazione possa migliorare le condizioni di lavoro delle prostitute, difendendole dalla criminalità organizzata: ma le  inchieste sulle esperienze  degli Stati  che hanno  liberalizzato  il  business  della prostituzione  mostrano  risultati completamente diversi sia sul piano della condizione soggettiva delle donne, sia su quello del legame stretto tra prostituzione e tratta internazionale gestita dalla criminalità organizzata (4).

    La questione rappresenta un nodo critico anche nel mondo femminista. Sono nati collettivi di prostitute che si sentono imprenditrici di se stesse, rivendicano la dignità e il riconoscimento di quello che considerano una forma volontaria di lavoro, chiedendo tutele da parte dello Stato e garanzie di diritti (5); di conseguenza si è aperto – più che un dibattito – uno scontro tra gruppi femministi che appoggiano le rivendicazioni dei collettivi in nome dell’autodeterminazione delle donne, ed altri che pensano che la prostituzione rappresenti sempre e comunque una manifestazione estrema di violenza di genere, intrinsecamente indotta dalla subordinazione patriarcale. Le tesi contrapposte vengono espresse solitamente con toni ultimativi, le differenze si dimostrano insanabili (6): chi pensa che la prostituzione non possa essere frutto di una libera scelta, viene accusata di moralismo e di vecchiume ideologico, mentre chi sostiene le richieste delle cosiddette sex workers (7) é accusata di rendersi complice del sistema patriarcale e di danneggiare le altre donne confermando l’idea che il corpo femminile sia una fonte, sempre disponibile, di intrattenimento maschile.  

    La prostituzione nella società contemporanea è certo un fenomeno multiforme, dai confini spesso sfuggenti e diverse implicazioni identitarie che le letture semplificatorie non aiutano a decifrare. Proviamo a fare qualche considerazione, per quanto sicuramente non esaustiva (8), mettendo a fuoco l’oggettiva dimensione del mercato dello scambio “sesso-denaro”, l’evoluzione delle sue forme e le relazioni globali entro cui prende forma la vendita della merce donna nell’epoca contemporanea, con l’obiettivo di aprire uno spazio di analisi e di discussione che investa la riflessone politica più ampia  

    2. Valore e struttura dei mercati del sesso

    La prostituzione è la terza industria illegale del mondo per fatturato, dopo quella delle armi e della droga.
    Se l’economia internazionale è in affanno per le crisi economiche, sanitarie, ambientali ed ora anche militari, i mercati del sesso non mostrano affatto segnali di recessione e, anzi, tendono all’espansione. 

    Per quanto sia difficile indagare questo tipo di business, per le fonti informative poco stabili e spesso distorte che lo caratterizzano, l’Istat stima che in Italia la spesa per i servizi sessuali a pagamento nel 2019 (prima del covid) ammontava a 4,7 miliardi di euro di consumi finali, con  4 miliardi di valore aggiunto (detratte, cioè, le spese di realizzazione) (9). Il business si è mantenuto mediamente stabile nel quadriennio 2016-2019, con una crescita media annua dello 0,8 per cento. Con l’arrivo del coronavirus, il mercato non ha subito contrazioni ma ha registrato una modifica nella tipologia delle prestazioni: se la prostituzione in strada si è fermata durante il lockdown, in cambio è aumentato il ricorso alle webcam  (+60% rispetto al 2019) con lo sviluppo degli annunci pubblicati sul web ed è cresciuta fortemente la quota di prostituzione indoor. Sebbene diversi casi di attività individuale indipendente in questa fase abbiano subito un rallentamento, complessivamente il valore del mercato non ha subito ribassi, la domanda é rimasta sempre attiva sollecitando l’offerta a superare i limiti imposti dalle circostanze. 

    Al momento dell’approvazione della legge Merlin, le “case chiuse” erano 560 e ospitavano circa 2.700 prostitute; nelle condizioni materiali dell’epoca la prostituzione non generava un rilevante giro di affari.  Oggi l’attività è svolta da 90mila operatrici stabili, di cui il 55% di straniere provenienti principalmente dai paesi dell’Europa dell’Est e dall’Africa, il 10% minorenne, alle quali bisogna aggiungere almeno 20mila precarie, casalinghe o studentesse che vendono prestazioni sessuali per coprire spese occasionali (affitti, bollette, abbigliamento ecc.). Il mercato é alimentato da una domanda di circa 3 milioni di consumatori; le tariffe sono fortemente variabili: dai pochi euro per una videochiamata a luci rosse ai 500 euro ad ora per le escort che offrono servizi più esclusivi (10). Inoltre i processi di globalizzazione e l’accrescersi della frammentazione sociale all’interno delle stesse società occidentali, hanno indotto un’esplosiva moltiplicazione dei luoghi e delle forme di vendita del sesso: si dovrebbe più adeguatamente parlare di “prostituzioni”, come fenomeno non omogeneo e articolato su più livelli. L’attività si svolge, oltre che in strada o nei classici appartamenti, nei più diversi luoghi, dai ristoranti ai club e ai centri massaggi, dai locali a luci rosse agli alberghi ad ore ecc.; le nuove tecnologie hanno consentito la nascita delle videocassette hard, delle webcam, delle chat erotiche e dei siti porno (11).  Ne derivano fondamentali differenze di condizioni tra le donne che esercitano la prostituzione. 

    Il segmento maggioritario è costituito da donne e ragazze vittime della tratta, reclutate da individui o gruppi criminali nella disparità crescente tra le aree del pianeta, spinte del bisogno economico, dalla ricerca di occasioni di vita migliori, dall’inganno di una promessa di lavoro seguita poi da richieste di pagamenti esorbitanti per superare le frontiere della “fortezza Europa” erette contro gli immigrati, e per sfuggire all’espulsione (12). Complici le politiche nazionali securitarie, le donne, prive dei requisiti richiesti per il permesso di soggiorno, non possono sfuggire ai brutali ricatti di una violenza che si traduce in uno sfruttamento ai confini con la riduzione in schiavitù. 

    La Fondation Scelles, che pubblica rapporti mondiali sulla prostituzione, alcuni anni fa stimava che la tratta a scopo di sfruttamento sessuale investe da 40 a 42 milioni di  persone nel mondo (0,6%  della  popolazione), al 90  %  sotto il controllo di uno sfruttatore. Su 10 vittime della tratta 5 sono donne adulte, 2 ragazze, il resto maschi adulti e minori. Il numero di bambine e bambini è crescente. Il giro globale di affari si aggira intorno a 186 miliardi di dollari all’anno (13). Questa massa immigrata, che ha bisogno di essere continuamente rinnovata per sostituire le persone logorate dalla violenza degli abusi continui,  ha cambiato il quadro tradizionale della prostituzione: per dirla con Monica Massari, l’immagine classica della prostituta, una volta conosciuta con il suo nome, legata ad un luogo, con una storia ed una connotazione specifica, è stata sostituita da una prostituta-massa senza nome né storia : le Albanesi, le Romene, le Nigeriane… corpi usa e getta, di scarso valore, inferiorizzati dal ruolo e dalle rappresentazioni razziste (14).

    Condizioni di lavoro assai simili riguardano anche le autoctone, generalmente appartenenti agli strati sociali più marginali, che si trovano coinvolte in una storia di prostituzione per mancanza di alternative in un contesto di vita di grave disagio economico e sociale, di personale fragilità socio-relazionale, di tossicodipendenza. Le testimonianze delle poche che riescono ad uscire dalla rete parlano di gravi ricadute sulla salute, per le patologie connesse all’abuso di alcool e sostanze stupefacenti, malattie, aborti non sicuri, e di gravi disturbi psichici da stress post-traumatico: la stessa classe di trauma di cui soffrono le vittime di tortura o di guerra.

    Difficile in questi casi parlare di libera scelta e autodeterminazione individuale.

    In altre circostanze, invece, le donne hanno margini di autonomia e di capacità decisionale. Nei mercati del sesso contemporanei sono nate figure di prostituzione ibride, di ambigua collocazione per le dinamiche di origine e le peculiari modalità con cui si realizzano: le escort, ad esempio, possono selezionare i clienti e i contesti più favorevoli, anche di lusso, ed ottenere guadagni considerevoli; le nuove tecnologie mettono in grado di gestire senza intermediari l’offerta di prestazioni sessuali, anche saltuarie o temporanee.  Anche nell’ambito della prostituzione immigrante, a fianco al fenomeno del traffico destinato coercitivamente alla prostituzione, si sono sviluppate correnti di donne adulte e di transessuali che si spostano da un paese all’altro per lavorare con maggiore autonomia nel mercato del sesso (15).

    Le donne occupano posizioni materialmente diverse nella società capitalistica: la prostituzione ne riproduce le disuguaglianze, inscindibile com’è dalla struttura delle relazioni, dalle culture, dalle caratteristiche individuali di partenza che contribuiscono a determinare le traiettorie personali. Di conseguenza un fronte che dovrebbe essere unito contro un ordine sociale che mercifica i rapporti sessuali e assoggetta le donne in un ruolo subalterno e schiavizzante, si divide e la parte (relativamente)  privilegiata chiede la liberalizzazione dell’attività per potervi accedere in modo più favorevole, senza pensare a come si potrebbe riverberare sulla condizione di chi è più sfruttata e più vulnerabile. E’ quello che accade anche in altri casi: per esempio, il tema della gravidanza conto terzi, o utero in affitto, genera le stesse contrapposizioni, per la diversità delle collocazioni di classe, delle storie personali, per la difficoltà a riconoscersi in un’esperienza comune.

    Ma davvero può esserci una scelta libera o la violenza è introiettata così profondamente da non essere più riconosciuta?  

    3. Il lavoro sessuale è un lavoro “come gli altri”? 

    Nello scenario descritto, sembra poco utile ricercare una definizione univoca di fenomeni dalle forme e dalle dinamiche così diverse: piuttosto ci sarebbe bisogno di inquadrarle in una cornice teorica che ne spieghi le relazioni con la struttura sociale, con i modi di produzione e riproduzione, con le modificazioni avvenute nel corso del tempo.

    Qualche sintetica e parziale osservazione in questo senso.

    1. Se nei mercati del sesso le donne si trovano sempre a rappresentare l’offerta e gli uomini sempre la domanda, una spiegazione ci deve essere, a meno che non si ritenga che questa posizione sia iscritta nella natura biologica…  La sciocca affermazione per cui la prostituzione sarebbe “il mestiere più antico del mondo”, naturalizza la sottomissione sessuale come carattere tipico della femminilità e mistifica quello che è, invece, un rapporto di potere. L’agire umano non è guidato da una immodificabile struttura psichica fisicamente connotata, ma dalla realtà modificabile dei rapporti sociali. 

    E’ vero che la prostituzione si è presentata a partire dalle società umane più antiche, ma nella storia sono cambiati il suo significato e la sua funzione, ed è mutata la  logica di intervento da parte del potere politico. La sua nascita risale alla doppia categorizzazione delle donne da parte di un potere patriarcale: da una parte nella famiglia monogamica le mogli e madri della discendenza, nei ruoli della riproduzione biologica e di cura, dall’altra le prostitute a disposizione della sessualità maschile fuori del matrimonio.  Nei secoli si sono susseguite fasi di accettazione  – addirittura di rispetto, nel caso della prostituzione “sacra”, sia maschile che femminile, delle antiche società agricole, ispirata a visioni collegate al rito della fertilità – e fasi di riprovazione morale, di proibizione o di tentativi di regolamentazione, in cui  l’ordine giuridico è intervenuto a garanzia degli equilibri sociali in rapporto alle condizioni materiali e ideali dell’epoca.  Nella società capitalistica, la vendita di servizi sessuali è ancora e sempre prodotto dell’antica diseguaglianza di potere che si coniuga con i principi dell’ordinamento del mercato. 

    2. La legge del capitale che si invera nella pratica dello scambio – servizio sessuale contro denaro –  rimane nascosta, perché il carattere feticista della merce nasconde i rapporti sociali. Scriveva Marx a proposito della merce prodotta dal lavoratore: “Il carattere misterioso della forma-merce consiste nel fatto che la merce riflette le caratteristiche sociali del lavoro dell’uomo come caratteristiche oggettive dei prodotti stessi del lavoro, come proprietà socio-naturali degli oggetti” …

    Anche in questo caso, la merce –  la prestazione sessuale, che è il corpo stesso della prostituta – appare come qualcosa di estraniato e separabile dal proprio sé. Nella prostituzione non si compra un’attività che ha come supporto il corpo (come ogni altra attività manuale o intellettuale), si compra il supporto stesso, un corpo di cui in  quel  momento l’acquirente si  sente  padrone perché ne ha pagato l’uso: ma non é il denaro che crea la merce (l’oggetto sessuale), è l’essere merce che fa sì che un corpo umano possa essere comprato.

     3. La frattura interna al mondo femminista è anche generazionale. Negli anni Settanta del Novecento, il movimento femminista della cosiddetta “seconda ondata” diede vita ad un soggetto di lotta collettivo che rivendicò il diritto di disporre del proprio corpo ma, poiché non cambiarono in profondità i rapporti sociali, l’enorme capacità del capitalismo di recuperare in seguito ciò che ha dovuto in un certo momento concedere, ha capovolto quella rivendicazione in una idea di individualismo consumistico. Il femminismo di nuova generazione, influenzato dal post modernismo, guarda alla condizione individuale senza riferimento ad un’analisi del potere sociale e vede nella prostituzione un lavoro come un altro, che si può scegliere liberamente: tutto è lecito, se è frutto di una “scelta”, come se lo scambio sui mercati del sesso fosse un contratto tra individui uguali, liberi e indipendenti, e non esistessero condizioni economiche, sociali, culturali che riproducono in modo sistemico le diseguaglianze e i diversi ruoli delle donne e degli uomini. 

    Il potere non sempre ha modalità apertamente impositive, può affidarsi alla dinamica del mercato e permettere ad un certo numero di donne di stare in un’area di condizioni relativamente più accettabile, mentre si allarga la riserva di dominio brutale sulla massa delle più sfruttate (16). Divide et impera, come si diceva nell’antichità.

    4. Essere oggetto sessuale è un dato comune alla generalità delle donne, a prescindere dalla loro collocazione nel campo dell’appropriazione sessuale pubblica o in quello del privato familiare, si manifesta nei comportamenti, nel linguaggio, nel modello di sessualità predatoria, nell’idea di possesso fino all’estrema violenza del femminicidio. È questa condizione che deve essere eliminata affinché si elimini il “mestiere” della prostituta. Perciò vediamo i limiti di normative che pure intendono contrastare la legittimità della riduzione delle donne a oggetto sessuale, solleviamo la questione che non è possibile una liberazione che sfugga realmente alle forme patriarcaliste e proprietarie del potere, senza il rilancio di una lotta generale e collettiva contro l’intero ordine sociale imposto della classe dominante, in cui si intrecciano strutturalmente molteplici assi di dominio. Tanto più che oggi, al contrario, vediamo rilanciare il controllo sul corpo delle donne, sul loro potere riproduttivo nell’ambito di una sessualità rigorosamente eterosessuale, un attacco ai diritti di libertà già conquistati, come il diritto all’assistenza e alla gratuità dell’aborto insieme a quello della salute riproduttiva, che le politiche della classe dominante e l’avanzata delle destre nel mondo stanno mettendo pesantemente in discussione.

    La conclusione non può che essere amara. 

    La lotta delle donne potrà andare avanti in maniera unitaria solo se saprà vedere qualcosa di comune per tutte, nonostante la diversa collocazione lungo la catena delle diseguaglianze sociali, senza dimenticare la posizione dei soggetti più vulnerabili, se riuscirà a condividere un’analisi critica radicale della società e dei rapporti strutturali di potere che condizionano la nostra soggettività, dandosi l’obiettivo del capovolgimento del sistema dello sfruttamento e dell’oppressione  …  altrimenti proseguirà secondo strade sempre più separate, soffrendo di una maggiore e dolorosa debolezza.  

    Note

    1) Il disegno di legge fu presentato dalla senatrice Lina Merlin il 16 agosto 1948 e diventò legge dello Stato 10 anni dopo, il 20 febbraio 1958, con il parere contrario dei missini e dei monarchici. Ciò che valse a superare definitivamente le opposizioni parlamentari fu la necessità di ratificare la Convenzione dell’ONU che riteneva la prostituzione e la tratta ai fini di prostituzione «incompatibile con la dignità e il valore delle persone umane» (Preambolo alla Convenzione, 1949). 

    2) Il modello “abolizionista” è espressione di un processo di cambiamento della visione ottocentesca che circondava di disprezzo le meretrici, le riteneva massimo esempio di devianza sociale femminile, rinchiudendole nelle “maisons clauses” di Bonaparte che il Regolamento Cavour diffuse gradualmente in tutta Italia. Cfr. Villa, Renzo 1981, Corbin, Alain 2011.

    3) Sono state presentate numerose proposte di regolamentazione, tra le più annose quella avanzata dieci anni fa da Livia Turco per la riapertura delle case chiuse; tra i disegni di legge recenti basati sull’esempio del modello nordico, le iniziative della senatrice Caterina Bini (PD) e della senatrice Alessandra Maiorino (M5S).

    4) La Risoluzione del Parlamento Europeo 2013/2103 (INI) del 2014 riconosce che la criminalità organizzata svolge un ruolo di rilievo laddove la prostituzione è legale. Cfr. anche “Non sono in vendita”. Prostituzione e tratta. Dossier contro la proposta di regolamentazione della prostituzione in Italia.

    5) In Italia il “Comitato per i diritti civili delle prostitute”, nato a Pordenone nel 1982, ha prodotto i primi discorsi rivendicativi sulla prostituzione come lavoro per chi si prostituisce in condizioni di libertà.

    6) Un episodio per tutti: a Roma, alla Casa internazionale delle donne di Roma, il 12 ott 2017, la presentazione del libro di Rachel Moran, una ex prostituta oggi attivista dei diritti civili, dal titolo Stupro a pagamento. La verità sulla prostituzione, nel quale l’autrice denuncia le vicende di violenza da lei stessa vissute, è stata interrotta dall’irruzione del collettivo Ombre rosse, attivo nella lotta per il riconoscimento delle sex workers come soggettività autodeterminate. Cit. in Abbatecola, Emanuela 2018.

    7) Il termine è stato proposto da Carol Leight alla fine degli anni 1970 in sostituzione di quello stigmatizzante di “prostituta”. Cfr. Leigh, Carol 2004.

    8) In particolare non ci soffermiamo sulla prostituzione maschile e omotransessuale, che è molto meno diffusa di quella femminile ed investe problematiche specifiche.

    9) Istat, Report sull’economia sommersa, 18 ottobre 2021.

    10) Questa informazione in particolare è frutto un’indagine campionaria effettuata dal Codacons in tre grandi città: Milano, Roma e Napoli.

    11) Cfr Massari, Monica 2009.

    12) A proposito di forme di ricatto, nel caso delle Nigeriane, il gruppo più numeroso in Italia, molte ragazze prima di partire vengono sottoposte a un rito vudù nel quale promettono di estinguere il loro debito di viaggio, altrimenti ne andrà la vita dei famigliari.

    13) Fondation SCELLES (2012) Rapport mondial sur l’exploitation sexuelle: La prostitution au cœur du crime organisé; UNODC (United Nations Office on Drags and Crime), Global Report on Trafficking in persons. Havocscope (global black market information) havocscope.com

    14) Cfr. Massari, Monica cit.

    15) Cfr Abbatecola,E. cit.

    16) Cfr. Rudan, Paola 2020

    Bibliografia

    Abbatecola, Emanuela Trans-migrazioni. Lavoro, sfruttamento e violenza di genere nei mercati globali del sesso, Rosenberg & Seller 2018

    Corbin, Alain Les filles de noces. Misère sexuelle et prostitution au XIXe et XXe siècle 

    Faludi, Susan   American Electra: feminism’s ritual matricide», in Harper’s magazine, 10/2010

    Friso, Arianna  La prostituzione nel mondo capitalistico occidentale tra problema morale e questione sociale. Traiettorie, voci, analisi in Balthazar n.1/2020

    Leight, Carol Unrepetant Whore:Collected Works of Scarlot Harlot, Last Gasp,San Francisco 2004

    Massari, Monica The Other and her Body: Migrant Prostitution, Gender Relations and Ethnicity , Cahiers de l’Urmis 2009, on line http://journals.openedition.org/urmis/787

    Parisi, Francesco, Prostituzione: aporie e tabù di un nuovo diritto penale tutorio, Giappichelli 2018

    Pasqualini, Arianna Feminist Sex Wars in Diacronie. Studi di storia contemporanea, disponibile in   https://doi.org/10.4000/diacronie.6742

    Rudan, Paola  Donna. Storia e critica di un concetto polemico, Il Mulino 2020

    Villa, Renzo Sul processo di criminalizzazione della prostituta nell’Ottocento, in Movimento Operaio e Socialista Anno IV (Nuova Serie) n. 3 luglio-settembre 1981

  • Andalusia (Spagna), un’altra elezione

    Andalusia (Spagna), un’altra elezione

    Un po’ all’ombra delle elezioni francesi e delle presidenziali colombiane, domenica 19 giugno si sono svolte anche le elezioni regionali dell’Andalusia, la regione del sud ovest spagnolo, nota per le sue tradiizioni ma anche per la povertà nella quale il centralismo madrilegno l’ha relegata.

    Una caricatura di Teresa Rodriguez

    Le compagne e i compagni di Anticapitalistas (l’organizzazione della Quarta Internazionale nello stato spagnolo) hanno animato, dopo la clamorosa e movimentata rottura con Podemos a seguito della scelta di Podemos di collaborare con il PSOE alla formazione del secondo governo Sanchez, la lista Adelante Andalucía, che si è presentata in tutte le provincie della regione andalusa.

    Adelante Andalucía, si definisce andalucista, femminista, ecosocialista, antineoliberista e democratica. Esiste solo da un anno, per l’esattezza dal 26 giugno 2021, data della sua fondazione a Granada dopo l’espulsione dal Parlamento andaluso delle deputate e dei deputati che avevano scelto di rompere con la coalizione Unidas Podemos a causa dell’inaccettabile alleanza di quest’ultima con il PSOE di Pedro Sanchez. Non va dimenticato che l’offensiva di Podemos contro Adelante Andalucía si è sviluppata proprio nel momento in cui la leader della formazione era impossibilitata ad agire perché in puerperio.

    Adelante Andalucía è stata a lungo estromessa dal parlamento e privata di ogni mezzo di sostentamento materiale, proprio alla vigilia della cruciale campagna elettorale regionale del 2022. Le compagne e i compagni hanno gestito la campagna in maniera militante affrontando la destra del Partido popular (da sempre dominante nella regione) con i suoi tagli e le sue privatizzazioni e smascherando gli ultrà di Vox che, con lo scomposto sostegno di Giorgia Meloni, sta cercando di condizionarlo ancora più a destra.

    I risultati elettorali di Adelante Andalucía, in questo quadro sono stati incoraggianti. I voti raccolti sono stati 167.970, pari al 4,58% dei voti espressi (anche in Andalusia la partecipazione non è stata alta, solo del 58,36%). Le compagne e i compagni fanno notare che nella provincia di Cadice la lista raccogliendo 41.488 voti (pari all’8,04%), pone Adelante Andalucía come primo partito alla sinistra del PSOE. Analoghi risultati sono stati raggiunti nella stessa città di Cadice, a Jerez, a San Fernando, a Puerto Real, a Rota e comuni minori, come Arcos e Ubrique.

    Con i due seggi di deputato conquistati, le compagne e i compagni affermano: “Ci batteremo nel Parlamento andaluso affinché non si verifichino altre chiusure di aziende, affinché la baia di cadice sia reindustrializzata, affinché il porto più importante del Mediterraneo sia collegato alla rete ferroviaria europea, affinché l’Andalusia non debba più vivere di turismo ed esportazioni a basso costo, per difendere i servizi pubblici, la sanità e l’istruzione, affinché i nostri agricoltori abbiano i costi di produzione garantiti e possano guadagnarsi una vita dignitosa, per avere un futuro sostenibile nella nostra terra e per combattere il terrorismo sessista e l’lgtifobia”.

  • Gran Bretagna, grande sciopero dei ferrovieri

    Gran Bretagna, grande sciopero dei ferrovieri
    Il logo della campagna del RMT

    Il sindacato britannico RMT (in esteso National Union of Rail, Maritime and Transport Workers, sindacato nazionale dei lavoratori ferroviari, marittimi e dei trasporti) ha inizia oggi il primo di tre scioperi ferroviari nazionali di un giorno (previsti per oggi 21 e per il 23 e il 25 giugno) e uno sciopero di un giorno nella metropolitana di Londra: è stato il più grande sciopero ferroviario degli ultimi 30 anni. Le lavoratrici e i lavoratosi dell’RMT stanno affrontando un attacco senza precedenti ai propri posti di lavoro, ai propri salari e alle proprie condizioni di vita.

    Sabato 18 giugno, 50.000 persone hanno partecipato a Londra alla manifestazione nazionale del TUC (Trade Union Congress) contro l’enorme aumento del costo della vita. La manifestazione è stata molto tesa e i partecipanti gridavano la loro rabbia nei confronti dei datori di lavoro e del governo conservatore di Boris Johnson.

    Alla manifestazione hanno partecipato tra gli altri migliaia di ferrovieri che, attraverso il sindacato RMT, avevano già indetto tre giorni di sciopero (appunto il 21, 23 e 25 giugno).

    Il sistema ferroviario privatizzato è stato oggetto di profitti da parte degli azionisti che hanno ricevuto un miliardo di sterline tra il 2013 e il 2019. Nel solo 2021, gli operatori ferroviari e degli autobus hanno annunciato un dividendo di 500 milioni di sterline per gli azionisti – e si sono vantati di averne altri in arrivo – dopo aver ricevuto sussidi extra dal governo per gestire i servizi durante il blocco della pandemia. Inoltre il prezzo dei biglietti di viaggio continuano a crescere.

    Il governo, inoltre, sta tagliando 4 miliardi di sterline di finanziamenti per i sistemi di trasporto – 2 miliardi di sterline dalle ferrovie nazionali e 2 miliardi di sterline ai trasporti londinesi.

    Durante la manifestazione del 18 giugno, la RMT ha dichiarato: “Facciamo appello all’intero movimento sindacale e ai lavoratori affinché si mobilitino a favore della RMT e dei nostri membri in questa lotta. L’RMT sosterrà tutti i gruppi di lavoratori che si organizzano e lottano per questi obiettivi e chiediamo campagne congiunte e azioni coordinate per ottenere un accordo migliore per i lavoratori e una società più giusta”.

    Con i tre giorni di sciopero l’RMT rivendica:

    1. Aumenti salariali in linea con l’inflazione
    2. Nessun licenziamento
    3. Nessun attacco alle tutele e alle condizioni di lavoro e di vita

    Ed è solo l’inizio: il governo conservatore sembra felice di questo aumento del costo della vita, di lasciare che l’inflazione divori i salari e il potere d’acquisto di tutte le categorie di lavoratori. Il governo, invece di fare fronte alle conseguenze dell’aumento dell’inflazione, chiede il contenimento dei salari.

    Lo sciopero dei ferrovieri e degli altri addetti ai trasporti, organizzati in un sindacato che conserva, nonostante decenni di liberalismo, una fortissima impronta classista, sembra voler innescare una prova di forza contro il governo e le sue politiche ultraliberali, quasi un po’ come a voler riscattare la dura sconfitta del NUM (il sindacato dei minatori piegato nel 1985 dall’intransigenza neoliberista del governo di Margaret Thatcher).

    E’ una prova di forza che interpella tutte e tutti, in primo luogo le organizzazioni sindacali che però qui in Italia sembrano in tutt’altre faccende affaccendate.

    Come documentazione sul RMT pubblichiamo qui sotto un suo video di propaganda.

  • Francia, sconfitta di Macron, sfondamento dell’estrema destra, ci vuole una sinistra di lotta!

    Francia, sconfitta di Macron, sfondamento dell’estrema destra, ci vuole una sinistra di lotta!

    Comunicato del NPA, 20 giugno 2022

    I risultati del secondo turno delle elezioni legislative sono una sconfitta per l’attuale governo. Con 246 deputati, Macron è infatti lontano dall’ottenere la maggioranza assoluta dei deputati, confermando la sua illegittimità e il suo status di “presidente male eletto”. Le sconfitte di diverse figure dell’area macroniana, da Ferrand (il presidente dell’Assemblea nazionale nella scorsa legislatura, ndt) a Castaner (ex ministro dell’Interno, ndt) passando per Montchalin (ex ministra della Funzione pubblica, ndt), che si uniscono a Blanquer (ex ministro dell’Educazione nazionale, ndt) sconfitto già al primo turno, testimoniano il rifiuto di Macron e dei suoi simili.

    L’area politica macroniana si è indebolita in un contesto di instabilità politica

    La composizione dell’Assemblea nazionale lascia presagire una continuazione e un’amplificazione della situazione di instabilità politica, con una “maggioranza presidenziale” minoritaria incapace di governare da sola. Alla luce delle politiche perseguite durante il suo primo mandato e della campagna radicalmente anti-NUPES tra le due tornate, è senza dubbio alla sua destra che Macron cercherà sostegno, indurendo ulteriormente le sue politiche.

    La crisi democratica continua e si aggrava, con un tasso di astensione molto alto e una significativa distorsione dei voti dovuta al sistema di voto, che non prevede assolutamente alcuna forma di rappresentanza proporzionale. L’astensione è particolarmente marcata tra i giovani e le classi lavoratrici, che hanno provato scarso interesse per una campagna che il governo ha fatto di tutto per rendere impercettibile.

    Contro il pericolo dell’estrema destra, un’impennata a sinistra

    Con 89 deputati, il Rassemblement National ha raggiunto un risultato storico e ha confermato il suo processo di “normalizzazione”, con una presenza concreta in diverse regioni e un passo avanti in altre. Il RN avrà certamente meno parlamentari della sinistra, ma la sua capacità di nuocere sarà notevolmente amplificata. La minaccia fascista è presente e Macron e il governo in carica hanno una pesante responsabilità, attraverso le loro politiche e i loro discorsi, in questo pericoloso fenomeno.

    I punteggi della NUPES nel suo complesso testimoniano l’esistenza di una dinamica significativa e positiva a sinistra. La Francia insoumise ha quadruplicato il suo numero di deputati, il che conferma la presenza di un significativo rifiuto “a sinistra” di Macron e delle politiche neoliberali, e di un’aspirazione a una maggiore giustizia sociale, all’ecologia e alla democrazia, e persino alla speranza di un mondo migliore. Nonostante le nostre critiche alla NUPES, il NPA aveva invitato a votare per i suoi candidati, e quindi ci rallegriamo del fatto che milioni di persone abbiano accolto queste candidature per esprimere la loro rabbia contro Macron votando per una sinistra che rompe con il social-liberalismo.

    Combattere e ricostruire una forza politica anticapitalista

    Da oggi dobbiamo prepararci per le lotte di domani, contando tra l’altro sulle dinamiche militanti generate dalle campagne di alcuni dei candidati NUPES. La sfida è quella di formare o perpetuare collettivi pronti a condurre le prossime battaglie contro il neoliberismo autoritario, a partire dalla difesa delle nostre pensioni, che dovrà essere una lotta unitaria di tutta la sinistra politica e sociale, così come per la difesa e il rilancio dei servizi pubblici.

    In una situazione in cui si afferma il pericolo dell’estrema destra, è urgente costruire strumenti di resistenza e di organizzazione per il nostro campo sociale, anche a livello politico. Abbiamo bisogno di un’ampia forza politica che difenda gli interessi della grande maggioranza della popolazione e la prospettiva di un’altra società, libera dal capitale e dai suoi disastri sociali ed ecologici.

    È tempo di costruire questa sinistra combattiva nei prossimi mesi!