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  • Verso le elezioni: la pace, la guerra… e la Sardegna

    Verso le elezioni: la pace, la guerra… e la Sardegna

    di Fabrizio Ortu

    I programmi delle forze politiche prendono quasi sempre in esame la questione militare, della pace e della guerra, in termini molto generali. E da questo punto di vista il programma di Unione Popolare mette nero su bianco parole che possono essere condivise e che rendono questo cartello l’unico soggetto politico “votabile” alle elezioni politiche del 25 settembre:

    “Operare per il superamento della NATO, per la sovranità nazionale con lo stop ad armi nucleari nel nostro Paese e per sostenere politiche di disarmo a livello globale, opponendosi all’aumento delle spese militari al 2% del PIL e impegnandosi alla progressiva riduzione delle stesse. Firma immediata del trattato di messa al bando delle armi nucleari. L’Italia dovrà essere senza bombe atomiche e promotrice di una conferenza internazionale per il disarmo e la denuclearizzazione dell’Europa. Saremo amici di americani, russi e cinesi, mai più sudditi e subalterni di nessuno”.

    A ben vedere, però, questo punto programmatico mette un po’ di polvere sotto il tappeto. Si fa, infatti, presto a dire “Italia” e “sovranità nazionale”.  Peccato però che lo stato italiano comprenda anche, almeno, una nazione senza stato: la Sardegna.  La nazione sarda non solo non gode del diritto di autodeterminazione (eh sì! La Costituzione non è così “perfetta” come la si vorrebbe considerare), ma è ridotta, dal punto di vista militare, allo stato di piattaforma nel Mediterraneo a disposizione della Nato e dello stato italiano.

    Per fare un solo esempio, e nemmeno il più recente, lo scorso maggio il mare e la terra della Sardegna sono stati utilizzati per una grande esercitazione internazionale durata tre settimane con l’impiego di 4.000 uomini, di 65 navi, caccia e reparti anfibi.  Ennesima aggressione a cui il movimento anticolonialista sardo ha reagito con due manifestazioni nell’arco di pochi giorni, prima a Cagliari e poi a Teulada.  La dimensione dell’esercitazione è stata così descritta dal giornalista del Manifesto, Costantino Cossu, lo scorso 17 maggio:

    Tre settimane di fuoco, con proiettili, bombe e missili lanciati contro litorali di eccezionale pregio naturalistico. Teatro dell’esercitazione, come sempre, i tre principali poligoni militari sardi: Quirra, Capo Frasca e Teulada. Ma stavolta lo schieramento di forze è talmente vasto che la Difesa ha pensato bene di bloccare anche altri siti fuori delle basi permanenti. Un’ordinanza della capitaneria di porto di Cagliari ha infatti vietato l’accesso a diciassette aree a mare, vicino ad alcune delle spiagge più note: Poetto, Villasimius, Cala Pira, Capo Ferrato, Porto Pino, Porto Corallo. Su questi arenili, si legge nell’ordinanza della capitaneria di porto, «sono vietati il transito, la sosta, la navigazione, l’ancoraggio di ogni tipologia di unità navale, comprese quelle da diporto, nonché le immersioni, la balneazione, la pesca ed i mestieri affini».

    E’ proprio così: a esercitazioni in corso, anno dopo anno, tutte le attività marittime sono subordinate alle “grandi manovre”. La Sardegna assume da almeno 60 anni la funzione di palestra e piscina dell’imperialismo occidentale. Qualche dato e riferimento può essere utile a capire meglio la dimensione del fenomeno: l’Isola ospita i 3/5 delle servitù militari italiane per circa 35mila ettari; la occupano il poligono del Salto di Quirra e quello di Teulada, i maggiori poligoni italiani per estensione, e il Poligono Nato di Capo Frasca.  

    La questione dell’occupazione militare della Sardegna (che è anche una questione di colonialismo interno dello “stato Italia”) non trova, però, al momento spazio nei programmi di nessuna forza politica italiana. Eppure appare ineludibile.

  • I banchieri mentono sul finanziamento dei combustibili fossili

    I banchieri mentono sul finanziamento dei combustibili fossili

    di Ian Angus (Climate&Capitalism), basato da materiali forniti da Banking on Climate Chaos di Climate & Capitalism

    Nonostante le loro promesse di tagli, le più grandi banche del mondo stanno pompando trilioni in petrolio, gas e carbone.

    Il 13° rapporto annuale Banking on Climate Chaos mette in evidenza la palese disparità tra gli impegni pubblici sul clima presi dalle più grandi banche del mondo e la realtà del finanziamento dell’industria dei combustibili fossili. Per essere schietti, quando le grandi banche hanno promesso di tagliare i finanziamenti a petrolio, gas e carbone, hanno mentito.

    Nei sei anni dall’adozione dell’Accordo di Parigi (2015-2016), le 60 maggiori banche private del mondo hanno finanziato i combustibili fossili per 4.600 miliardi di dollari, di cui 742 miliardi solo nel 2021. Le cifre del finanziamento dei combustibili fossili del 2021 sono rimaste al di sopra dei livelli del 2016, quando è stato firmato l’accordo di Parigi. Di particolare importanza è la rivelazione che le 60 banche profilate nel rapporto hanno incanalato 185,5 miliardi di dollari solo l’anno scorso nelle 100 aziende che fanno di più per espandere il settore dei combustibili fossili.

    L’analisi globale più completa dei finanziamenti ai combustibili fossili è stata scritta da Rainforest Action Network, BankTrack, Indigenous Environmental Network, Oil Change International, Reclaim Finance, Sierra Club e Urgewald. È appoggiato da più di 500 organizzazioni di più di 50 paesi del mondo.

    I finanziamenti ai combustibili fossili rimangono dominati da quattro banche statunitensi, JPMorgan Chase, Citi, Wells Fargo e Bank of America, che insieme rappresentano un quarto di tutti i finanziamenti ai combustibili fossili identificati negli ultimi sei anni. JPMorgan Chase rimane il peggior finanziatore mondiale del caos climatico, mentre JPMorgan Chase, Wells Fargo, Mizuho, MUFG (Mitsubishi UFJ Financial Group) e cinque banche canadesi hanno aumentato il loro finanziamento ai combustibili fossili dal 2020 al 2021.

    Mentre i mercati globali del petrolio e del gas sono scossi dall’invasione russa dell’Ucraina, i dati rivelano che JPMorgan Chase è il più grande banchiere esaminato in questo rapporto per il suo rapporto con il gigante energetico statale russo Gazprom, sia in termini di totali 2016-2021 che guardando solo l’ultimo anno. JPMorgan Chase ha fornito a Gazprom 1,1 miliardi di dollari in finanziamenti per combustibili fossili nel 2021.

    Il rapporto include una linea temporale che mostra come le banche che hanno aderito alla Net-Zero Banking Alliance (NZBA, parte della Glasgow Financial Alliance for Net Zero) l’anno scorso hanno finanziato simultaneamente alcune delle compagnie petrolifere e del gas in maggiore espansione, contribuendo potenzialmente a bloccare il pianeta in decenni di emissioni che alterano il clima.

    Subito dopo il lancio dell’NZBA, nell’aprile 2021, molte banche firmatarie o in procinto di esserlo si sono impegnate in enormi transazioni che sono andate completamente contro l’obiettivo dello zero netto. Tra questi, a maggio 2021: 10 miliardi di dollari alla Saudi Aramco (Citi, JPMorgan Chase), 1,5 miliardi di dollari alla Abu Dhabi National Oil Co. (Citi); giugno 2021: 12,5 miliardi di dollari a QatarEnergy (Citi, JPMorgan Chase, Bank of America, Goldman Sachs); agosto 2021: 10 miliardi di dollari a ExxonMobil (Citi, JPMorgan Chase, Bank of America, Morgan Stanley). Delle 44 banche in questo rapporto che si sono attualmente impegnate a finanziare emissioni “nette zero” entro il 2050, 27 non hanno ancora una politica significativa di non espansione per tutte le parti dell’industria dei combustibili fossili.

    I principali scienziati del clima del mondo hanno concluso che le riserve di combustibili fossili esistenti contengono inquinamento più che sufficiente per rompere quel che rimane del nostro “budget di carbonio” e per spingere il mondo oltre i 2 gradi Celsius di riscaldamento – per non parlare dell’obiettivo di 1,5 gradi fissato dall’accordo di Parigi – e la catastrofe climatica che ne consegue.

    La nuova Global Oil and Gas Exit List mostra che l’espansione del petrolio e del gas a monte è notevolmente concentrata: le prime 20 compagnie sono responsabili di più della metà dello sviluppo e dell’esplorazione dei combustibili fossili. Banking on Climate Chaos mostra che il sostegno delle banche a queste aziende è anche notevolmente concentrato: i primi dieci banchieri di queste prime 20 aziende sono responsabili del 63% del finanziamento di queste aziende da parte delle grandi banche dopo Parigi. Ognuno di questi dieci banchieri si è impegnato a raggiungere lo zero netto entro il 2050: JPMorgan Chase, Citi, Bank of America, BNP Paribas, HSBC, Barclays, Morgan Stanley, Goldman Sachs, Crédit Agricole, Société Générale.

    Tendenze del settore

    Sabbie bituminose: in modo allarmante, le sabbie bituminose hanno visto un aumento del 51% dei finanziamenti tra il 2020 e il 2021, a 23,3 miliardi di dollari, con il più grande salto proveniente dalle banche canadesi RBC (Royal Bank of Canada) e TD (Toronto-Dominion Bank).

    Petrolio e gas artici: JPMorgan Chase, SMBC Group (Sumitomo Mitsui Financial Group) e Intesa Sanpaolo sono stati i principali banchieri di petrolio e gas artici l’anno scorso. Il settore ha ricevuto 8,2 miliardi di dollari di finanziamenti nel 2021, notando che le politiche che limitano il finanziamento diretto dei progetti non vanno abbastanza lontano.

    Petrolio e gas offshore: L’anno scorso le grandi banche hanno incanalato 52,9 miliardi di dollari nel petrolio e nel gas offshore, con le banche statunitensi City e JPMorgan Chase che hanno fornito la maggior parte dei finanziamenti nel 2021. BNP Paribas è stata la più grande banca di petrolio e gas offshore nei sei anni dall’accordo di Parigi.

    Petrolio e gas per fracking: Il fracking ha visto 62,1 miliardi di dollari di finanziamenti l’anno scorso, dominati dalle banche nordamericane con Wells Fargo in testa, finanziando produttori come Diamondback Energy e compagnie di gasdotti come Kinder Morgan.

    Gas naturale liquefatto (LNG): Morgan Stanley, RBC e Goldman Sachs sono stati i peggiori banchieri del 2021 per LNG, un’industria che si affida alle banche per aiutarla a spingere attraverso una serie di enormi progetti infrastrutturali.

    Miniere di carbone: il finanziamento delle miniere di carbone è guidato dalle banche cinesi, con China Everbright Bank e China CITIC Bank che sono i peggiori finanziatori nel 2021. Le grandi banche hanno fornito 17,4 miliardi di dollari al settore in generale l’anno scorso.

    Coal power (centrale elettrica a carbone): il finanziamento dell’energia da carbone è rimasto praticamente invariato negli ultimi tre anni a circa 44 miliardi di dollari – allarmante dato che l’energia da carbone deve essere eliminata rapidamente in questo decennio e nel prossimo. China Merchants Bank e Ping An Group hanno guidato il finanziamento del settore l’anno scorso.

  • Ucraina, un paese povero alla deriva

    Ucraina, un paese povero alla deriva

    L’Ucraina deve far fronte all’offensiva russa nella peggiore delle situazioni economiche. Dopo l’indipendenza e ancor più dopo il 2014, la storia economica del paese è quella di un impoverimento generalizzato. 

    di Romaric Godin, da mediapart.fr

    In questa nuova crisi, l’Ucraina è una delle economie più deboli in Europa e nello spazio ex sovietico. Una volta il gioiello della corona dell’impero zarista e del regime sovietico (l’operaio modello della propaganda stalinista, Aleksei Stakhanov, era di Dombash), è ora l’ombra del suo passato.

    Nel 1990, il PIL pro capite di quella che era ancora la Repubblica Socialista Ucraina all’interno dell’URSS era di 16.428,5 dollari. Questo era del 24% inferiore a quello della Federazione Russa e del 31% inferiore alla media dell’Europa e dell’Asia centrale, ma del 70% superiore alla media mondiale.

    I risultati a lungo termine sono indiscutibili. Secondo i dati della Banca Mondiale sul PIL pro capite a parità di potere d’acquisto e in dollari del 2017, la storia economica dell’Ucraina dalla fine dell’Unione Sovietica è stata una discesa agli inferi.

    Il cattivo allievo dell’ex URSS

    Trent’anni dopo, nel 2020, questo stesso PIL pro capite ucraino era di soli 12.375,9 dollari, un calo del 25 per cento. Nel frattempo, il livello della Russia è aumentato del 23%, quello dell’Europa Centrale-Asia Centrale del 42% e quello del mondo del 67%. L’Ucraina è stata impoverita e ha sofferto un notevole degrado. Il suo PIL pro capite è ora del 31% al di sotto della media mondiale.

    Il paese è stato superato da ex paesi molto poveri e in conflitto come l’Albania e la Bosnia-Erzegovina. Anche la Bielorussia ha superato l’Ucraina, che nel 2020 aveva un tenore di vita più alto di solo quattro delle 15 ex repubbliche sovietiche: Moldavia, Uzbekistan, Tagikistan e Kirghizistan.

    Un’ultima figura illustra questo disastro e proviene da un recente studio del FMI. L’Ucraina è tra i 18 paesi del mondo il cui PIL pro capite è diminuito nel periodo 1990-2017; è il quinto peggior risultato. L’economia del paese va meglio solo rispetto ad alcuni stati devastati dalla guerra civile endemica durante questo periodo, come la Repubblica Democratica del Congo, lo Yemen e il Burundi.

    La situazione è ancora più terribile se si considera che l’Ucraina ha perso quasi otto milioni di abitanti tra il 1990 e il 2020, da 51,9 milioni a 44,1 milioni. Il calo del PIL totale è quindi vertiginoso, soprattutto perché, a differenza dei paesi citati, l’economia ucraina non è una “piccola” economia. In dollari del 2017 e a parità di potere d’acquisto, il PIL ucraino si è ridotto del 40% in trent’anni.

    Il crollo post-sovietico e le ragioni dell’arretratezza dell’Ucraina

    Come spesso accade, ci sono molte ragioni per questo disastro. La prima ragione è la violenza della transizione post-sovietica. Come la Russia di Boris Yelsin, l’Ucraina degli anni 1990, allora dominata dall’ex apparatchik Leonid Kuchma (primo ministro dal 1992 al 1993 e poi presidente dal 1994 al 2004), ha sperimentato la “dottrina dello shock”. Nel 1994, Kuchma, con il plauso del FMI, eliminò tutti i controlli sui prezzi e lanciò massicce privatizzazioni. L’economia già indebolita è crollata ulteriormente. In Russia, gli oligarchi si sono impadroniti della ricchezza del paese e hanno catturato il flusso di valore verso Cipro e altri paradisi fiscali.

    Il PIL pro capite nel 1998 era del 68% inferiore a quello del 1990, simile a quello che possono sperimentare gli stati che hanno subito una guerra sul loro territorio. È anche un declino più violento di quello subito dalla Russia nello stesso periodo (43%).

    Dopo la crisi del 1998-1999 nei paesi emergenti, i paesi dell’ex URSS hanno vissuto un periodo decennale di ripresa, alimentato dalla domanda esterna di materie prime e, più marginalmente, di prodotti industriali. Anche se il PIL pro capite dell’Ucraina si sta riprendendo, la sua economia non è riuscita a tornare al livello della fine dell’era sovietica. Nel 2008, la Russia ha superato il livello del PIL pro capite del 1990. Ma l’Ucraina era ancora il 17,6 per cento al di sotto di quel livello.

    Che cosa è successo? La prima risposta sta nell’ampiezza dello shock iniziale, che ha distrutto la base produttiva dell’Ucraina e l’ha resa meno capace di beneficiare della ripresa. Secondo la Banca Mondiale, gli investimenti sono scesi da 71,5 miliardi di dollari nel 2015 nel 1990 a 14,8 miliardi di dollari nel 2000 e 36,1 miliardi di dollari nel 2008. La modernizzazione della capacità industriale non è mai avvenuta, e l’Ucraina ha comprensibilmente perso terreno sui mercati mondiali.

    Così, anche se la crescita delle esportazioni in termini di valore è impressionante tra il 2000 e il 2008, a +359,5%, rispetto al 349% per la Russia, il livello di partenza è troppo basso per giustificare il recupero. Soprattutto, questa crescita non è sufficientemente trasmessa alla popolazione. Non è accompagnato da investimenti pubblici, da una maggiore redistribuzione e da una maggiore produttività. Questa è una crescita delle esportazioni basata su bassi salari. Per una crescita di valore paragonabile a quella della Russia, l’Ucraina ha dovuto mostrare quasi il doppio della crescita di volume (+107,2% rispetto al 58,5%).

    Infine, i proventi delle esportazioni sono in gran parte catturati da un’oligarchia che si basa su un alto livello di corruzione. In questo contesto, l’emigrazione sta accelerando, il che ha portato a un declino della popolazione che riduce ulteriormente la crescita del paese e la sua capacità di mobilità verso l’alto. L’Ucraina è invecchiata rapidamente, il che ha influenzato la sua economia aumentando il deficit pubblico e riducendo la capacità produttiva. L’Ucraina è stata poi presa in un circolo vizioso.

    In questa situazione, a partire dal 2004, con la partenza di Leonid Kuchma e la “rivoluzione arancione”, il paese ha cominciato a dubitare del suo modello economico. Il vacillamento tra Europa e Russia che ha caratterizzato gli anni 2004-2014 in Ucraina ha avuto anche un significato economico: dovrebbe rimanere all’interno della sfera di influenza russa e affidarsi al capitalismo clientelare regolato dallo stato o intraprendere una nuova ondata di liberalizzazione per unirsi all’economia europea?

    Questa scelta è stata resa ancora più delicata dal fatto che, se il controllo oligarchico non rendeva il modello russo molto attraente, il crollo del benessere materiale della popolazione rendeva difficile togliere le ultime protezioni (pensioni, prezzi dell’energia regolamentati) come richiesto dal FMI e dalla Commissione Europea.

    Queste esitazioni hanno portato a un’alternanza politica e a una mancanza di alternative che sono state piuttosto dannose in un momento in cui l’economia ucraina è stata colpita duramente dalla crisi del 2008-2009, e poi dalla crisi dell’eurozona e delle materie prime negli anni successivi. La concorrenza internazionale si è intensificata, le opportunità di mercato stanno diventando più scarse, le esportazioni sono di nuovo in calo e l’economia sta affondando. Il livello del PIL pro capite del 2008 (che, va ricordato, è del 17,5% inferiore a quello del 1990) non sarà mai recuperato dall’Ucraina. Nel 2019, era ancora inferiore del 7%.

    Di fronte a questa crisi, i governi dell’epoca non hanno realmente combattuto uno dei punti neri dell’economia ucraina: la corruzione. Nello studio del FMI menzionato sopra, gli autori confrontano l’Ucraina e la Polonia, che erano economie abbastanza comparabili negli anni 90, in termini di “riforme strutturali”. Ciò che è interessante è che, in termini di riforme “economiche”, l’Ucraina non è in ritardo rispetto alla Polonia: secondo i criteri del FMI, sta addirittura facendo “meglio” in termini di liberalizzazione del “mercato del lavoro” e in alcune aree dei mercati finanziari e delle merci. La vera differenza è nella corruzione, nello stato di diritto e nella governance.

    In altre parole, l’Ucraina ha cercato di costruire un modello basato sulla competitività dei costi, mantenendo la cattura del valore da parte dell’oligarchia. Questo modello può solo portare a una serie di fallimenti che bloccano qualsiasi sviluppo, rendendo lo Stato incapace di agire e facendo ricadere il peso dell’aggiustamento sulla popolazione.

    L’economia ucraina dopo Maidan

    È senza dubbio questa impasse che ha scatenato in parte gli eventi di Maidan del 2014. La crisi aperta con la Russia ha portato il paese, in una certa misura, a optare per un ingresso di fatto nel modello europeo. Ha certamente portato maggiore chiarezza, ma le condizioni imposte dal FMI, che è stato dalla parte del paese per anni, non hanno realmente migliorato la situazione. È vero che la crescita è ripresa dopo il 2015, ma, come abbiamo visto, il PIL pro capite non è tornato al livello del 2008, né a quello del 2013. Le prospettive sono quindi desolanti.

    È vero che i governi post-Maidan hanno fatto pochi progressi sulla priorità principale, la lotta alla corruzione. I dati del FMI lo confermano evidenziando quanto, sia in questo settore che nel funzionamento del sistema giudiziario, il divario con la Polonia (che è tutt’altro che esemplare in questo settore) abbia continuato ad aumentare tra il 2013 e il 2018, anche mentre l’Ucraina continuava a liberalizzare il “mercato del lavoro”.

    Lo studio del FMI riconosce che la questione dello stato di diritto è centrale per il futuro sviluppo dell’Ucraina. Senza di essa, il decollo economico non è possibile. Il FMI nota che un sondaggio del 2019 conferma che le tre principali ragioni per cui gli investitori internazionali evitano l’Ucraina sono la corruzione, il sistema giudiziario e “la cattura dello stato da parte dell’oligarchia”.

    Tuttavia, la visione del FMI è, come spesso accade, troppo semplicistica. Il FMI disegna scenari molto ottimistici sulla ripresa della Polonia legati all’attuazione dei suoi piani di riforma strutturale. Ma la situazione ucraina è senza dubbio molto più complessa.

    La prima questione centrale è ovviamente il conflitto con la Russia. La posizione debole dell’Ucraina è un ostacolo per gli investitori stranieri, che senza dubbio temono che i loro mezzi di produzione siano catturati dalle forze filorusse, come è successo nella regione industriale di Dombash. Investire in Ucraina significa spesso mobilitare enormi somme di denaro per costruire uno strumento di produzione, anche se la produttività del lavoro è bassa e le infrastrutture sono insoddisfacenti. Questo tipo di investimento non è molto attraente in nessuna parte del mondo oggi, e l’Ucraina ha poco da offrire in questo settore in termini di redditività.

    Inoltre, il conflitto ostacola la crescita dell’Ucraina privandola delle risorse della Crimea, annessa dalla Russia, e delle due parti occupate del Dombass. Uno studio dell’istituto britannico CEBR ha stimato le perdite cumulative di queste occupazioni a 14,6 miliardi di dollari all’anno, circa il 10% del PIL dell’Ucraina. Aggiungendo l’effetto delle entrate fiscali perse, la distruzione di beni e l’effetto sugli investimenti, il CEBR stima che le perdite annuali del conflitto ammontano a 40 miliardi di dollari, o un quarto del PIL. Tra il 2014 e il 2020, le perdite cumulative sarebbero state pari a 280 miliardi di dollari.

    Anche se questo studio mescola gli effetti, che non sono necessariamente cumulativi, dà un’idea del peso del conflitto sull’economia ucraina. Questo peso applicato a un’economia già indebolita e fragile rende un po’ illusoria la prospettiva di una crescita annuale del 7% grazie alle riforme del FMI.

    È vero che le esportazioni sono rimbalzate dal 2015 (+38% in valore tra allora e il 2019), ma sono ancora lontane dal loro livello del 2012 (-27%). Questa debolezza contribuisce a un deficit commerciale molto grande (il deficit ha raggiunto l’8% del PIL nel 2019), che mette ulteriore pressione sulla valuta locale, la grivna. Dopo il Maidan e il conflitto con la Russia, l’Ucraina ha evitato la bancarotta totale solo per il default sul suo debito con la Russia e rivolgendosi al FMI.

    Dal 2014, il FMI fornisce al governo ucraino il denaro di cui ha bisogno. E mentre non è riuscito a imporre una lotta attiva contro la corruzione, ha imposto l’indipendenza della banca centrale, la NBU, che, per salvaguardare le sue riserve in valuta estera e la stabilità della moneta, mantiene tassi molto alti. Il tasso di base della NBU è dell’8,5%, che è considerevole nel contesto attuale, anche con un tasso di inflazione annuale del 10%.

    Dal 2018, il flusso di credito al settore privato è diminuito. In queste condizioni, è comprensibile che l’investimento delle aziende locali sia una scommessa molto rischiosa in Ucraina. Per non parlare delle famiglie, che devono affrontare tassi vicini al 30%.

    L’altra impresa del FMI è, naturalmente, i tagli alla spesa sociale. Tra il 2014 e il 2020, la spesa sociale è scesa dal 20% al 13% del PIL, mentre la spesa per i salari pubblici ha ristagnato. Con un corpo sociale già gravemente indebolito, tali misure possono solo sforzare ulteriormente l’economia ucraina.

    In altre parole, anche con il FMI al timone, i mali dell’economia ucraina non diminuiscono. La cattura del valore da parte degli oligarchi, indipendentemente dal costo per la popolazione, rimane la norma. Questa cattura rende lo stato largamente incapace di perseguire una politica di sviluppo razionale nell’interesse della sua popolazione. In queste condizioni, il decollo capitalista dell’Ucraina sembra altamente improbabile, anche se non teniamo conto degli eventi attuali.

    La questione agricola

    Ma c’è ancora un’ipotesi da esplorare, come discusso, per esempio, in questo post del blog dello storico americano Adam Tooze, che parte dall’agricoltura. È vero che è uno dei punti di forza del paese. L’Ucraina ha un quarto della terra nera più fertile del mondo ed è stata tradizionalmente uno dei granai d’Europa. Oggi, il paese è soprattutto il primo produttore mondiale di girasole.

    Ma i rendimenti sono molto bassi. Secondo le cifre di Adam Tooze, il valore aggiunto di un ettaro in Ucraina è di 443 dollari, contro i 2.440 dollari della Francia. Per aumentare le esportazioni, è necessario uno shock di produttività agricola in Ucraina. In uno schema piuttosto classico, un tale shock permetterebbe agli investimenti nel resto dell’economia di svilupparsi e mettere il paese su un percorso virtuoso.

    Ma come si può fare? Il FMI e gli economisti ortodossi credono che il problema stia nel sistema di proprietà della terra. L’Ucraina è, insieme alla Bielorussia, l’ultimo paese in Europa dove la vendita di terreni è vietata. Nel 2001 è stata realizzata una riforma agraria che ha assegnato metà della terra del paese a sette milioni di piccoli proprietari in cambio del divieto di vendere, comprare o ipotecare la terra. Questi piccoli agricoltori sviluppano spesso un’economia di sussistenza, affittando parte della loro produzione a grandi proprietari terrieri che si sono impadroniti di terre che sono ancora in mano allo Stato.

    I consulenti occidentali ritengono che la liberalizzazione della proprietà terriera aumenterebbe la produttività agricola concentrando e razionalizzando la produzione. Quando il presidente Volodymyr Zelensky è stato eletto nel 2019, la richiesta del FMI è stata molto chiara a questo proposito e il Fondo ne ha fatto una condizione per continuare gli aiuti. Una legge è stata finalmente approvata dal parlamento ucraino, la Rada, nel marzo 2020.

    Zelensky ha rifiutato di permettere la vendita di terreni agli stranieri, che è molto impopolare nel paese, ma dal 1° luglio 2021 gli ucraini possono vendere e comprare fino a 100 ettari di terreno. Nel 2024, il limite sarà di 10.000 ettari. Allo stesso tempo, un fondo assicurerà che i piccoli agricoltori abbiano un credito sufficiente.

    In realtà questa liberalizzazione porterà alla concentrazione delle terre. Il lato oscuro dell’aumento delle rese agricole è che metterà una parte della popolazione rurale in una situazione molto precaria. Il 14% della popolazione ucraina lavora ancora nell’agricoltura.

    Affinché il decollo capitalista abbia luogo, i rendimenti dovranno essere reinvestiti in altri settori del paese, non nelle banche cipriote o di Singapore. Non c’è alcuna garanzia di questo al momento: lo stato del capitalismo globale rende questi modelli di sviluppo molto incerti e la crisi attuale non fa che rafforzare questa incertezza.

    Con una disoccupazione al 10% e una popolazione già impoverita, senza questo movimento, il disastro sociale è assicurato. Nulla può essere fatto senza che lo Stato recuperi la sua autonomia dagli interessi privati che gli impediscono di perseguire politiche favorevoli al benessere collettivo. Così l’Ucraina non è uscita dall’impasse economica – tutt’altro. E, naturalmente, gli ultimi sviluppi del conflitto con Mosca rendono ogni prospettiva felice ancora più remota.

  • Lenin sull’indipendenza dell’Ucraina

    Lenin sull’indipendenza dell’Ucraina

    A proposito delle più o meno fantasiose ricostruzioni sull’atteggiamento dei rivoluzionari bolscevichi sulla questione ucraina, pubblichiamo alcuni stralci da un articolo di Lenin apparso sulla Pravda del 28 giugno 1917

    […] Nessun democratico, tanto meno un socialista, oserà contestare la piena legittimità delle richieste ucraine. Nessun democratico, allo stesso modo, può negare il diritto dell’Ucraina di separarsi liberamente dalla Russia: è proprio il riconoscimento incondizionato di questo diritto, ed esso solo, che rende possibile la campagna per la libera unione degli ucraini e dei grandi russi, per l’unione volontaria dei due popoli in un unico stato. Solo il riconoscimento senza riserve di questo diritto può effettivamente, per sempre e completamente rompere con il maledetto passato zarista, che ha fatto di tutto per rendere i popoli così vicini tra loro per lingua, territorio, carattere e storia. Lo zarismo maledetto fece dei Grandi Russi i carnefici del popolo ucraino, alimentando sistematicamente l’odio verso coloro che arrivavano a impedire ai bambini ucraini di parlare la loro lingua madre e di studiare in essa.

    La democrazia rivoluzionaria della Russia deve, se vuole essere veramente rivoluzionaria, se vuole essere una vera democrazia, rompere con questo passato, riconquistare per sé e per gli operai e i contadini della Russia la fiducia fraterna degli operai e dei contadini dell’Ucraina. Questo non può essere raggiunto senza riconoscere nella loro integrità i diritti dell’Ucraina, compreso il diritto alla libera separazione.

    Non siamo a favore dei piccoli Stati. Siamo per la più stretta unione dei lavoratori di tutti i paesi contro i capitalisti, dei “loro” capitalisti e di quelli di tutti i paesi in generale. È precisamente per fare di questa unione un’unione liberamente consentita che l’operaio russo, non fidandosi neanche per un minuto né della borghesia russa né di quella ucraina, è attualmente a favore del diritto di separazione dagli ucraini, non volendo imporre loro la sua amicizia, ma conquistare la loro trattandoli da pari, da alleati, da fratelli nella lotta per il socialismo. […]

  • L’opposizione russa contro l’invasione dell’Ucraina

    L’opposizione russa contro l’invasione dell’Ucraina

    di Pjort Sauer e Andrew Roth (da Mosca), da theguardian.com

    Vladimir Putin ha detto che c’era un ampio sostegno pubblico per l’invasione dell’Ucraina annunciata poco prima dell’alba di giovedì 24 febbraio. Ma in serata, migliaia di persone in più di 50 città di tutta la Russia hanno sfidato le minacce della polizia e sono scese nelle piazze centrali a protestare contro la campagna militare.

    Secondo OVD-Info [un progetto mediatico indipendente russo sui diritti umani che mira a combattere la persecuzione politica], la polizia ha effettuato almeno 1.702 arresti in 53 città russe nella serata di giovedì 24 febbraio con un giro di vite sulle manifestazioni non autorizzate. La maggior parte degli arresti ha avuto luogo a Mosca e a San Pietroburgo, dove le folle erano più numerose.

    I dimostranti cantavano “No alla guerra!” mentre si scambiavano reazioni sconcertate per l’attacco in Ucraina.

    A Mosca, Alexander Belov ha detto che pensava che Putin avesse “perso la testa”. “Pensavo che non avremmo mai visto una guerra come questa nel 21° secolo”, ha detto Belov, che è arrivato presto in piazza Pushkinskaya [la nota piazza Pushkin, tradizionale luogo di incontro dell’opposizione] a Mosca per trovarla circondata da furgoni della polizia. “Si scopre che stiamo vivendo nel Medioevo”.

    L’umore a Mosca era scuro e cupo ore dopo l’annuncio di Putin di lanciare la grande offensiva militare contro l’Ucraina. “Sono imbarazzato per il mio paese. Per essere onesto con voi, sono senza parole. La guerra fa sempre paura. Non vogliamo questo”, ha detto Nikita Golubev, un insegnante di 30 anni. “Perché lo stiamo facendo?” La sua rabbia e la sua disperazione erano condivise da molte persone che andavano a lavorare nella centrale via Arbat. Al centro culturale ucraino in fondo alla strada, l’umore era ancora più cupo.

    L’amministratore ucraino ha detto che il centro, che mira a promuovere la lingua, le tradizioni e l’identità di un paese la cui legittimità come stato moderno Vladimir Putin ha negato nel suo discorso di lunedì, sarebbe stato chiuso per il “prossimo periodo”. “Ci stanno bombardando mentre parliamo. Certo che siamo chiusi! Gesù, cosa sta succedendo?” ha gridato l’amministratore, che non ha voluto dare il suo nome.

    C’erano già segni che i russi erano a disagio con la decisione iniziale di Putin di riconoscere le due repubbliche autoproclamate del Donbass.

    Martedì 22 febbraio, Yuri Dudt, una delle personalità mediatiche più popolari della Russia, ha detto che “non ha votato per questo regime” e il suo “bisogno di impero”, e che si vergognava, in un messaggio che ha ricevuto quasi un milione di like in 24 ore.

    Un nuovo sondaggio del centro indipendente Levada, pubblicato giovedì (24 febbraio), ha mostrato che solo il 45% dei russi era favorevole al gesto di riconoscimento che ha preceduto i drammatici eventi di giovedì mattina.

    “Non pensavo che Putin sarebbe stato disposto ad andare fino in fondo. Come possiamo bombardare l’Ucraina? I nostri paesi hanno i loro disaccordi, ma questo non è un modo per risolverli”, ha detto Ksenia, una moscovita.

    Ma le grida di rabbia non si sono sentite solo nelle strade di Mosca, dove il “Guardian” non ha riscontrato sostegno per l’assalto militare. L’élite culturale e sportiva russa, di solito dietro Putin e spesso chiamata dal presidente durante le campagne elettorali per raccogliere il sostegno popolare, ha anche espresso profonda preoccupazione per l’invasione.

    Valery Meladze, probabilmente il cantante più amato del paese, ha postato un video commovente in cui “implora” la Russia di fermare la guerra. “Oggi è successo qualcosa che non sarebbe mai dovuto accadere. La storia sarà il giudice di questi eventi. Ma oggi, vi prego, fermate la guerra”.

    Allo stesso modo, l’internazionale di calcio russo Fyodor Smolov ha postato sul suo canale Instagram un’immagine totalmente nera accompagnata dalla scritta: “No alla guerra!!!”.

    Le agenzie di intelligence statunitensi hanno avvertito per mesi che la Russia avrebbe cercato di fabbricare un grande pretesto prima di lanciare un’invasione dell’Ucraina. Alla fine, non c’è stato alcun pretesto. Gli esperti ora credono che Putin abbia deciso di agire senza il sostegno del suo stesso elettorato.

    “Putin sembra essere totalmente indifferente all’approvazione della gente. Non si sta comportando come un politico che ha bisogno del sostegno del popolo, ma come un personaggio dei libri di storia nazionale che si preoccupa solo dell’approvazione dei futuri storici e lettori”, ha twittato Alexander Baunov, un analista politico presso il Carnegie Moscow Center.

    Il leader russo sembra aver sorpreso anche alcuni degli oligarchi più importanti della Russia, che hanno visto le loro fortune crollare con il crollo dei mercati finanziari del paese.

    Appena lunedì, dopo che Putin ha riconosciuto l’indipendenza dei due territori del Donbass, Oleg Deripaska, un oligarca vicino al Cremlino che una volta ha dichiarato che “non prende le distanze dallo stato russo”, ha esclamato sul suo canale Telegram che “la guerra era stata evitata”. Poi ha cancellato questo messaggio.

    Alla televisione di stato russa, l’invasione è stata presentata come una missione difensiva per preservare le vite dei russi. “Qual è il senso di un primo colpo importante? Per quanto strano o cinico possa sembrare, in realtà è umano perché permette a tutti di evitare un grande massacro. Immobilizzando l’Ucraina, si preserva la vita”, ha detto il commentatore Vladislav Shurygin al programma ufficiale Vremya Pokazhet di Channel One.

    Alcuni hanno rischiato l’arresto giovedì sera per esprimere la loro opposizione all’invasione. Zhargal Rinchinov, dalla Buryatia, è arrivato in piazza con una giacca con la scritta “No alla guerra”. Se avesse tenuto un cartello, ha detto, sarebbe stato arrestato. “Tutti hanno paura”, ha detto. “Sanno che se dicono qualcosa di sbagliato saranno messi in prigione. Così la gente fa finta di non accorgersi che abbiamo iniziato una guerra, per non doverne parlare”.

    Per gli ucraini, i messaggi pubblici di opposizione alla guerra arriveranno troppo tardi. Il paese ha detto che almeno 40 soldati sono già stati uccisi e molti altri civili feriti, mentre l’Ucraina è minacciata da una completa invasione da parte di una forza militare molto più grande.Tuttavia, intuendo che un vero movimento su larga scala contro la guerra potrebbe essere la migliore possibilità per l’Ucraina, Volodymyr Zelensky, il presidente ucraino, ha esortato i russi giovedì mattina a parlare. “Se le autorità russe non vogliono sedersi con noi per discutere della pace, forse si siederanno con voi”.

  • Le radici della crisi nei rapporti di produzione

    Le radici della crisi nei rapporti di produzione

    Un’intervista a Michel Husson

    L’intervista è ripresa dal sito bresciaanticapitalista.com (traduzione a cura del MPS Svizzera). L’immagine è ripresa dal sito

    Un’uscita capitalista dalla crisi non potrebbe che essere socialmente regressiva. Il sistema non ha più nulla da offrire che potrebbe legittimarlo. La questione dell’automazione permette di mettere a fuoco l’irrazionalità del capitalismo.

    Henri Wilno – Il mondo cambia composizione. Alcuni economisti hanno analizzato la crisi attuale come al contempo (oltre ai suoi fattori) una crisi di governance del capitalismo. Saremmo ormai in una fase di declino dell’egemonia americana senza che nessun’altra potenza sia in grado di assicurarne la sostituzione, neppure la Cina. Cosa si può dire di questa tesi?

    Michel Husson – C’è la geopolitica, detto altrimenti, le relazioni tra Stati e c’è la strutturazione dell’economia mondiale attraverso le imprese multinazionali. Le due mappe, quella dei capitali e quella delle potenze nazionali, coincidono sempre meno. Lo sfasamento è stato accentuato dalla globalizzazione, che va oltre gli scambi commerciali tra paesi. Oggi si tratta della produzione di merci e della loro commercializzazione a cavallo di diverse zone del mondo, quella che si chiama “filiera globale”.

    Questo sfasamento tra le due mappe del mondo fa sì che gli interessi capitalisti non siano omogenei e non definiscano una politica unificata all’interno di uno stesso paese. Prendiamo ad esempio gli Stati Uniti; alcuni settori capitalisti possono applaudire alle misure protezioniste che Trump prevede di prendere, ma queste si oppongono agli interessi di altri settori. Il Messico è particolarmente colpito, mentre una parte delle importazioni provenienti dal Messico corrisponde alla produzione di capitali statunitensi investiti in questo paese. La coppia costituita da Stati Uniti e Cina, la “Chimerica” (espressione coniata nel mondo accademico per indicare il legame simbiotico tra gli Stati Uniti e la Cina a livello economico, NdT), aveva funzionato in modo favorevole alle due potenze: crescita a credito per gli Stati Uniti, crescita tirata dalle esportazioni per la Cina. L’importazione di beni di consumo a bassi costi di produzione permetteva di fare scendere il prezzo della forza lavoro negli Stati Uniti e/o di gonfiare i sovraprofitti di WalMart. Tutti vi trovavano il proprio tornaconto.

    Ma la “Chimerica” sta per rompersi e, in generale, tutto accade come se la globalizzazione avesse raggiunto il suo limite. Nel corso dei precedenti decenni, il commercio mondiale aumentava con una velocità doppia rispetto al PIL mondiale, ora avanza, nella migliore delle ipotesi, alla stessa velocità. L’estensione delle filiere globali è entrata in una fase di rendimenti decrescenti e si assiste persino a fenomeni di rilocalizzazione. Il riorientamento dell’economia cinese verso il proprio mercato interno contribuisce a questo fenomeno. In questo senso, la Cina non è candidata al ruolo di potenza egemonica e non si può leggere il periodo come una fase di transizione tra due potenze dominanti, ma piuttosto come una crisi di governance del capitalismo i cui sbocchi non sono esclusivamente economici.

    D. La crisi è duratura. Chi la paga e come, al di là delle formule generali sull’1% contro il 99%?

    R. La prima risposta evidente è che questa crisi è pagata dalle vittime delle politiche di austerità. Poi, è importante capire perché non possa essere altrimenti. La ragione essenziale è l’esaurimento degli incrementi di produttività: ciò che produce un salariato medio in un’ora di lavoro tende a stagnare o, in ogni caso, aumenta debolmente. Questo, però, significa anche l’esaurimento del dinamismo del capitalismo: esso può mantenere o aumentare il suo tasso di profitto solo a condizione di bloccare o diminuire quello che viene chiamato il costo del lavoro. E ciò si traduce in politiche di austerità salariale, ma anche di riduzione dello Stato sociale, della protezione sociale e dei servizi pubblici. In altre parole, un’uscita capitalista dalla crisi non potrebbe non essere socialmente regressiva. Il sistema non ha più nulla da offrire per riuscire ad essere legittimato.

    Questa non è una crisi finanziaria, è una crisi sistemica che affonda le sue radici nei rapporti di produzione capitalistici. È, tra l’altro, una delle tesi essenziali del libro di Attac al quale ho contribuito, articolata con un’analisi del concetto di capitale fittizio. Questo concetto, che troviamo in Marx, è stato rivisto da François Chesnais e Cédric Durand; esso designa l’accumulazione di titoli finanziari che sono altrettanti “diritti di prelievo” sul plusvalore.

    Questa focalizzazione sul capitale fittizio permette di mettere in luce un’importante contraddizione nella gestione capitalista della crisi. Da una parte, servirebbe una svalutazione massiccia del capitale per rimettere i contatori a zero e ristabilire il tasso di profitto. Non si tratta solo di una fisima marxista: è anche il punto di vista dell’OCSE, che addita le “aziende zombie” (5) quali responsabili dei deboli aumenti di produttività e degli insuccessi dell’accumulazione. Questo implicherebbe però che i detentori di questo capitale fittizio accettassero di “assumersi le loro perdite”, cosa che, evidentemente, rifiutano. Le politiche condotte in particolare in Europa obbediscono a una logica di convalidazione di questi diritti di prelievo acquisiti prima della crisi, anche se la loro crescita è una causa della crisi e, in ogni caso, un ostacolo all’uscita dalla crisi. È questa contraddizione che rende valida l’opposizione tra l’1% e il 99% della popolazione, perché la concentrazione della ricchezza finanziaria è molto più grande di quella dei redditi. Ed è ciò che permette di pronosticare un ricorso duraturo a politiche di austerità e di regressione sociale.

    D. Qualche anno fa, le nuove tecnologie erano presentate nel discorso ufficiale come la “nuova frontiera” che avrebbe rilanciato una fase lunga di espansione. Ora, il dibattito verte sul loro impatto distruttivo sull’impiego e sulle disuguaglianze. Cos’è la “stagnazione secolare”? Cosa se ne può pensare? Alla luce di questa tesi, quali sono le prospettive per il capitale?

    R. Tutti questi interrogativi rinviano al fondo di una questione: cosa determina gli aumenti di produttività? Si tratta ancora una volta di una questione essenziale per la dinamica del profitto e dell’accumulazione. Tuttavia, di fatto, non se ne sa nulla. Nel passato, ciò ha dato luogo al paradosso di Solow, riferito a un breve articolo di giornale in cui quest’ultimo si chiedeva perché si vedessero dappertutto nuove tecnologie, salvo che nelle statistiche di produttività. Era il 1987 e si potrebbe raccontare la storia delle speranze e delle sconfitte degli economisti che annunciavano una nuova fase di espansione (“un nuovo Kondratieff”). Questo dibattito è stato particolarmente intenso negli Stati Uniti, dove i fautori della rivoluzione tecnologica si sono costantemente opposti ai “tecno-pessimisti” che vedevano solo un boom senza domani. Erano questi ultimi ad avere ragione, in particolare Robert Gordon, il principale sostenitore della futura “stagnazione secolare”.

    D’altro canto, però, si moltiplicano i discorsi sulla “fine del lavoro”. I robot e quella che viene denominata “l’economia delle piattaforme” condurrebbero inesorabilmente a distruzioni massicce d’impieghi, nell’ordine di un impiego su due nei prossimi dieci o venti anni. Questo è l’argomento di massa a favore di un reddito di base universale che dobbiamo rifiutare, a meno che non ci rassegniamo all’idea che sia la tecnologia a dovere dettare l’organizzazione della società. Ora, le cose non devono funzionare così e non funzionano così: la tecnologia non decide affatto. I nuovi modi di produzione, le nuove merci, tutto questo si deve integrare nella logica di mercato. E questa è probabilmente la spiegazione di fondo del paradosso di Solow; per dirla in modo semplice: la robotizzazione non basta, bisogna anche che ci sia un potere d’acquisto per comperare quello che i robot producono e un modello sociale adeguato.

    Questa questione dell’automazione permette di focalizzarsi sull’irrazionalità del sistema capitalista. Ammettiamo che degli enormi aumenti di produttività stiano per verificarsi: ciò dovrebbe essere una buona notizia, perché i robot lavorerebbero al nostro posto. Nella logica capitalista però, si tratterebbe, al contrario, di una catastrofe sociale, con distruzioni massicce d’impieghi. Ecco perché la riduzione del tempo di lavoro è la risposta razionale e tale da costituire la base per un’altra società, una società ecosocialista. L’obiettivo di garantire un reddito decente a ognuno è evidentemente legittimo e ci sono delle misure d’urgenza da prendere in quest’ambito, ma non dobbiamo tuttavia rinunciare al diritto al lavoro.

    D. Un dibattito ha diviso gli economisti critici in merito alle politiche di austerità: sono assurde o razionali? Per limitarci all’Unione Europea, sembra difficile pensare che Draghi, Merkel, Juncker o Hollande siano solo una banda d’imbecilli: quali sono dunque i risultati di queste politiche e della loro continuazione?

    R. È un vero dibattito che abbiamo avuto all’interno della Commissione per la verità sul debito greco. I piani di aggiustamento imposti alla Grecia non potevano evidentemente funzionare. Era facile prevedere che massicci tagli al budget avrebbero generato una recessione profonda e che, in fin dei conti, il peso del debito sarebbe aumentato invece di diminuire. Il FMI ha d’altronde più o meno fatto la propria autocritica su questo punto. C’è quindi una prima lettura: le politiche di austerità sono assurde e hanno spezzato la ripresa che si affacciava nel 2010 in Europa. Sono necessarie altre politiche. Ma c’è evidentemente un’altra lettura: i dirigenti europei sanno quello che fanno e conducono una terapia choc che mira a ridurre significativamente le conquiste sociali, considerate altrettanti ostacoli alla competitività.

    Il problema è che c’è del vero in entrambe le tesi o, meglio, che bisogna combinare i due discorsi. Per esempio, nel caso greco, non si può rinunciare all’argomento che le condizioni imposte alla Grecia sono non solo assurde, ma chiaramente demenziali, perché le si chiede di conseguire degli avanzi di esercizio del 3.5% prima del pagamento degli interessi sul debito. È al contempo possibile mostrare che i veri obiettivi non sono mai stati di rilanciare l’economia greca, ma di salvare le banche europee, di scoraggiare qualsiasi politica unilaterale e di assicurare il pagamento del debito.

    La tensione che esiste tra questi due discorsi rinvia in fondo a una difficoltà programmatica e strategica: come costruire un progetto di transizione o di biforcazione verso un altro funzionamento dell’economia? Quello che io chiamo il “cretinismo keynesiano” non risponde alle sfide. Tuttavia, nemmeno una logica “ultimatista” che consiste nel dire che non è possibile fare nulla senza abbattere immediatamente il capitalismo permette di fare avanzare le cose. Secondo uno studioso come Friot, per esempio, “battersi per l’impiego equivale a spararsi in un piede” e la lotta per una migliore ripartizione della ricchezza equivarrebbe a “evitare la lotta di classe”. Bisogna constatare che le coordinate del periodo sono favorevoli agli inventori di sistemi e ai guru. Ci vorrà senza dubbio del tempo per ricostruire un vero orizzonte di trasformazione a partire dalle lotte e dalle resistenze sociali.

    Membro del consiglio scientifico di Attac, Michel Husson ha scritto, in particolare: “Un pur capitalisme” (Editions Page deux, 2008), “Le capitalisme en dix leçons” Editions Zones, 2012) e partecipato a un libro collettivo di Attac sulla crisi, “Par ici la sortie” (Editions Les Liens qui libèrent, 2017).

    Il blog di Michel Husson: hussonet.free.fr

  • Internazionale (L’Internazionale, la canzone)

    Internazionale (L’Internazionale, la canzone)

    L’Internazionale è uno dei principali, se non il principale, inno del movimento operaio internazionale. La canzone è stata composta nel 1888 da Pierre De Geyter (1848 – 1932), operaio e musicista belga, su parole scritte da Eugène Pottier (1816 – 1887), operaio e poeta, nel 1871 a celebrazione della Comune di Parigi.

    Storia della canzone

    Pierre De Geyter, autore della musica

    All’inizio, il successo della canzone era limitato alla classe operaia del nord della Francia. Ma nel 1896, in occasione del congresso del Partito Operaio Francese a Lille, fu cantata da tutti i partecipanti. Nel 1899, in occasione di un congresso sindacale, sostituì la Marsigliese come inno del movimento sindacale francese. Nel 1900 fu adottato dai delegati del Congresso socialista internazionale. Si diffuse poi nel movimento operaio mondiale e fu tradotto in russo nel 1902.

    Trotsky, nella “Storia della Rivoluzione russa”, testimonia, a proposito della rivoluzione del febbraio 1917: “A quel tempo, cantavamo ancora la Marsigliese, non l’Internazionale”.

    Ma al 2° Congresso dei Soviet russi di ottobre, che sancì la Rivoluzione d’Ottobre, fu cantata l’Internazionale. I delegati degli operai, dei soldati e dei contadini si sono resi conto solo in quel momento della portata del momento storico che stavano vivendo e plasmando. Il Palazzo d’Inverno (sede del governo provvisorio) era appena caduto e gli oratori invocavano la rivoluzione mondiale.

    Come testimonia John Reed:

    Eugène Pottier, autore del testo originale francese

    “Improvvisamente, su impulso generale, ci siamo ritrovati tutti in piedi, riprendendo le note entusiasmanti dell’Internazionale. Un vecchio soldato dai capelli grigi piangeva come un bambino. Aleksandra Kollontaij batteva rapidamente le palpebre per non piangere. La potente armonia si diffuse nella stanza, perforando finestre e porte e salendo in alto nel cielo”.

    O Trotsky:

    “Era verso il cielo? Piuttosto verso le trincee autunnali che ritagliano la misera Europa crocifissa, verso le città e i villaggi devastati, verso le donne e le madri in lutto. ‘Alzatevi, dannati della terra; alzatevi, condannati dalla fame!’ Le parole dell’inno erano state liberate dal loro carattere convenzionale. Si sono fusi con l’atto governativo. È da qui che hanno tratto il suono dell’azione diretta. In quel momento tutti si sono sentiti più grandi e più significativi. Il cuore della rivoluzione si stava espandendo a tutto il mondo.”(…) ‘Chi non era nulla diventerà tutto!’ “Tutto? Se la realtà del passato è stata più volte trasformata in un inno, perché l’inno non dovrebbe diventare la realtà di domani? Le cappe delle trincee non assomigliano più all’abbigliamento di un galeotto. I berretti di pelliccia, con la loro ovatta strappata, si alzano in modo diverso sugli occhi scintillanti. ‘Risveglio della razza umana!’ “‘ Era pensabile che non si svegliasse dalle calamità e dalle umiliazioni, dal fango e dal sangue della guerra?”

    Così Trotsky racconta nella sua biografia come il simbolismo del Cremlino sia cambiato quando il governo sovietico vi si trasferì nel marzo 1918:“Il carillon della Torre Spassky [la cosiddetta Torre del Salvatore che sormonta una delle grandi porte del Cremlino] ha subito una trasformazione. Da quel momento in poi, le vecchie campane, invece di suonare il “Bojé, tsaria khrani!”, suonarono languidamente e sognantemente l’Internazionale ogni quarto d’ora”.

    Il valore della canzone

    Lo spartito dell’inno nella sua prima edizione

    Questa canzone ha accompagnato tutte le esperienze rivoluzionarie del XX secolo ed è stata, fino agli anni 70-80 del Novecento, l’inno che accomunava tutte le correnti socialdemocratiche, socialiste e comuniste. Significativamente venne usata anche dagli insorti di Budapest (1956), durante la Primavera di Praga (1968) e durante il Maggio francese e negli altri movimenti del 1968, persino dai giovani cinesi di piazza Tiananmen nel 1989 e dai dimostranti cinesi del novembre 2022.

    Una versione russa è stata l’inno nazionale dell’URSS fino al 1944, quando sugli ideali internazionalisti prevalse la lettura “patriottica” della vittoria nella Seconda guerra mondiale..

    Oggi ne esistono versioni in un centinaio di lingue.

    La terza strofa (vedi sotto nel testo originale francese) fa riferimento agli ideali egualitari della Rivoluzione francese traditi nei decenni successivi.

    La traduzione in italiano non è affatto fedele al testo originale francese di Eugèn Pottier è venne scelta dopo un concorso indetto dal giornale satirico socialista L’Asino nel 1901. Risultò vincitore la versione firmata con lo pseudonimo “E. Bergeret” e che è ancora cantata oggi (con piccole variazioni secondo le fonti).

    In epoca più recente sono state prodotte versioni moderne tra le quali vale la pena di segnalare quella del 1974 dal gruppo italiano rock progressive degli Area e quella di Robert Wyatt del 1982.

    Versione originale francese

    Prima strofa: Debout ! les damnés de la terre !
    Debout ! les forçats de la faim !
    La raison tonne en son cratère,
    C’est l’éruption de la fin.
    Du passé faisons table rase,
    Foule esclave, debout ! debout !
    Le monde va changer de base :
    Nous ne sommes rien, soyons tout !

    Ritornello: (2 volte su due arie diverse)
    C’est la lutte finale
    Groupons-nous, et demain,
    L’Internationale,
    Sera le genre humain.

    Seconda strofa: Il n’est pas de sauveurs suprêmes,
    Ni Dieu, ni César, ni tribun,
    Producteurs sauvons-nous nous-mêmes !
    Décrétons le salut commun !
    Pour que le voleur rende gorge,
    Pour tirer l’esprit du cachot,
    Soufflons nous-mêmes notre forge,
    Battons le fer tant qu’il est chaud !

    Ritornello: (2 volte su due arie diverse)

    Terza strofa: L’État comprime et la loi triche,
    L’impôt saigne le malheureux ;
    Nul devoir ne s’impose au riche,
    Le droit du pauvre est un mot creux.
    C’est assez languir en tutelle,
    L’égalité veut d’autres lois :
    « Pas de droits sans devoirs, dit-elle,
    Égaux, pas de devoirs sans droits ! »

    Ritornello: (2 volte su due arie diverse)

    Quarta strofa: Hideux dans leur apothéose,
    Les rois de la mine et du rail,
    Ont-ils jamais fait autre chose,
    Que dévaliser le travail ?
    Dans les coffres-forts de la bande,
    Ce qu’il a créé s’est fondu.
    En décrétant qu’on le lui rende,
    Le peuple ne veut que son dû.

    Ritornello: (2 volte su due arie diverse)

    Quinta strofa: Les Rois nous saoulaient de fumées,
    Paix entre nous, guerre aux tyrans !
    Appliquons la grève aux armées,
    Crosse en l’air et rompons les rangs !
    S’ils s’obstinent, ces cannibales,
    A faire de nous des héros,
    Ils sauront bientôt que nos balles
    Sont pour nos propres généraux.

    Ritornello: (2 volte su due arie diverse)

    Sesta strofa: Ouvriers, Paysans, nous sommes
    Le grand parti des travailleurs ;
    La terre n’appartient qu’aux hommes,
    L’oisif ira loger ailleurs.
    Combien de nos chairs se repaissent !
    Mais si les corbeaux, les vautours,
    Un de ces matins disparaissent,
    Le soleil brillera toujours !

    Ritornello: (2 volte su due arie diverse)

    Versione italiana

    Prima strofa: Compagni avanti, il gran Partito
    noi siamo dei lavoratori.
    Rosso un fiore in petto c’è fiorito
    una fede ci è nata in cuor.
    Noi non siamo più nell’officina,
    entro terra, dai campi, al mar
    la plebe sempre all’opra china
    Senza ideale in cui sperar.

    Ritornello: (2 volte su due arie diverse)
    Su, lottiamo! l’ideale
    nostro alfine sarà
    l’Internazionale
    futura umanità!

    Seconda strofa: Un gran stendardo al sol fiammante
    dinanzi a noi glorioso va,
    noi vogliam per esso giù infrante
    le catene alla libertà!
    Che giustizia venga noi chiediamo:
    non più servi, non più signor;
    fratelli tutti esser vogliamo
    nella famiglia del lavor.

    Ritornello: (2 volte su due arie diverse)

    Terza strofa: Lottiam, lottiam, la terra sia
    di tutti eguale proprietà,
    più nessuno nei campi dia
    l’opra ad altri che in ozio sta.
    E la macchina sia alleata
    non nemica ai lavorator;
    così la vita rinnovata
    all’uom darà pace ed amor!

    Ritornello: (2 volte su due arie diverse)

    Quarta strofa: Avanti, avanti, la vittoria
    è nostra e nostro è l’avvenir;
    più civile e giusta, la storia
    un’altra era sta per aprir.
    Largo a noi, all’alta battaglia
    noi corriamo per l’Ideal:
    via, largo, noi siam la canaglia
    che lotta pel suo Germinal!

    Ritornello: (2 volte su due arie diverse)

    Altre versioni

    In italiano esiste anche una versione “eretica” scritta da Franco Fortini con varie versioni (1968, 1971, 1990, 1994), cantata da Ivan della Mea, da Pietro Gori e da Francesco Guccini. Esiste anche una suggestiva esecuzione collettiva interpretata da Alessio Lega, Davide Giromini, Rocco Rosignoli, Francesca Baccolini, Guido Baldoni, Rocco Marchi, registrata nell’aprile 2020, dedicata alla memoria di Ivan Della Mea (1940 – 2009).

    Prima strofa: Noi siamo gli ultimi del mondo.
    Ma questo mondo non ci avrà.
    Noi lo distruggeremo a fondo.
    Spezzeremo la società.
    Nelle fabbriche il capitale
    come macchine ci usò.
    Nelle scuole la morale
    di chi comanda ci insegnò.

    Ritornello: Questo pugno che sale
    questo canto che va
    è l’Internazionale
    un’altra umanità.
    Questa lotta che uguale
    l’uomo all’uomo farà,
    è l’Internazionale.
    Fu vinta e vincerà.

    Seconda strofa: Noi siamo gli ultimi di un tempo
    che nel suo male sparirà.
    Qui l’avvenire è già presente
    chi ha compagni non morirà.
    Al profitto e al suo volere
    tutto l’uomo si tradì,
    ma la Comune avrà il potere.
    Dov’era il no faremo il sì.

    Ritornello

    Terza strofa: E tra di noi divideremo
    lavoro, amore, libertà.
    E insieme ci riprenderemo
    la parola e la verità.
    Guarda in viso, tienili a memoria
    chi ci uccise, chi mentì.
    Compagni, porta la tua storia
    alla certezza che ci unì.

    Ritornello

    Quarta strofa: Noi non vogliam sperare niente.
    il nostro sogno è la realtà.
    Da continente a continente
    questa terra ci basterà.
    Classi e secoli ci han straziato
    fra chi sfruttava e chi servì:
    compagno, esci dal passato
    verso il compagno che ne uscì.

    Ritornello

  • Stati uniti, gli eccidi di massa negli Stati Uniti hanno una cosa in comune: le armi

    Stati uniti, gli eccidi di massa negli Stati Uniti hanno una cosa in comune: le armi

    di Dan La Botz, da lanticapitaliste.org

    Dall’inizio dell’anno negli Stati Uniti si sono verificati più di 600 eccidi di massa, che hanno causato la morte di almeno 637 persone.

    L’altra sera sono andata con la mia famiglia a vedere la commedia di Tom Stoppard, Leopoldstadt, sull’Olocausto. Dopo lo spettacolo, mentre camminavamo tra la folla di Broadway verso la metropolitana, non potevo fare a meno di pensare che da un momento all’altro un uomo armato avrebbe potuto sparare. Negli ultimi dieci giorni in America ci sono state tre sparatorie di questo tipo. Potrebbe essere un uomo arrabbiato con un rancore verso il mondo, potrebbe essere un malato di mente, potrebbe essere una persona con un problema politico; dopo tutto, ci sono molte persone malate e arrabbiate nella nostra società come in qualsiasi altra. La differenza è che nel mio paese, negli Stati Uniti, quella persona disturbata o arrabbiata può sempre procurarsi una pistola.

    607 sparatorie di massa quest’anno

    Nella settimana che ha preceduto la festa del Ringraziamento (giovedì 24 novembre), negli Stati Uniti ci sono state tre sparatorie di massa. La prima, a Philadelphia, ha coinvolto un tiratore a bordo di un SUV di passaggio che ha sparato a due ragazze di 15 anni e a due ragazzi di 16 anni fuori da un salone di bellezza, che sono stati tutti ricoverati in ospedale. A Philadelphia, quest’anno ci sono state 1.688 sparatorie non mortali e 435 sparatorie mortali. La seconda è stata una sparatoria in un locale LGBT, il Club Q di Colorado Springs, dove l’attentatore ha ucciso cinque persone e ne ha ferite altre 18. L’evento si è svolto un giorno prima del Transgender Day of Remembrance, che piange le persone trans uccise, come alcune delle 49 persone uccise nel massacro del Pulse club a Orlando, in Florida, nel 2016. Il tiratore si è identificato come non-binario. Infine, un caporeparto di Walmart è andato al lavoro con una pistola appena acquistata e ha ucciso sei dipendenti che stava supervisionando, lasciando un biglietto in cui diceva che lo avevano preso in giro.

    Quest’anno ci sono state 607 sparatorie di massa (negli Stati Uniti si parla di sparatoria di massa quando vengono prese di mira quattro o più persone, ndt), in cui sono state prese di mira 3.179 persone e 637 sono state uccise. Di questi, 291 erano bambini. 638 persone sono rimaste ferite. Gli studi più completi su queste sparatorie hanno dimostrato che l’unica cosa che hanno in comune è la disponibilità di armi.

    415 milioni di armi per 331,9 milioni di persone

    Le armi, ovviamente, hanno un posto speciale nella cultura statunitense. I film di tipo occidentale sono pieni di armi e alcuni includono sparatorie di massa. Quando ero bambino, in California, negli anni Cinquanta, la gente guidava pick-up con rastrelliere per le armi sul retro dell’auto. Si fermavano e sparavano ai cartelli autostradali.

    Oggi siamo sommersi dalle armi. Gli americani rappresentano il 4,4% della popolazione mondiale, ma possiedono il 42% delle armi. Abbiamo 331,9 milioni di persone, ma abbiamo 415 milioni di armi. I cacciatori sono circa 10,3 milioni, il 90% dei quali sono uomini. Altri 20 milioni sono tiratori al bersaglio. Ciò significa che abbiamo decine di milioni di persone che possiedono armi per quella che chiamano autodifesa. Queste armi sono possedute da persone di ogni provenienza e genere. Circa il 34,3% dei bianchi possiede armi, il 28,3% degli ispanici, il 25,4% degli afroamericani e il 19,4% degli asiatici.

    Per molti versi, l’omicidio di massa appare quindi piuttosto democratico. Persone di ogni estrazione e religione possono uccidere in massa, ma il 95% degli autori è di sesso maschile e il 73% è bianco.

    I conservatori all’attacco

    Mentre i possessori di armi sono diversi, i sostenitori delle armi e della loro deregolamentazione sono in maggioranza conservatori. Gli Stati Uniti sono uno dei tre paesi (insieme a Messico e Guatemala) le cui leggi affermano che tutti hanno il diritto di possedere un’arma, un senso di diritto rafforzato dalle decisioni della Corte Suprema. In più della metà degli Stati, la legge consente di portare armi da fuoco in modo visibile. Per decenni, i conservatori hanno sostenuto che si ha il diritto di possedere un’arma per proteggere la propria casa e la propria famiglia. Ora dicono che bisogna avere una pistola perché potrebbe essere necessaria per rovesciare il governo che considerano socialista, antiamericano e antibianco. La destra ha organizzato centinaia di cortei con pistole, armi lunghe e armi automatiche.

    Nel tentativo di colpo di Stato del 6 gennaio 2021 al Campidoglio degli Stati Uniti, i cospiratori di destra hanno portato molte armi.

    Il presidente Joe Biden ha chiesto di limitare le armi d’assalto. In generale, i Socialisti Democratici d’America (DSA) sostengono il controllo delle armi. Ma non stiamo vincendo, e nel frattempo le uccisioni continuano.

  • Cina, come interpretare le proteste?

    Cina, come interpretare le proteste?

    di Andrea Ferrario, da crisiglobale.wordpress.com

    Il recente scoppio contemporaneo di proteste in numerose città cinesi è giunto inaspettato. Che ci fosse molta insoddisfazione nel paese per tutta una serie di questioni, la più immediatamente visibile tra le quali è la politica altamente repressiva messa in atto per contrastare la diffusione del Covid, era cosa nota, ma non ci si attendeva un’improvvisa esplosione di portata nazionale. Questo articolo fornisce alcune chiavi di lettura per interpretare quanto sta succedendo.

    Il retroterra delle proteste

    Il retroterra delle proteste: Nonostante il loro carattere improvviso, le proteste dei giorni scorsi hanno un preciso retroterra. Tra il 2018 e il gennaio 2020 si era evidenziata in Cina una chiara tendenza degli episodi di protesta e di lotta ad ampliare la propria portata dal livello locale a quello interregionale o addirittura nazionale. In particolare, una serie di lotte dei lavoratori nella primavera-estate del 2018 aveva assunto una dimensione nazionale, come nel caso dei gruisti e dei camionisti. Tra l’estate del 2018, e fino all’inizio del 2019, nonostante le durissime repressioni, un movimento di studenti marxisti e femministe mobilitatosi in sostegno ai lavoratori della Jasic si era diffuso in varie città e università del paese. Contemporaneamente, si evidenziava a livello nazionale, con una serie di denunce e richieste, un movimento #MeToo e femminista molto deciso. Non va dimenticata nemmeno l’ampia mobilitazione dei lavoratori della sanità nelle primissime fasi dell’epidemia di Covid, quando a gennaio 2020 i vertici dello stato facevano finta di non sapere che si trattasse di un nuovo coronavirus trasmissibile da persona a persona.

    La pandemia e l’ulteriore stretta repressiva hanno messo rapidamente a tacere ogni successivo fermento sociale di ampia portata: ne è un esempio il movimento sindacale dei rider emerso nel 2021 e soffocato dalle repressioni non appena cominciava ad assumere un carattere nazionale. Il perdurare delle misure inumane anti-Covid ha oggi solo riaperto un calderone sul quale era stato messo a forza un pesante coperchio. In questo 2022 il primo sintomo di espressione attiva dell’insoddisfazione popolare lo si è avuto a Shanghai a marzo, quando un’impennata dei contagi da Omicron è stata contrastata con misure ultrarepressive e oltretutto poco efficaci, generando diffuse proteste nella metropoli. A luglio erano seguite proteste in seguito alla crisi di una serie di banche regionali, con corse a ritirare i risparmi e una nutrita manifestazione repressa a bastonate. Ad agosto è seguito uno “sciopero bianco” degli acquirenti di case ancora da costruire, organizzatisi per cessare a livello nazionale, in una novantina di città, il pagamento delle rate dei mutui di fronte alla crisi edilizia, causando un danno di oltre 130 miliardi di dollari agli speculatori. A metà ottobre, poco prima dell’inizio del Congresso del Pcc, a Pechino, una protesta su un ponte in pieno centro chiedeva tra le altre cose le dimissioni di Xi, uno slogan clamorosamente inedito riemerso poi nei giorni scorsi nelle manifestazioni di Shanghai e di altre città: si sa poco degli autori, probabilmente solo un paio di persone, ma fonti della diaspora affermano che dietro a loro vi era una rete più ampia.

    La prima scintilla dell’ultima, vastissima ondata di proteste a cui abbiamo assistito nei giorni scorsi è scattata il 15 novembre a Canton, quando in un quartiere abitato da lavoratori migranti sono state abbattute le alte barriere che recintavano l’area in lockdown e ci sono stati scontri con la polizia. Ma già il 31 ottobre c’era stata una fuga in massa massa di migliaia di operai dallo stabilimento Foxconn di Zhengzhou (che ha 200.000 lavoratori in totale) in seguito alle misure anti-Covid, che comprendevano tra le altre cose la reclusione nelle strutture aziendali in compagnia di persone infettate. Questa fuga è stata seguita il 23 novembre da una dura rivolta di altri lavoratori reclutati per sostituire quelli fuggiti, che si sono scontrati con la polizia protestando per le pessime condizioni di lavoro, il rischio di contagio e il mancato pagamento dei bonus promessi. Il resto è storia degli ultimissimi giorni: l’incendio del 25 novembre a Urumqi, capitale della martoriata regione dello Xinjiang, nel quale sono morte almeno 10 persone (oltre 40 secondo fonti dell’opposizione) impossibilitate a fuggire dai loro appartamenti per le misure di lockdown duro in atto da tre mesi, le manifestazioni di sabato e domenica in loro ricordo trasformatesi automaticamente, in una ventina di città cinesi, in manifestazioni contro le modalità di lotta contro il Covid, la censura, le repressioni e il regime del Partito Comunista più in generale.

    Questa semplice panoramica indica con chiarezza che l’ondata di proteste, per quanto inattesa nelle sue modalità, ha radici più profonde che risalgono ad almeno alcuni anni fa.

    Il Covid, le altre motivazioni

    Le misure anti-Covid sono sicuramente uno dei temi centrali di questa ondata di proteste. Tuttavia va subito sgomberato il campo da un potenziale equivoco. Non si tratta in alcun modo di un movimento anche solo parzialmente assimilabile a quelli “no vax”, “no mask” e/o “no pass” diffusisi in Europa e altrove.

    Questo sia perché in Cina, al di là delle politiche governative, vi è, e vi è stata fin dall’inizio, anche alla luce dell’esperienza della passata epidemia di Sars del 2003, una sentita preoccupazione di massa per i rischi concreti che l’epidemia comporta, sia perché le misure di lockdown e di lotta contro l’epidemia adottate in Cina sono estremamente più repressive e umilianti di quelle adottate nei paesi occidentali o altrove. Per fare solo alcuni esempi, si “ingabbiano” interi isolati o quartieri con alte recinzioni, il più delle volte si sigillano le porte degli appartamenti o si incatenano dal fuori i portoni degli edifici. Basta essere considerati un contatto diretto (per esserlo, in alcune città basta vivere nei tre piani sottostanti o sovrastanti un appartamento in cui è stato registrato un caso di Covid) per essere deportati in centri improvvisati analoghi a centri di detenzione, dove accade anche che bimbi piccoli vengano separati dai genitori. E’ diffusa la pratica di isolare (tenere rinchiusi) per lunghi giorni i dipendenti nei luoghi di lavoro in cui è stato registrato un caso, spesso facendoli lavorare normalmente e costringendoli di notte a dormire sul pavimento. La popolazione viene costretta a test quotidiani da effettuarsi recandosi in appositi centri o gazebo, e in molte province il test è ora a pagamento.

    Vi è un alto grado di discriminazione sociale nell’applicazione delle misure – nei centri delle città più ricche si cerca in generale di applicare soluzioni più soft e flessibili, nelle periferie, nelle città più piccole, nei centri rurali, nelle aree abitate da lavoratori migranti le misure sono a tappeto e dure. Il peggio da questo punto di vista, e fin dal 2020, lo ha dovuto subire lo Xinjiang. Il tutto avviene inoltre senza alcuna possibilità di discussione pubblica o, dio ce ne scampi, di contestazione.

    D’altro canto, però, la preoccupazione per un’esplosione dei casi di Covid è reale e diffusa: i cinesi sanno benissimo che una diffusione come quella verificatisi in occidente avrebbe effetti potenzialmente ancora più disastrosi (vedi più avanti). Nei giorni scorsi vi è stata, ad esempio, una specie di “protesta silenziosa”, se così la si può chiamare, a Shijiazhuang, una città di 11 milioni di abitanti che aveva cominciato a ridurre le misure anti-Covid, probabilmente nell’ambito di un progetto-pilota messo in atto in via non ufficiale per sperimentare preventivamente i possibili effetti di una simile politica a livello nazionale. Ebbene, le autorità hanno dovuto fare immediatamente marcia indietro perché la popolazione ha cominciato a tenere i bambini a casa da scuola, a disertare i mezzi pubblici, a fare incetta di dispositivi anti-Covid, di cibo e così via.

    Perché il regime continua ad applicare misure anti-Covid così dure?

    Perché sa che gli effetti di un’inversione di marcia sarebbero con ogni probabilità estremamente destabilizzanti su più livelli. La Cina ha un sistema sanitario del tutto sottosviluppato e oltretutto discriminante in termini sociali: da questo punto di vista è messa molto peggio della maggior parte dei paesi occidentali. Il sistema ospedaliero, sul quale poggia l’intera sfera dell’assistenza sanitaria (praticamente inesistente in ambito extraospedaliero), è fortemente carente in termini di numero di posti letto, di terapie intensive e di numero di medici rispetto alla popolazione, e oltretutto ospedali con un minimo di strutture adeguate sono presenti solo nelle grandi città, tra l’altro in misura scarsa e non accessibili a categorie come quella dei lavoratori migranti, mentre le aree rurali (dove vive almeno la metà della popolazione cinese, contrariamente a quanto dicono le statistiche falsificate di Pechino) e le piccole città provinciali sono quasi completamente sguarnite.

    A titolo di esempio, secondo dati del Financial Times basati su ricerche cinesi e Usa, in caso di dilagare incontrastato dell’Omicron in Cina il fabbisogno di posti in terapia intensiva supererebbe di oltre 15 volte quelli disponibili e il numero di morti stimato toccherebbe in breve tempo 1,6 milioni. Per dotarsi di un sistema sanitario minamente adeguato il regime cinese avrebbe dovuto negli ultimi anni, e ancor più dal 2020, investire enormi cifre spostando investimenti dal sostegno ai mastodonti del capitalismo statale, all’high-tech finalizzato alla proiezione internazionale e, soprattutto, alla speculazione immobiliare con il suo enorme indotto, verso la sfera sociale. Non ha mai avuto l’intenzione di farlo, per motivi al contempo economici e politici, e così si è limitato a mega-campagne di test e alla costruzione di grandi centri prefabbricati di detenzione per gli infettati, unitamente a misure di lockdown duro.

    A ciò si aggiunge il fatto che la popolazione è quasi interamente immune da precedenti infezioni e al contempo il livello dei non vaccinati tra gli ultra-sessantenni è molto alto (per una comprensibile scarsa fiducia nelle istituzioni). Come se non bastasse, i vaccini cinesi si sono rivelati di scarsa efficacia (il migliore, il Sinopharm, è un analogo dell’Astrazeneca) e per motivi di immagine politica il governo non vuole acquistarne di migliori dall’estero.

    I gerarchi di Pechino hanno ben presente cosa potrebbe succedere sulla base di quanto hanno visto accadere a Hong Kong, anch’essa con un’ampia quota della popolazione non immunizzata e di anziani non vaccinati: l’ondata di Omicron nello scorso mese di marzo è stata un totale disastro, con il raggiungimento del più alto tasso di letalità mai registrato al mondo, portando a situazioni come quella dei pazienti messi sui marciapiedi causa mancanza di posti in ospedale, o quella dei cadaveri nei sacchi collocati negli spazi tra i letti nelle corsie d’ospedale a causa della mancanza di posti in obitorio. Hong Kong tra l’altro ha un sistema ospedaliero decisamente migliore di quello della Cina, e in più ha solo 7 milioni di abitanti: moltiplicate gli effetti per le dimensioni della Cina e per le sue peggiori condizioni sanitarie e vi farete un’idea dell’incubo che i burocrati di Pechino temono di vedersi realizzare.

    L’altro motivo di fondo, altrettanto importante di quello sanitario, è prettamente politico. Il regime di Pechino è riuscito con la sua politica di lockdown duri a fare dimenticare l’enorme e tragica colpa di avere lasciato dilagare coscientemente l’epidemia nelle sue prime fasi tra fine dicembre 2019 e i primissimi giorni di gennaio 2020, spalancando le porte a una pandemia globale. Ricordo che per settimane il Partito Comunista ha mandato la polizia a mettere a tacere i lavoratori della sanità che denunciavano l’epidemia in atto e ha fatto chiudere i laboratori che avevano sequenziato subito il nuovo coronavirus, senza muovere un dito per fermare i contagi (su questi temi, è liberamente scaricabile il mio libro “La Cina, il virus e il mondo”, uscito nell’estate 2020).

    La Cina, il virus e il mondo

    di Andrea Ferrario

    E’ online l’edizione completa del libro “La Cina, il virus e il mondo” di Andrea Ferrario, liberamente scaricabile. Il libro ricostruisce la storia della diffusione del virus in Cina fino al suo arginamento tra fine febbraio e inizio marzo 2020, e i successivi difficili mesi fino a fine giugno 2020. Una particolare attenzione viene riservata anche agli sviluppi a Hong Kong e Taiwan, nonché nelle due Coree e in Giappone. Il capitolo conclusivo amplia l’obiettivo al contesto mondiale: la diffusione dell’epidemia in tutto il mondo, la crisi economica, la recente ondata globale di mobilitazioni. Chiude il libro un’appendice sull’immagine di Wuhan nel cinema cinese.
    Qui il libro in PDF liberamente scaricabile

    Il fatto che poi in un’impressionante catena anche altri paesi, in primis quelli occidentali, dall’Italia fino agli Usa, abbiano altrettanto spalancato le porte al virus, non assolve certo il regime cinese. Le politiche burocratico-repressive con le quali Pechino ha gestito l’epidemia a partire da fine gennaio 2020 hanno effettivamente avuto dopo alcuni mesi notevoli effetti, impedendo, pur con un altissimo costo sociale, la morte di milioni di persone fino a fine 2021. Va precisato però che questo “grande successo” del regime cinese diventa microscopico se paragonato all’esperienza di paesi vicini come la Corea del Sud o Taiwan, che hanno ottenuto il medesimo risultato senza mai adottare politiche repressive o di violazione della dignità umana, e in pratica senza mai mettere in atto lockdown, Dad o simili. Ma la popolazione cinese, stretta nella morsa di una censura orwelliana e impossibilitata a viaggiare da inizio 2020, è a conoscenza solo del disastro occidentale.

    A ciò si aggiunge che il Partito Comunista con una massiccia e abile opera di propaganda è riuscito a fare passare in ampi settori della popolazione la convinzione che la colpa del dilagare iniziale dell’epidemia a Wuhan e in altre aree della Cina fosse esclusivamente delle autorità locali. Sulla base di queste coordinate propagandistiche, il regime ha insistito ossessivamente sulla superiorità del “modello cinese” al fine di legittimare se stesso e ha fatto delle proprie politiche anti-Covid da una parte un potente collante ideologico nazionalista, dall’altra un comodo pretesto per sottoporre l’intera popolazione a un controllo sociale e a repressioni che gli tornavano utili in un momento di profonda crisi del paese. Per tutti questi motivi, una netta inversione di marcia oggi, con una crisi economico-politica ancora più profonda di due o tre anni fa, è impensabile per Xi e i suoi, che forse ne temono le conseguenze ancor più di quelle della crisi sanitaria che si aprirebbe.

    La natura delle proteste, i risvolti politici

    Le manifestazioni di protesta non sono state oceaniche, a scendere in piazza nelle singole città sono state solo alcune migliaia di persone, o addirittura appena alcune centinaia in alcuni casi. Probabilmente solo a Urumqi si è superato il tetto delle diecimila, e forse ci si è arrivati vicini a Wuhan, ma i materiali disponibili non consentono stime affidabili. Sulla base di queste constatazioni, e del fatto che al momento le manifestazioni sembrano esaurirsi (ma ieri a Canton c’è stata ancora una rivolta diffusa e furente), svariati osservatori ne stanno sminuendo l’importanza.

    Mappa delle proteste di massa o degli atti individuali di resistenza contro le stringenti misure anti-Covid registrati in Cina nelle giornate del 26 e del 27 novembre

    E’ un errore, e ciò per svariati motivi. Innanzitutto, il sistema di sorveglianza e repressione è in Cina uno dei più capillari al mondo, probabilmente superato in termini di sistematicità e copertura solo da quello nord-coreano. In secondo luogo, ciò che più di ogni altra cosa colpisce è lo scoppio contemporaneo delle proteste in circa una ventina di città dalle situazioni di tipo diverso (si veda la mappa qui a fianco): in un paese dalla vastità della Cina, e in cui l’obiettivo primo del regime è da decenni quello di contenere le proteste a livello locale, nonché a dimensioni molto ridotte, si tratta di un salto di qualità importantissimo. In terzo luogo, come si evince dal riassunto dei maggiori eventi di protesta di quest’anno e degli anni pre-Covid riportato all’inizio di questo articolo, le manifestazioni dello scorso fine settimana non sono uno scoppio isolato, ma si articolano con svariate altre proteste recenti. In quarto luogo, per loro natura coinvolgono soggetti e avanzano istanze che coprono un ampio spettro: lavoratori (in particolare migranti), donne, studenti e giovani in generale, nazionalità oppresse, tutti soggetti che rivendicano democrazia, una migliore tutela della sanità, migliori retribuzioni, libertà di parola e movimento, uguaglianza nel trattamento e, addirittura, l’esautorazione del Partito Comunista e le dimissioni di Xi Jinping.

    Questi fattori nel loro insieme rendono le manifestazioni dello scorso fine settimana importantissime perché hanno infranto in un solo paio di giorni e in tutto il paese tabù e vincoli imposti da decenni. E’ di importanza fondamentale tenere ben presente questa ricca articolazione, per evitare di cadere nella trappola semplificatrice di ridurre il tutto semplicemente a una “rivolta anti-lockdown” o, per esempio, di concentrarsi esclusivamente sulle proteste più “carine” e “da classe media” di Pechino e Shanghai, trascurando quelle più popolari e arrabbiate di Urumqi, Wuhan, Canton e Zhangzhou/Foxconn.

    L’esperienza di Hong Kong insegna che la crescita di un movimento di massa e perfino insurrezionale passa attraverso varie tappe, a volte intervallate da protratti silenzi, e inoltre che la congiunzione e la contemporaneità tra proteste più “carine” (mi si perdoni il termine) e proteste più estreme è di fondamentale importanza.

    La portata delle proteste dei giorni scorsi è ulteriormente magnificata dal momento in cui sono avvenute. Ovviamente il primo particolare che salta all’occhio è che si sono verificate immediatamente a ridosso del congresso del Partito Comunista che ha sancito la vittoria a tutto campo di Xi, una vittoria che in un mio recente articolo avevo definito “vittoria perdente”, commentando che il leader cinese i conti veri li doveva ancora fare, in particolare con il proprio popolo – gli eventi di questi giorni ne sono una conferma. Ma prima di passare a quest’ultimo aspetto, è opportuno constatare come sia forte il sospetto che Xi i conti non li abbia fatti del tutto nemmeno all’interno del Partito. Già alcuni esperti avevano sottolineato un paio di particolari in controtendenza con la “strabiliante vittoria” congressuale di Xi, come ad esempio il mancato inserimento dello “Xi-pensiero” nella costituzione e il fatto che fino allo stesso congresso egli venisse definito in ogni sede “il leader del popolo”, locuzione poi scomparsa dai documenti subito dopo la fine del congresso.

    Oggi viene spontaneo ipotizzare che alcune delle proteste (per es. a Shanghai e a Pechino) abbiano ricevuto un tacito e temporaneo avallo da alcune sfere burocratiche, sebbene naturalmente non ci siano conferme a tali ipotesi. E’ qualcosa che è successo regolarmente nei momenti di svolta che hanno segnato la storia della Cina di Mao e post-Mao, e se ciò fosse avvenuto anche questa volta, la cosa, così come in passato, non toglierebbe nulla alla spontaneità delle manifestazioni: nessun burocrate, tanto più in un paese stracontrollato dalla stretta cerchia di Xi, riuscirebbe mai a imbastire eventi di tale portata, che d’altronde hanno le loro motivazioni concrete e un ampio retroterra qui già descritto. Ma forse il temerario e inedito slogan “Xi Jinping dimettiti!” non rispecchia solo il pensiero di settori popolari cinesi, bensì anche quello di settori burocratici insoddisfatti.

    A cosa è dovuta tale probabile insoddisfazione interna allo stesso regime? Sono molti i fattori in gioco: Xi ha umiliato la vecchia guardia del Partito Comunista (emblematica l’umiliante estromissione dell’ex leader comunista Hu Jintao dalla sala del congresso) e allo stesso tempo ha bloccato le possibilità di ascesa per gli under 50; agisce in generale nell’interesse del capitale, ma con le sue pessime politiche in campo immobiliare e con la stretta di Hong Kong ha chiuso o indebolito fondamentali canali di riciclo speculativo del denaro per alcune categorie di ricchi e straricchi (non va dimenticato che il partito “comunista” cinese è in realtà il partito dei milionari e miliardari); lo stesso vale per gli effetti della sua pessima gestione dei rapporti con l’Occidente; le sue politiche anti-Covid stanno arrecando grandi danni a interi settori economici in cui burocrati detengono grandi interessi; nel complesso, le sue maldestre politiche stanno generando un risveglio in vari settori popolari, risveglio che è lo spettro più temuto sia dai gerarchi della burocrazia sia da importanti settori della cosiddetta “classe media” (cioè i ricchi non straricchi) che sostiene il Partito.

    A ciò va aggiunto un elemento fondamentale, la crisi che stanno vivendo le amministrazioni delle 31 grandi province e regioni autonome, quasi degli stati nello stato. In Cina sulle province e le regioni autonome ricade quasi per intero il costo delle spese sociali nonché di quelle per l’amministrazione, mentre lo stato trattiene per sé la massima parte degli introiti fiscali, che vengono destinati al sistema militare, a quello repressivo interno, alle grandi aziende e banche statali. Tradizionalmente le amministrazioni locali coprono il deficit vendendo terreni agli speculatori immobiliari, ma vista la crisi profonda del settore sono ora fortemente a corto di fondi, mentre le politiche anti-Covid volute dal centro le costringono a sostenere oneri altissimi per i test di massa e la mobilitazione del relativo personale.

    In più, le già scarse entrate fiscali sono ancora più magre per via del forte rallentamento dell’economia. A quest’ultimo proposito va osservato che le proteste si sono verificate in un momento in cui la Cina sta vivendo una delle sue più gravi crisi economiche e finanziarie a causa della massa stratosferica di debito e del crollo del settore immobiliare, colonna portante dell’economia nazionale.

    Come se non bastasse, coincidono con le difficoltà conseguenti allo sconvolgimento delle catene di approvvigionamento e con gli effetti delle sanzioni tecnologiche imposte da Washington. E, per accennare solo di sfuggita a un aspetto che meriterebbe ben più spazio, coincidono con drammatici sconvolgimenti nel fronte “multipolarista” di cui la Cina è un asse portante: la guerra in Ucraina con le relative enormi difficoltà della Russia, la grande rivolta in Iran, i continui fermenti in Kazakistan.

    Esemplare del modo in cui si sta muovendo politicamente Xi in questo momento è il caso di Li Qiang. In occasione del congresso di ottobre quest’ultimo, un assoluto fedele di Xi, è stato promosso d’un balzo dalla posizione di segretario del Partito a Shanghai a membro del ristrettissimo organo supremo del potere cinese, il Comitato permanente del Politburo, composto da soli 7 membri. Oltretutto, le sue deleghe ne fanno di fatto il numero due dopo Xi e a marzo è prevista la sua nomina a primo ministro in occasione della seduta annuale del Congresso nazionale del popolo, il “parlamento” cinese. Si pone la domanda di quali potrebbero ora essere le reazioni di fronte a una sua tale nomina. Li Qiang infatti è fortemente inviso alla popolazione per la sua pessima gestione dell’epidemia di Covid verificatasi a Shanghai a inizio anno, che ha visto l’applicazione di un lockdown di tre mesi accompagnato da totali inefficienze nei rifornimenti di cibo e nella tenuta del sistema sanitario, con conseguenti proteste di natura simile a quelle dei giorni scorsi. Li è con ogni probabilità fortemente inviso anche a vasti settori del Partito comunista, perché la sua nomina è dovuta solo all’assoluta fedeltà a Xi, non certo a qualche forma di particolare competenza o abilità.

    Alune immagini delle proteste degli scorsi giorni a Guangzhou

    Sul lato popolare, le proteste avvengono in un momento in cui vi sono numerose micce pronte a esplodere. Comincio dai giovani, perché sono stati evidentemente in prima fila nelle proteste dei giorni scorsi. Attualmente la disoccupazione giovanile è pari a circa il 20% e molti di coloro che trovano lavoro lo trovano in posizioni non corrispondenti alla loro qualifica, spesso ottenuta con enormi sacrifici economici loro e delle loro famiglie. Fino a una manciata di anni fa tali problemi non esistevano. I giovani sentono poi naturalmente in modo ancora più acuto il peso del soffocamento di ogni cultura dal basso, della censura e dell’impossibilità di viaggiare. Nell’ultimo paio d’anni è prevalso l’atteggiamento di quello che loro stessi nei social hanno definito il lie flat, o “starsene sdraiati”, cioè evitare passivamente di farsi coinvolgere nella vita obbedientemente attiva che il Partito vorrebbe. Ora potrebbe cominciare a prevalere lo stand-up and fight, ovvero “alzati e lotta”.

    Ampiamente visibili in prima fila nelle proteste anche le donne. In Cina sono relegate più che in altri paesi industrializzati in perenne posizione subalterna, con un onere di lavoro familiare ed extrafamiliare altissimo, e in più sono diffusamente vittime di violenze impunite di ogni genere. L’ondata enorme di indignazione delle donne per un paio di isolati casi denunciati recentemente nei social, come il video di una brutale aggressione maschile contro due donne in un locale pubblico o quello su una donna tenuta schiava per anni dalla propria famiglia, hanno costretto il regime a fare quello che sistematicamente non fa, cioè punire i colpevoli. Ma la posizione di Xi riguardo alle donne è altrimenti chiarissima: nel 2018-20 ha messo a tacere duramente il movimento femminista in rapida crescita, e con il congresso del Partito Comunista a ottobre ha eliminato anche l’ultima tenue singola presenza di una donna ai vertici.

    E’ un momento critico anche per l’enorme massa di lavoratori, circa 800-900 milioni in totale. La crescita dei salari in atto da decenni si è arrestata, in alcuni casi si registrano addirittura cali, mentre le condizioni di lavoro complessive non migliorano e i soprusi non si attenuano. E’ esploso come altrove nel mondo anche il lavoro precario, mentre i timidissimi accenni di (ormai tanti) anni fa a un ruolo più elastico dei sindacati di regime si sono subito spenti – di libertà di organizzazione sindacale nella Cina “comunista” naturalmente non si parla nemmeno.

    Le brutali politiche anti-Covid pesano poi in modo particolare sull’enorme massa di lavoratori migranti, quasi il 40% del totale, in termini di ostacolo alla libertà di movimento sia per cercare lavoro sia per tornare almeno una volta all’anno presso le proprie famiglie. Non è un caso quindi che in questa ondata di proteste siano stati i primi a muoversi e lo abbiano fatto in modo più deciso, per esempio a Canton e Zhengzhou.

    Infine, qualche parola anche sul ceto medio, che ha goduto di ampi privilegi sia sotto Xi che sotto i suoi predecessori. Ora però le cose stanno cambiando: la crisi economica e soprattutto quella immobiliare, settore al quale hanno affidato massicciamente i propri risparmi, gli stanno arrecando forti colpi. C’è insoddisfazione anche per gli ostacoli alla libertà di movimento e la censura. Con ogni probabilità in futuro il ceto medio accentuerà le proprie posizioni ondivaghe: più arrabbiato e più “traditore” nei confronti del regime, ma sempre di fondo impaurito dalle mobilitazioni “troppo di massa” – non a caso lo slogan “non vogliamo una Rivoluzione culturale ma riforme” lo si è sentito solo nel centro della ricca Pechino ed è in buona parte in sintonia con l’ideologia del regime.

    Anche se questa ondata di proteste si dovesse per il momento esaurire, non ci sarebbero comunque ragioni per limitarsi a una supponente alzata di spalle. Le coordinate complessive della situazione dicono a ogni livello che una maturazione ulteriore delle lotte popolari, ovviamente con le tempistiche che saranno necessarie, è ampiamente possibile. Allo stesso tempo, vi sono tutti gli elementi per sperare in fratture all’interno dei pilastri del regime, siano essi i burocrati centrali, le amministrazioni locali, i capitalisti in crisi o il ceto medio sempre più diviso. Il notevole know-how di cui il regime dispone in campo repressivo non è certo sufficiente per risolvere il groviglio indissolubile di problemi che si trova ad affrontare.

  • Nicaragua, l’audacia e la risata invincibile di Dora María Téllez

    Nicaragua, l’audacia e la risata invincibile di Dora María Téllez

    di Carlos F. Chamorro, da alencontre.org

    Di seguito la traduzione del discorso tenuto da Carlos F. Chamorro il 29 novembre 2022 in occasione del ricevimento del dottorato Honoris Causa conferito dalla Sorbonne Nouvelle a Dora María Téllez. Carlos Fernando Chamorro Barrios, giornalista nicaraguense e fondatore del sito Confidencial, ha ricevuto il dottorato per conto di Dora María Téllez, prigioniera nel carcere El Chipote di Managua. Un onore che Dora María Téllez ha dedicato a tutti i prigionieri politici incarcerati dalla dittatura di Ortega-Murillo

    “Buon pomeriggio. A Managua, a quest’ora, sono passate le dieci del mattino e il sole splende luminoso, ma la cella di Dora María Téllez, prigioniera politica nel carcere di El Chipote, è ancora al buio. Non c’è abbastanza luce, nemmeno per vedere il dentifricio sullo spazzolino. L’ex guerrigliera, storica, intellettuale e combattente sociale, che è stata insignita di questo dottorato Honoris Causa dall’Università Sorbonne Nouvelle, non può leggere né scrivere nemmeno in cella, perché questo diritto umano fondamentale è stato vietato a lei e a tutti i prigionieri politici dalla dittatura familiare di Daniel Ortega e Rosario Murillo.

    Dora María Téllez e altre tre compagne di lotta, Ana Margarita Vijil, Suyen Barahona e Tamara Dávila, stanno scontando 533 giorni di isolamento. Dora María è anche doppiamente isolata, perché è tenuta nella sezione maschile, quindi non ha nemmeno un contatto visivo con le sue compagne. Nel frattempo, altri 40 prigionieri politici sono detenuti in isolamento nel carcere.

    A questo punto, Dora María ha già iniziato la sua routine quotidiana di tre ore di esercizi fisici in una cella di cemento di 6 metri per 4. Nella solitudine della sua cella, cerca di liberarsi del torrente di pensieri che non riesce a contenere nel suo cervello. Ma alla fine della giornata, passerà il tempo a riflettere e a immaginare le azioni politiche che intraprenderà in futuro, quando il Nicaragua sarà libero dalla dittatura, per promuovere una transizione democratica.

    Dopo 85 giorni di detenzione in isolamento, sabato 19 novembre il regime ha permesso la visita di una famiglia al carcere di El Chipote. Il fratello di Dora María, Oscar Téllez Arguello, non ha potuto farle visita a causa delle rappresaglie della polizia. Suo nipote Oscar l’ha incontrata per più di un’ora, dopodiché è stato imprigionato per 48 ore. Tuttavia, nonostante questo tentativo di metterla a tacere estendendo la costrizione nei confronti dei suoi parenti, Dora María Téllez è riuscita a inviare un messaggio attraverso il nipote, ringraziandolo per il grande onore che la Sorbonne Nouvelle le aveva conferito.

    Questo dottorato Honoris Causa è il riconoscimento della straordinaria carriera di una donna di idee e di azione. Dora María Téllez ha rischiato la vita in gioventù combattendo, armi in pugno, contro la dittatura di Anastasio Somoza. Oggi ha rischiato di nuovo la vita facendo uno sciopero della fame in carcere per 19 giorni, una forma di protesta radicale contro la tirannia di Ortega e Murillo.

    Durante lo sciopero della fame, ha chiesto la fine dell’isolamento per tutti i prigionieri di coscienza, il diritto di leggere e scrivere per tutti i prigionieri politici e l’autorizzazione a firmare una procura per consentire alla sua famiglia di ritirare la pensione sociale, a cui ha diritto per legge. Dora María Téllez non ha ancora raggiunto gli obiettivi che si era prefissata, ma non è nemmeno stata sconfitta. Al contrario, ha evidenziato la bancarotta morale di un regime che mantiene il suo potere solo attraverso la repressione e il desiderio di vendetta, senza offrire alcuna soluzione al popolo nicaraguense, che ha iniziato un esodo di massa verso gli Stati Uniti, il Costa Rica e altri paesi.

    Lo sciopero della fame di Dora María ha portato ancora una volta all’attenzione internazionale l’urgenza dei prigionieri di coscienza in Nicaragua. Nel febbraio di quest’anno, dopo otto mesi di detenzione nel carcere di El Chipote, è morto il prigioniero politico Hugo Torres, eroe della lotta contro la dittatura di Somoza e compagno di Dora María nell’assalto della guerriglia al Palazzo Nazionale nel 1978, che portò alla liberazione di oltre 50 sandinisti imprigionati.

    Spetta ora a noi, ai giornalisti, ai difensori dei diritti umani, agli accademici e agli intellettuali, e soprattutto ai governi democratici del mondo, rilanciare con maggiore forza la lotta per la liberazione di tutti i prigionieri politici. Come ha detto la settimana scorsa il presidente cileno Gabriel Boric davanti al Senato messicano: “Non possiamo voltarci dall’altra parte quando si tratta di prigionieri politici in Nicaragua”.

    Dal carcere di El Chipote, Dora María Téllez dedica questo dottorato Honoris Causa ai prigionieri politici del Nicaragua. Afferma “la sua decisione di continuare la lotta nonostante le torture e le condizioni disumane di detenzione a cui sono sottoposti i prigionieri politici”. Spera che questo riconoscimento serva a sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza di denunciare le atrocità del regime di Ortega-Murillo, che ha sottomesso un intero popolo a un regime che impone estremo silenzio e terrore”.

    In Nicaragua ci sono più di 225 prigionieri politici, che rappresentano la diversità del movimento nazionale pro-democrazia. Tra loro ci sono leader politici e civili, di centro, di destra e di sinistra; sette pre-candidati alla presidenza, leader accademici, leader contadini, difensori dei diritti umani, giornalisti, imprenditori, diplomatici, attivisti sociali, accademici e intellettuali, sacerdoti e un vescovo della Chiesa cattolica.

    Sono prigionieri della repressione scatenata in seguito alla ribellione civile dell’aprile 2018, che chiedeva la fine della dittatura di Ortega Murillo e la convocazione di libere elezioni. Il massacro ordinato da Daniel Ortega – compiuto dalla polizia e dai paramilitari con la complicità dell’esercito – ha provocato più di 325 omicidi, nella più totale impunità. Inoltre, è stato istituito uno stato di polizia che continua ancora oggi, annullando tutte le libertà democratiche, con centinaia di prigionieri politici e decine di migliaia di esiliati.

    Sono i prigionieri politici della vasta operazione del 2021, quando Daniel Ortega annullò le elezioni, eliminando il confronto politico, e si autoproclamò presidente con una farsa elettorale il 7 novembre, senza opposizione.

    Inoltre, sono i prigionieri politici della dittatura totalitaria che si è consolidata nel 2022, con la chiusura totale dello spazio civico, la confisca dei media, la criminalizzazione della libertà di stampa e di espressione, la chiusura di oltre 3.000 organizzazioni non governative e la persecuzione della Chiesa cattolica.

    Allo stesso modo, vengono imprigionati parenti di perseguitati politici, come le cittadine francesi Janine Horvilleur e Ana Carolina Alvarez Horvilleur, moglie e figlia di Javier Alvarez, prese in ostaggio con un atto di crudeltà. Quando la polizia non riuscì a trovare Javier Alvarez, si vendicò imprigionando i suoi parenti, che non erano politicamente attivi.

    Come Dora Maria Tellez, tutti i prigionieri di coscienza sono innocenti. Sono stati condannati in processi-farsa, senza diritto alla difesa, a pene detentive che vanno dagli 8 ai 13 anni per i presunti reati di complotto contro la sovranità nazionale, tradimento, diffusione di notizie false e riciclaggio di denaro.

    Il premio assegnato oggi dalla Sorbonne Nouvelle a Dora María Téllez invita i cittadini e i governi di tutto il mondo a non accettare la normalizzazione della dittatura e della tortura in Nicaragua. Questo dottorato honoris causa esorta i governi e i movimenti democratici di sinistra del Sudamerica a determinarsi secondo i valori e la pratica politica simboleggiati da Dora María Téllez e ad abbandonare i doppi sensi e gli opportunismi per le cosiddette ragioni di stato. Perché una dittatura non può essere giustificata con il pretesto della “sinistra”, e non può esistere una vera sinistra senza un impegno totale per la democrazia e il rispetto dei diritti umani.

    Nel conferirle questa onorificenza, la Sorbonne Nouvelle ha sottolineato gli indubbi meriti intellettuali di Dora María Téllez come scienziata sociale, nonché il suo impegno di tutta una vita per la giustizia sociale e la democrazia. Vorremmo aggiungere altre qualità per le quali si distingue ancora di più tra i migliori della sua generazione politica in Sud America.

    Innanzitutto, la sua audacia in tutte le sue azioni di vita, come guerrigliera e come politica, come femminista e come pioniera; la sua lealtà e il suo impegno incrollabile nel difendere i suoi principi e le sue convinzioni; la sua solidarietà e la sua capacità di immedesimarsi nelle cause degli esclusi e dei discriminati; la sua straordinaria capacità di dialogo, dimostrando un’intelligenza superiore, con umiltà e umanità; e soprattutto la natura irriverente del suo umorismo, la sua risata incrollabile, per deridere le avversità e il potere.

    Ringraziamo l’Université Sorbonne Nouvelle per aver conferito questo dottorato Honoris Causa a Dora María Téllez che, insieme ai suoi compagni di prigionia politica, rappresenta oggi la speranza di un cambiamento democratico in Nicaragua. Vi invito quindi, in Francia e in Nicaragua, in America e in Europa, a continuare a chiedere la fine delle torture e dell’isolamento dei prigionieri di coscienza e la loro liberazione incondizionata, come primo passo verso la liberazione dell’intero Nicaragua.

    Molte grazie”.

    Qui si può leggere l’articolo “Nicaragua, Dora Téllez, un simbolo fastidioso”

  • Cop27, vittoria dei fossili: resta solo la lotta

    Cop27, vittoria dei fossili: resta solo la lotta

    di Daniel Tanuro, da gaucheanticapitaliste.org

    Pochi giorni prima dell’apertura della COP27 a Sharm el-Sheikh, in Egitto, ho scritto (anche in questo sito) che quella conferenza sarebbe stata un “nuovo vertice di greenwashing, capitalismo verde e repressione”. È stato un errore. Il greenwashing e la repressione sono stati più che mai diffusi sulle rive del Mar Rosso, ma il capitalismo verde ha subito una battuta d’arresto e i fossili hanno ottenuto una chiara vittoria.

    In termini climatici, il capitalismo verde può essere definito come la fazione delle imprese e dei suoi rappresentanti politici che sostiene che la catastrofe può essere fermata da una politica di mercato che incoraggi le imprese ad adottare tecnologie energetiche verdi o “a basso contenuto di carbonio”, in modo da conciliare la crescita economica, la crescita dei profitti e la rapida diminuzione delle emissioni, fino a raggiungere le “emissioni nette zero” entro il 2050. Questa componente, nota come “mitigazione” del cambiamento climatico, è poi completata da una componente nota come “adattamento” agli effetti ormai inevitabili del riscaldamento globale e da una componente “finanziamento” (principalmente per i Paesi del Sud). Anche su questi due fronti, i sostenitori del capitalismo verde credono che il mercato sia in grado di svolgere il suo compito e lo vedono addirittura come un’opportunità per il capitale.

    Da Copenaghen a Parigi, dall’alto verso il basso al basso verso l’alto

    L’accordo raggiunto a Parigi alla COP21 (2015) è stato una tipica manifestazione di questa politica. Il documento prevedeva che le parti si impegnassero a intraprendere azioni per mantenere il riscaldamento “ben al di sotto dei 2°C, continuando a impegnarsi per non superare gli 1,5°C”. Va ricordato che la COP15 (Copenaghen, 2009) aveva accantonato l’idea di una ripartizione globale del “budget di carbonio per i 2°C” (la quantità di carbonio che può ancora essere immessa nell’atmosfera per avere una ragionevole probabilità di non superare i 2°C in questo secolo) in base alle responsabilità e alle capacità differenziate degli stati. Tale distribuzione globale era (ed è tuttora) l’approccio più razionale per combinare efficienza climatica e giustizia sociale, ma questo approccio dall’alto verso il basso implicava un regolamento di conti dell’imperialismo, che gli Stati Uniti e l’UE non volevano a nessun costo. La COP16 (Cancun, 2010) ha quindi adottato un approccio dal basso verso l’alto, più compatibile con lo spirito neoliberista: ogni stato avrebbe determinato il proprio “contributo nazionale” allo sforzo climatico e si sarebbe visto, nel corso delle COP annuali, se

    1. la somma degli sforzi fosse sufficiente;
    2. la distribuzione degli sforzi fosse in linea con il principio della “responsabilità comune ma differenziata” sancito dalla Convenzione quadro sui cambiamenti climatici (ONU, Rio, 1992).

    La Convenzione quadro, come si ricorda, ha affermato la volontà delle parti di evitare “pericolose interferenze antropogeniche sul sistema climatico”. Sei anni dopo Copenaghen, ventitré anni dopo Rio, Parigi è finalmente arrivata a chiarire cosa si intende con questo termine. È la formula che abbiamo citato sopra: “rimanere ben al di sotto dei 2°C continuando a impegnarsi per evitare di superare gli 1,5°C…”. Ma la sua ambiguità è evidente: dov’è la soglia di pericolo alla fine? A 2°C o a 1,5°C? All’IPCC è stato chiesto di fornire una risposta a questa domanda e ha presentato un rapporto specifico che mostra chiaramente che mezzo grado in più o in meno avrà un’enorme differenza in termini di impatto. Su questa scia, la COP26 (Glasgow, 2021) ha dato soddisfazione ai rappresentanti dei piccoli stati insulari che hanno lanciato l’allarme: dobbiamo rimanere al di sotto di 1,5°C di riscaldamento.

    Ma come si può fare? Il divario tra i “contributi nazionali” degli stati e il percorso da seguire per rimanere al di sotto di 1,5°C (o per superare di poco questa soglia, con la possibilità di scendere di nuovo al di sotto abbastanza rapidamente) è abissale: sulla base dei contributi nazionali, il riscaldamento supererà allegramente l’obiettivo. I redattori dell’Accordo di Parigi erano consapevoli di questo gap di emissioni. Hanno quindi deciso che gli impegni climatici delle parti sarebbero stati sottoposti a un esercizio di scaling up ogni cinque anni, nella speranza di colmare gradualmente il divario tra gli impegni e gli obiettivi. Il problema è che sei anni dopo, l’obiettivo (1,5°C massimo) è diventato molto più restrittivo e il tempo a disposizione per raggiungerlo si è ridotto a un filo.

    Da Parigi a Glasgow: “alzare le ambizioni”?

    A Glasgow, il messaggio degli scienziati è stato chiarissimo:

    1. la riduzione delle emissioni globali deve iniziare ora,
    2. il picco globale deve essere superato al più tardi entro il 2025,
    3. le emissioni di CO2 (e di metano!) devono essere ridotte del 45% a livello globale entro il 2030,
    4. giustizia climatica significa che l’1% più ricco dividerà le proprie emissioni per trenta, mentre il 50% più povero le moltiplicherà per tre. Tutto questo, senza contare gli enormi sforzi necessari in termini di adattamento e finanziamento, soprattutto nei paesi poveri…

    In questo contesto, Glasgow non ha potuto che constatare l’accelerata obsolescenza della strategia quinquennale di “innalzamento delle ambizioni” adottata a Parigi: nessuno può seriamente sostenere che un ciclo di finanziamenti ogni cinque anni consenta di colmare il divario di emissioni. In un contesto molto teso, la presidenza britannica ha poi proposto che la componente di mitigazione sia soggetta a revisione annuale durante il “decennio decisivo” 2020-2030, e questa proposta è stata adottata. La presidenza ha anche proposto di decidere una rapida eliminazione del carbone, ma l’India ha posto il suo veto, per cui si è deciso di ridurre gradualmente l’uso del carbone piuttosto che eliminarlo.

    A Sharm el-Sheikh: scommettete, non c’è niente da fare

    Alla fine della COP27, il bilancio è abbastanza chiaro: degli impegni presi a Glasgow non rimane quasi nulla. L’aumento annuale delle ambizioni non ha avuto luogo. Tutti gli stati dovrebbero aver aggiornato i loro “contributi nazionali”. Solo trenta Paesi lo hanno fatto, e anche in questo caso non abbastanza [Si veda l’articolo precedente, citato sopra]. È molto probabile che questo sia l’ultimo tentativo e che d’ora in poi si ricorra al processo di revisione quinquennale previsto dalla COP21… fingendo ipocritamente di ignorare il fatto che è impossibile rispettare il limite di 1,5°C!

    La COP26 aveva adottato un programma di lavoro sulla mitigazione che la COP27 avrebbe dovuto attuare. Quest’ultima si è limitata a decidere che il processo sarebbe stato “non prescrittivo, non punitivo” e “non avrebbe portato a nuovi obiettivi”. Inoltre, l’obiettivo massimo di 1,5°C adottato a Glasgow ha rischiato di essere esplicitamente messo in discussione (è stato esplicitamente messo in discussione fuori dalla plenaria dai rappresentanti di Russia e Arabia Saudita, per non parlare dei trial balloon lanciati da Cina e India in alcune riunioni del G20).

    Non è stato deciso nulla per rendere reale la riduzione del carbone. La delegazione indiana ha abilmente proposto un testo sull’uscita definitiva da tutti i combustibili fossili (non solo carbone, ma anche petrolio e gas). Sorprendentemente, ottanta paesi, “sviluppati” e “in via di sviluppo”, l’hanno sostenuta, ma la presidenza egiziana non l’ha nemmeno menzionata. La dichiarazione finale non dice nulla al riguardo. Il termine “combustibili fossili” compare solo una volta nel testo, che chiede di “accelerare gli sforzi per ridurre (l’uso del) carbone non smaltito ed eliminare i sussidi inefficienti per i combustibili fossili”. La formula è esattamente la stessa adottata a Glasgow… (il termine “carbone non abbattuto” si riferisce agli impianti di combustione senza cattura di CO2 per il sequestro geologico o per uso industriale…). Secondo quanto trapelato dalle discussioni tra i capi delegazione, i sauditi e i russi si sono opposti a qualsiasi ulteriore riferimento ai combustibili fossili nel testo. Il rappresentante russo ha addirittura dichiarato: “È inaccettabile. Non possiamo peggiorare la situazione energetica”. Questo è il bue che dà del cornuto all’asino!

    Pensavamo di aver visto tutto in termini di greenwashing, e invece no: alcune decisioni prese a Sharm el-Sheikh aprono il rischio che i diritti di inquinamento possano essere conteggiati due volte. Parigi aveva deciso il principio di un “nuovo meccanismo di mercato” per sostituire il CDM (Clean Development Mechanism, istituito dal Protocollo di Kyoto). D’ora in poi, il mercato dei diritti sarà a due livelli: da un lato, un mercato dei crediti di emissione e, dall’altro, un libero mercato dei “contributi di mitigazione”, in cui nulla impedisce che le cosiddette riduzioni di emissioni vengano conteggiate due volte (una volta dal venditore e una volta dall’acquirente!). Inoltre, i paesi che stipulano accordi bilaterali di riduzione delle emissioni saranno liberi di decidere che i mezzi utilizzati siano “confidenziali”… e quindi non verificabili!

    Il tema molto in voga della “rimozione del carbonio” dall’atmosfera aumenta notevolmente i rischi di greenwashing nel mercato dei crediti di emissione. In teoria si potrebbero utilizzare diversi metodi e tecnologie, ma c’è il forte rischio che vengano utilizzati come sostitutivi della riduzione delle emissioni. Le cose devono quindi essere definite e controllate in modo molto rigoroso. Soprattutto quando prevedono l’utilizzo di aree terrestri per scopi energetici, in quanto vi è un chiaro rischio che tale utilizzo sia in conflitto con l’alimentazione umana e la protezione della biodiversità. Un organismo tecnico precedentemente nominato doveva esaminare il problema. Si trova di fronte a una tale massa di proposte contestate o non testate che c’è da temere il peggio, spinto da un’alleanza tra fossili e agrobusiness.

    “Perdite e danni”: l’albero che nasconde la foresta

    La decisione di istituire un fondo “perdite e danni” è stata ampiamente riportata dai media. È una richiesta che i paesi poveri e i piccoli stati insulari avanzano da trent’anni: i disastri climatici che subiscono sono molto costosi, anche se sono il prodotto del riscaldamento globale causato principalmente dai paesi capitalisti sviluppati, e i responsabili dovrebbero pagare, attraverso un fondo ad hoc. Gli Stati Uniti e l’Unione Europea si sono sempre opposti a questa richiesta, ma a Sharm el-Sheikh la pressione dei paesi “in via di sviluppo” è stata troppo forte e non c’era più spazio per i tentennamenti: o si creava un fondo, o il processo della COP sarebbe terminato e si sarebbe creata una profonda frattura tra il Nord e il Sud. Va notato che questo “Sud” comprende paesi molto diversi tra loro come le monarchie del petrolio, la Cina e i cosiddetti paesi “meno sviluppati”… Per evitare che tutto questo piccolo mondo formi un blocco sostenuto dal discorso “anti-occidentale” del Cremlino, l’imperialismo occidentale non poteva permettersi di non fare nulla. L’UE ha sbloccato la situazione ponendo delle condizioni:

    1. che il fondo sia alimentato da varie fonti di finanziamento (comprese quelle esistenti e quelle “innovative”);
    2. che i suoi interventi vadano a beneficio solo dei paesi più vulnerabili;
    3. che la COP “alzi le ambizioni” di mitigazione.

    I primi due punti sono stati rispettati, non il terzo.

    La creazione del fondo è senza dubbio una vittoria per i paesi più poveri, sempre più colpiti da disastri come le inondazioni che hanno recentemente colpito il Pakistan e il Niger o i tifoni che stanno devastando le Filippine. Ma si tratta di una vittoria simbolica, poiché la COP27 ha preso solo una vaga decisione di principio. Chi pagherà? Quando verrà pagato? Quanto costerà? E soprattutto: a chi andranno i fondi? Alle vittime sul posto o agli intermediari corrotti? Su tutte queste questioni, possiamo aspettarci dure battaglie. Arabia Saudita, Emirati e Qatar si rifiuteranno di pagare, adducendo il fatto che l’ONU li definisce “paesi in via di sviluppo”. La Cina molto probabilmente farà lo stesso, sostenendo che sta contribuendo attraverso accordi bilaterali come parte delle sue “nuove vie della seta”. Il capitalismo non si assumerà la responsabilità del disastro di cui è responsabile e che sta distruggendo la vita di milioni di uomini e donne nel Sud, ma anche nel Nord (anche se lì le conseguenze sono per il momento meno drammatiche)…

    Le grida di vittoria sul fondo “perdite e danni” sono ancora più ingiustificate se si considera che le altre promesse in termini di finanziamento non sono state mantenute dai paesi ricchi: i cento miliardi di dollari all’anno non sono stati versati al Fondo verde per il clima e l’impegno a raddoppiare le risorse del fondo per l’adattamento non è stato rispettato.

    Una vittoria per i fossili, ottenuta in nome… dei più poveri?

    Non è questa la sede per approfondire i dettagli, perché altre pubblicazioni lo hanno fatto molto bene (Carbon Brief, Home Climate News, CLARA, tra le altre). La conclusione che emerge è che la politica climatica del capitalismo verde, con le sue tre componenti (mitigazione, adattamento, finanziamento) ha subito un fallimento a Sharm el-Sheikh. L’Unione Europea, paladina del capitalismo verde, si è quasi ritirata. D’altra parte, la COP27 si è conclusa con una vittoria del capitale fossile.

    Questa vittoria è soprattutto il risultato del contesto geopolitico creato dalla fine (?) della pandemia e accentuato dalla guerra di aggressione russa contro il popolo ucraino. Siamo entrati in una congiuntura di crescenti rivalità interimperialiste e di riarmo a oltranza. Le guerre, per così dire, sono ancora solo locali e non tutte sono state dichiarate, ma la possibilità di una conflagrazione tormenta tutti i leader capitalisti.

    Anche se non lo vogliono, si stanno preparando, e questa preparazione, paradossalmente, implica sia l’accelerazione dello sviluppo delle energie rinnovabili sia l’aumento dell’uso dei combustibili fossili, quindi una notevole espansione delle possibilità di profitto per i grandi gruppi capitalistici del carbone, del petrolio, del gas… e del capitale finanziario che vi sta dietro. Non è un caso che, un anno dopo Glasgow, la GFANZ (Glasgow Financial Alliance for Net Zero) di Mark Carney si stia sgonfiando: banche e fondi pensione sono meno che mai disposti a rispettare le regole dell’ONU (Race for Zero net) sul divieto di investimenti in combustibili fossili…

    La COP27 si conclude con una vittoria del capitale fossile

    Ciò è dovuto, in secondo luogo, alla natura stessa del processo COP. Dopo Parigi, la sponsorizzazione capitalistica di questi vertici è esplosa. A Sharm el-Sheikh sembra che la quantità si sia trasformata in qualità. Delle venti aziende sponsor dell’evento, solo due non erano direttamente o indirettamente legate all’industria dei combustibili fossili. Le lobby dell’industria del carbone, del petrolio e del gas hanno inviato oltre 600 delegati alla conferenza. A ciò si aggiungono le “talpe fossili” presenti nelle delegazioni di molti stati (compresi i rappresentanti degli oligarchi russi sottoposti a sanzioni!), per non parlare delle delegazioni ufficiali composte esclusivamente da queste “talpe”, in particolare quelle delle petro-monarchie mediorientali. Tutta questa feccia fossile sembra aver cambiato tattica: piuttosto che negare il cambiamento climatico, la sua origine “antropica” o il ruolo della CO2, l’accento è ora posto sui “fossili puliti” e sulle tecnologie di rimozione del carbonio. La delegazione degli Emirati (un migliaio di delegati!) ha organizzato un evento collaterale per attirare partner che collaborino a un vasto progetto di “petrolio verde” che consiste (stupidamente, perché la tecnologia è nota) nell’iniettare CO2 nei giacimenti petroliferi per produrre più petrolio… la cui combustione produrrà altra CO2. Il Financial Times, che è al di sopra di ogni sospetto di anticapitalismo, non ha avuto paura di puntare i piedi: la presa dei fossili sui negoziati è cresciuta a tal punto che la COP27 è stata di fatto una fiera degli investimenti, soprattutto nel gas (“energia verde”, secondo l’Unione Europea!), ma anche nel petrolio e persino nel carbone (Financial Times, 26/11/2022).

    Un terzo fattore è entrato in gioco: il ruolo della presidenza egiziana. Alla plenaria finale, il rappresentante dell’Arabia Saudita ha ringraziato, a nome del suo paese e della Lega Araba. La dittatura del generale Sissi ha infatti compiuto una doppia impresa: da un lato, si è affermata come paese accettabile nonostante la feroce repressione di ogni opposizione; dall’altro, si è fatta passare per portavoce dei popoli assetati di giustizia climatica, in particolare nel continente più povero del mondo… pur agendo in realtà in combutta con i più implacabili sfruttatori di combustibili fossili, così ricchi da non sapere cosa fare della loro fortuna. Nel suo discorso finale, il rappresentante saudita ha aggiunto: “Vorremmo sottolineare che la Convenzione [la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici] deve occuparsi delle emissioni, non dell’origine delle emissioni”. In altre parole: sfruttiamo e bruciamo i combustibili fossili, non c’è bisogno di eliminare questa fonte di energia, concentriamoci su come rimuovere la CO2 dall’atmosfera, “compensando” le emissioni (cattura e sequestro geologico, piantagioni di alberi, acquisto di “diritti di inquinare”, ecc.)

    Rimane solo la lotta di massa

    Gli europei, guidati da Frans Timmermans (vicepresidente esecutivo della Commissione europea), si lamentano e si battono il petto: “La possibilità di rimanere al di sotto di 1,5°C sta diventando estremamente bassa e sta scomparendo”, dicono in sostanza. In effetti, lo è. Ma di chi è la colpa? Sarebbe troppo facile dare la colpa agli altri. In realtà, questi araldi del capitalismo verde sono invischiati nella loro stessa logica neoliberista: giurano sul mercato? Beh, i fossili, che dominano il mercato, hanno dominato la COP… Il tempo ci dirà se questo è solo un intoppo nella storia. La COP28 sarà presieduta dagli Emirati Arabi Uniti, quindi non c’è nulla da aspettarsi da quella parte. La risposta, infatti, dipenderà dall’evoluzione della situazione geopolitica globale, cioè, in ultima analisi, dalle lotte sociali ed ecologiche. Oppure le rivolte di massa scuoteranno i potenti e li costringeranno ad arrendersi; in questo caso, qualunque sia l’origine della lotta (inflazione? Un assassinio di troppo, come in Iran?

    Se non ci sarà un blocco poliziesco, come in Cina, si aprirà uno spazio per unire il sociale e l’ecologico, e quindi anche per imporre misure in direzione di una diversa politica climatica. Altrimenti la corsa verso l’abisso continuerà.

    Questa volta, nessuno ha osato dire, come al solito, che questa COP, “sebbene deludente”, era comunque “un passo avanti”. In realtà, due cose sono ormai chiarissime:

    1. non ci sarà un vero “passo avanti” senza misure radicali anticapitaliste e antiproduttiviste;
    2. esse non usciranno dalle COP, ma dalle lotte e dalla loro convergenza.
  • Cina, sfidano la repressione cantando “L’Internazionale”

    Cina, sfidano la repressione cantando “L’Internazionale”

    di François Bourgon, da mediapart.fr, 27 novembre 2022

    Il movimento di protesta contro le misure anti-Covid si è diffuso in tutta la Cina questo fine settimana. Si sono mobilitate anche più di 50 università. Gli slogan hanno attaccato il Partito Comunista Cinese e il suo leader Xi Jinping. Una prima volta dal 1989.

    La rivolta non ha precedenti dalla primavera del 1989, quando il Partito Comunista Cinese si trovò di fronte a un vasto movimento di ribellione, che schiacciò nel sangue facendo intervenire l’esercito. Da allora, nessuna protesta è andata oltre il livello locale o regionale. Ma poiché le misure draconiane anti-Covid degli ultimi due anni avevano messo in allarme la popolazione, bastava una scintilla per incendiare la prateria, come diceva Mao Zedong.

    In questo caso, la scintilla è stata un incendio mortale giovedì sera nella capitale dello Xinjiang, Urumqi, che da tre mesi è sotto lockdown. Molto rapidamente, le misure di restrizione contro la pandemia sono state accusate, sui social network, di aver rallentato i soccorsi e aumentato il numero di morti. La rabbia si è diffusa in tutto il paese, da Pechino a Shanghai, passando per Wuhan.

    Gli studenti si stanno mobilitando in massa e stanno emergendo slogan politici. Ci sono persino attacchi diretti al leader del Partito Comunista. Domenica, circa cinquanta università sono state coinvolte dal movimento. Uno sguardo indietro a una settimana di proteste eccezionali che stanno mettendo in discussione il governo di Xi Jinping.

    I lavoratori in prima linea

    Per diversi mesi, la politica “zero Covid”, basata su ripetuti lockdown, stretto controllo della popolazione e test massicci, è stata oggetto di contestazione. Il regime giustifica la sua politica in nome della protezione del popolo cinese: secondo il regime, ha permesso di preservare la vita delle persone più anziane e fragili. Ma il suo impatto sulla popolazione è deleterio. Il lungo blocco di Shanghai della scorsa primavera è stato traumatico per gli abitanti della megalopoli economica. Ma l’intero paese è in fibrillazione, mentre il resto del mondo ha imparato a convivere con il virus senza troppi problemi.

    Dopo il 20° Congresso del Partito Comunista Cinese (PCC) di ottobre, le misure sono state allentate, ma l’aumento del numero di infezioni ha indotto le autorità locali di diverse città a chiudere nuovamente, come questa settimana a Zhengzhou.

    La capitale della provincia centrale di Henan è stata teatro delle prime manifestazioni all’inizio della settimana. Inizialmente, un conflitto sociale legato alla lotta contro la pandemia è degenerato nel più grande impianto di produzione di iPhone al mondo gestito dalla Foxconn, azienda taiwanese. La fabbrica è una città nella città, con dormitori, negozi e campi sportivi, e ospita circa 200.000 lavoratori.

    Poliziotti di guardia all’interno del Foxconn Tech-Industry Park di Taiyuan martedì 22, dopo gli scontri di domenica 20 novembre (@ REUTERS)

    Il movimento di protesta, iniziato martedì sera al culmine della stagione produttiva per l’avvicinarsi delle festività di fine anno in Europa e negli Stati Uniti, è diventato molto più violento mercoledì. Sono state diffuse immagini di lavoratori picchiati dalla polizia.

    Giovedì Foxconn si è infine scusata, adducendo un “errore tecnico”. “Ci scusiamo per un errore di inserimento nel sistema informatico e garantiamo che il salario effettivo è lo stesso di quello concordato e indicato dai manifesti ufficiali di assunzione”, ha dichiarato l’azienda, promettendo anche un’indennità di licenziamento di 10.000 yuan (1.340 euro).

    L’incendio di Urumqi

    L’incendio di un edificio nel distretto di Tianshan di Urumqi, la capitale dello Xinjiang, uccide 10 persone

    Ma mentre l’incidente di Zhengzhou sembrava risolto, è stato un incendio che ha ucciso almeno dieci persone e ne ha ferite altre nove a scatenare una mobilitazione nazionale. È avvenuto giovedì sera nel quartiere Tianshan di Urumqi, la capitale dello Xinjiang, la provincia nord-occidentale dove l’etnia musulmana degli uiguri è vittima di crimini contro l’umanità, secondo molte ONG e governi stranieri – alcuni evocano addirittura il genocidio – a causa della politica di repressione. Secondo le autorità locali, un grattacielo di 21 piani, dove vivono più di 150 famiglie, ha preso fuoco a causa di un impianto elettrico difettoso.

    Nonostante le smentite delle autorità, come riportato dai media ufficiali, alcune persone hanno accusato le misure di contenimento di aver ritardato il lavoro dei vigili del fuoco e dei soccorritori e di aver impedito ai residenti di lasciare l’edificio.

    Nonostante la censura, i social network hanno trasmesso rapidamente le accuse e l’emozione provata in tutto il paese.

    Poi gli abitanti di Urumqi hanno sfidato il freddo per marciare in strada e chiedere la fine del blocco, gridando “Jiefeng, jiefeng” (“Basta con il lockdown”). In una conferenza stampa, i funzionari comunali hanno cercato di giustificare la lentezza dei soccorsi dando la colpa alle vittime. “La capacità di alcuni residenti di salvarsi era troppo debole”, ha dichiarato Li Wensheng, capo del servizio antincendio di Urumqi.

    Sabato, le autorità di Urumqi, una città di quattro milioni di persone che è stata chiusa per 100 giorni, hanno finalmente annunciato in una conferenza stampa che stavano “eliminando gradualmente” le misure in alcune aree a basso rischio. I residenti di queste aree potranno lasciare i loro edifici a scaglioni di un giorno, ma non potranno lasciare i loro complessi residenziali finché tutti i complessi del quartiere non saranno classificati come “a basso rischio”.

    Un’ondata di omaggi che si è trasformata in una manifestazione

    L’incendio di Urumqi ha provocato un’ondata di emozioni a livello nazionale che si è riversata sui social media, prima di diffondersi nelle strade. Sabato, i giovani si sono riuniti in Urumqi Street a Shanghai per rendere omaggio alle vittime dell’incendio. Hanno acceso le candele e sono rimasti in silenzio.

    “Niente bugie, dignità. Nessuna rivoluzione culturale, riforme. Niente leader, voti. Non vogliamo essere schiavi, ma cittadini”. Uno slogan a Shanghai

    Ma presto la folla è andata crescendo. Un manifestante di 27 anni, intervistato da Le Monde, ha spiegato che stava manifestando per la prima volta nella sua vita, “per strada, non online”. “Credo che questo sia un evento importante. Quello che è successo a Urumqi può essere solo il risultato di un governo disumano. Ma la prima reazione del governo cinese è quella di imbavagliare le persone”. All’arrivo della polizia sono scoppiati slogan, alcuni molto politici.

    A dieci anni dall’ascesa al potere di Xi Jinping e dalla sua svolta autoritaria, segnata da un controllo capillare della sicurezza, da una censura costante e da media che prendono ordini, sta esplodendo la frustrazione della popolazione, che prende di mira direttamente il regime. Intervistato da Mediapart, Cai Xia, ex professoressa della Scuola centrale del PCC, ora esiliata negli Stati Uniti, ritiene che questi movimenti di protesta “dimostrano che il popolo cinese è allo stremo”. “Sentono di non poter più vivere normalmente e in molti luoghi si stanno ribellando e chiedono la fine della reclusione”, afferma l’autrice.

    Gli slogan politici sono stati presto utilizzati nelle manifestazioni. A Shanghai, a quattro chilometri dalla sede della prima riunione del Partito Comunista Cinese, allora clandestino, la folla ha scandito: “Niente bugie, dignità. Nessuna rivoluzione culturale, riforme. Niente leader, voti. Non vogliamo essere schiavi, vogliamo essere cittadini”. Queste parole d’ordine sono state lanciate non solo a Shanghai, dove, a poche settimane dal 20° Congresso del PCC completamente bloccato, si sono sentiti slogan iconoclasti come “Abbasso il Partito Comunista!” e persino: “Abbasso Xi Jinping!”, ma anche in molte città del paese.

    Domenica sera si è svolta una manifestazione nel cuore della capitale, Pechino, con la presenza di molti giovani, come testimonia Franck Pajot, insegnante presso il liceo francese di Pechino, sindacalista e consigliere eletto dei francesi all’estero. “È piuttosto impressionante. Non ho mai visto nulla di simile in quindici anni di vita in Cina. C’è uno scontro tra la folla e una forza di polizia piuttosto numerosa. Di tanto in tanto, la folla grida slogan contro il potere o inizia a cantare. Ci sono anche movimenti di folla, con la polizia che cerca di arrestare i manifestanti e la folla che cerca di fermarli”, dice, commosso dalla mobilitazione.

    La rivolta dei fogli bianchi

    Per la prima volta dal movimento del 1989, i campus universitari sono in fermento. Per esprimere la loro determinazione, gli studenti hanno cantato l’Internazionale o l’inno nazionale, la “Marcia dei volontari” – “In piedi! Chi non vuole più essere schiavo! […] Sfidiamo il fuoco nemico, marciamo!” I giovani hanno anche scelto di reggere dei fogli bianchi, come all’Istituto di comunicazione di Nanchino.

    Un video del canale Spotlight on China

    Questo modo di denunciare la censura ma anche di evitare l’arresto – non si scrive nulla di discutibile – era stato utilizzato a Hong Kong nel 2020 per evitare di pubblicare slogan vietati dalla legge sulla sicurezza nazionale imposta dopo le manifestazioni dell’anno precedente.

    A differenza del 1989 o di altri periodi storici, come il 1919, sottolinea Cai Xia, questa volta gli studenti non sono all’avanguardia, ma seguono la guida dei cittadini. “E molto rapidamente”, sottolinea, “le richieste di fine dei lockdown si trasformano in una richiesta politica. Abbiamo visto slogan che chiedevano le dimissioni di Xi Jinping e attaccavano il Partito Comunista. Inoltre, gli studenti hanno scandito slogan a favore della democrazia e della libertà di espressione”.

    Il regime ha reagito prontamente. Le forze dell’ordine sono state dispiegate a Shanghai e nel resto del paese, arrestando i manifestanti. Sono state trasmesse immagini della violenza della polizia sugli autobus su cui venivano trasportati.

    Domenica sera a Shanghai alcuni operai, su ordine delle autorità, hanno tolto il cartello stradale di Urumqi Street. Sembra un tentativo irrisorio di riprendere il controllo di una situazione incandescente.

    • Kamenev (Lev Borisovič Rozenfel’d)

      Kamenev (Lev Borisovič Rozenfel’d)

      Lev Borisovič Kamenev (pseudonimo del vero cognome Rozenfel’d) nasce nel 1883 a Mosca, da un ingegnere ebreo e una madre ortodossa, entrambi impegnati in circoli radicali. Impegnato nel movimento studentesco di Mosca, venne espulso dall’università e arrestato per la prima volta nel 1902, cosa che lo spinse ad una definitiva scelta di impegno politico rivoluzionario.

      Emigrato a Parigi, conosce numerosi altri rivoluzionari russi, tra i quali Lenin, di cui diventa un assiduo collaboratore. Sposerà Olga Bronštejn, sorella di Trotsky, dalla quale avrà due figli, ma divorziando nel 1927 per sposare Tatiana Glebova. Al rientro in Russia, viene arrestato e successivamente costretto ad un nuovo esilio, durante il quale collabora con Lenin per la pubblicazione della rivista Proletarij. In particolare, dopo la rottura tra Lenin e Bogdanov, Kamenev (assieme a Zinov’ev) divenne il principale collaboratore del leader bolscevico, soprattutto prima nella guida della scuola bolscevica creata a Longjumeau (alle porte di Parigi) e, successivamente, nella direzione della Pravda (una volta rientrato a San Pietroburgo, poi Pietrogrado) e della frazione del partito nella Duma.

      Al momento dello scoppio della Guerra mondiale, viene arrestato e esiliato in Siberia, dove ritrova Stalin (che aveva già conosciuto in gioventù durante il suo soggiorno in Georgia). Nel 1917, al momento dello scoppio della Rivoluzione di febbraio, i due possono lasciare l’esilio e rientrare assieme a Pietrogrado.

      Nel periodo tra il febbraio e l’ottobre, in genere in accordo con Zinov’ev, esprime nei massimi organismi del partito una posizione più moderata rispetto a quella assunta da Lenin con le Tesi d’aprile e nella preparazione dell’insurrezione. E’ nota la pubblicazione, il 18 (31) ottobre, dunque giusto una settimana prima della data fissata per il sollevamento e per l’apertura del Secondo congresso panrusso dei soviet, di un’intervista di Kamenev sul giornale menscevico di sinistra Novaja Žizn’ nel quale veniva rivelato il contenuto della lettera scritta con Zinov’ev Sul momento presente nella quale si sosteneva che “un’insurrezione armata, solo pochi giorni prima del congresso dei soviet, sarebbe stata una decisione inammissibile e fatale per il proletariato e per la rivoluzione”.

      Ma dopo la Rivoluzione d’Ottobre e nonostante i gravi dissidi con Lenin, Kamenev resta uno dei principali dirigenti bolscevichi, membro del Politburo e della delegazione alle trattative di pace di Brest-Litovsk, presidente del Comitato esecutivo centrale dei soviet (una sorta di Presidente della repubblica) e successivamente vice presidente del governo di Lenin.

      Nei primi scontri della guerra civile, nel 1919, viene catturato dai controrivoluzionari che lo liberano grazie ad uno scambio di prigionieri con l’Armata rossa.

      Durante la fase terminale della malattia di Lenin, partecipa con Stalin e Zinov’ev alla formazione della troika che guida il partito e lo stato emarginando Trotsky, di cui, nel 1925, chiede l’espulsione dal partito. Sarà Stalin a schierarsi contro, giocando abilmente nella troika il ruolo di “moderato”.  Ma, resosi conto del fatto che le previsioni di Trotsky sulla burocratizzazione del partito e dello stato incoraggiata da Stalin (e dai suoi nuovi alleati Bukarin e Rykov) erano più che fondate, rompe con quest’ultimo e, sempre assieme a Zinov’ev e alla vedova di Lenin Nadejda Krupskaia e a Grigori Sokolnikov, dà vita alla “Nuova opposizione” che poco dopo si ricongiunge con l’Opposizione di sinistra di Trotsky, creando l’Opposizione unificata.

      Dopo la sconfitta dell’Opposizione unificata nella 15° Conferenza del partito (1926) e l’espulsione di Trotsky e Zinov’ev, Kamenev resta il portavoce unico dell’opposizione, prima di essere espulso anche lui nel 1928 dopo il 15° Congresso. Viene reintegrato dopo una prima autocritica ma viene ancora espulso e reintegrato un’altra volta. Ma nel 1936 viene arrestato per aver cospirato per attentare alla vita di Stalin e condannato prima a 10 anni di prigione e poi, durante il primo dei processi di Mosca (agosto 1936), a morte. Sarà fucilato con Zinov’ev il 25 agosto.

      Molti della sua famiglia ne condividono la sorte: i suoi due primi figli e la prima moglie vengono infatti fucilati tra i 1938 e il 1941.

    • Nicaragua, la dittatura accusa Oscar René Vargas, senza specificare quale sia il “crimine”

      Nicaragua, la dittatura accusa Oscar René Vargas, senza specificare quale sia il “crimine”

      Lo Stato si dichiara “offeso” da un intellettuale che ha esercitato la libertà di opinione. Il caso viene assegnato a un giudice che ha condannato prigionieri politici.

      di Octavio Enríquez, da confidencial.digital

      Leggi e aderisci all’appello internazionale

      Il 23 novembre, meno di 24 ore dopo il suo arresto, la Procura ha incriminato il sociologo Oscar René Vargas (cfr. Appello internazionale), intellettuale critico nei confronti del regime di Daniel Ortega, catturato mentre visitava la sorella, in condizioni di salute precarie, nel centro residenziale Bolonia di Managua.

      Le autorità non hanno specificato il reato, ma hanno ritenuto che lo stato fosse “vittima o offeso” da Vargas, che negli anni ’80 è stato consigliere della Direzione nazionale del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN). Nei casi di arresti precedenti in circostanze simili, sono stati successivamente accusati di “propagazione di notizie false” o “cospirazione per minare l’integrità nazionale”.

      Il pubblico ministero è Yubelca del Carmen Pérez Alvarado, che ha depositato l’atto d’accusa di quattro pagine alle 12:56 di mercoledì scorso davanti al giudice Gloria María Saavedra Corrales, capo del Tribunale penale del X distretto di Managua. Il caso è registrato con il numero 025318-ORM4-2022-PN.

      Vargas è stato membro del FSLN negli anni ’60 e nel novembre 1967 ha salvato Daniel Ortega nel quartiere Monseñor Lezcano di Managua, quando stava per essere catturato, un atto di cui il sociologo non si è mai pentito, come ha raccontato nel 2019 al giornalista nicaraguense Fabián Medina su Infobae mentre era in esilio.

      In seguito Vargas sarebbe tornato discretamente in Nicaragua, dove non ha svolto alcuna attività pubblica, ma ha mantenuto un intenso lavoro intellettuale, pubblicando articoli critici sul suo blog ed esponendo le sue analisi a diversi media indipendenti, sulla crisi del FSLN, di Ortega e sulla crisi sociale e politica che ha colpito il Nicaragua.

      Giudice e procuratore perseguitano i prigionieri politici

      Sia il procuratore che il giudice assegnati al caso di Oscar René Vargas sono noti per perseguire i prigionieri politici. L’accademico è stato arrestato nel corso di un’operazione condotta dalla Direzione delle operazioni speciali (DOEP), composta da agenti di polizia incaricati di operazioni contro il traffico di droga e il terrorismo.

      Secondo fonti vicine alla sua famiglia, il sociologo ed economista non ha opposto resistenza. È stato trasferito in una destinazione sconosciuta.

      Una delle cause più recenti contro i prigionieri politici, intentata dal giudice Saavedra Corrales, riguarda la Chiesa cattolica, bersaglio di una feroce persecuzione da parte della dittatura.

      Il giudice ha imposto 90 giorni di carcere per “indagare” sui religiosi e i laici che accompagnavano monsignor Rolando Álvarez, vescovo di Matagalpa, quando è stato portato via con la forza dopo l’irruzione della polizia nella Curia il 19 agosto.

      Pérez Alvarado fa parte della rete di procuratori e giudici che hanno eseguito l’ordine politico di Ortega di condannare i prigionieri politici in un’escalation repressiva scatenata dal regime per imporre il terrore alla cittadinanza. Attualmente nel paese ci sono 219 prigionieri politici, detenuti in un sistema che è stato denunciato per aver praticato la tortura e cancellato le garanzie costituzionali.

      Questi operatori giudiziari starebbero commettendo il reato di prevaricazione e tortura, secondo un’indagine condotta mesi fa dal sito confidencial.digital. Infatti, il procuratore è stato sanzionato dagli Stati Uniti lo scorso luglio come parte di 23 operatori giudiziari del regime di Ortega che si caratterizzano come carnefici di prigionieri di coscienza.

      il Centro nicaraguense per i diritti umani (Cenidh) chiede il suo rilascio: “La sua vita è a rischio”

      Venuto a conoscenza dell’atto di accusa nel sistema elettronico dei tribunali di Managua, il Cenidh ha ritenuto il regime di Ortega-Murillo responsabile di quanto potrebbe accadere all’intellettuale, che ha 77 anni e un pacemaker.

      “La sua vita è a rischio. Chiediamo il suo rilascio immediato”, ha chiesto la nota organizzazione, che ha sottolineato l’innocenza dell’uomo e ha aggiunto che i suoi parenti e il suo avvocato difensore sono riusciti a fargli passare l’acqua, ma che ha bisogno di assistenza sanitaria specializzata.

      Ripercussioni internazionali

      L’arresto di Vargas, autore di 36 libri e coautore di altri 20, ha provocato reazioni internazionali. L’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (OHCHR) ha definito arbitraria la sua detenzione e ha affermato che i funzionari del carcere, compresoil carcere di El Chipote, hanno negato di averlo in custodia. L’OHCHR ha dichiarato che questo modello è ricorrente e può essere definito una “sparizione forzata a breve termine”.

      Da parte sua, anche l’Associazione Sociologica Latinoamericana (ALAS) ha espresso la sua più ferma protesta e ha sottolineato il suo lavoro in un comunicato.“Il suo importante lavoro di analisi e ricerca si è tradotto, tra l’altro, nella pubblicazione di decine di libri e centinaia di articoli sia in Nicaragua che all’estero”, ha dichiarato l’organizzazione.

      Come specifica il sito web del sociologo nicaraguense, Vargas è anche un economista. Ha studiato, tra l’altro, all’Università di Losanna (Svizzera) e al Graduate Institute of Development Studies (Ginevra). Ha conseguito un dottorato di ricerca in economia politica presso l’Università Nazionale Autonoma del Messico (UNAM). In uno dei suoi ultimi articoli, Vargas ha analizzato un documento del Fondo Monetario Internazionale sul caso del Nicaragua, pubblicato dopo una visita del FMI tra il 7 e il 15 novembre.

      L’organizzazione multilaterale ha dichiarato che l’economia si sta riprendendo e le prospettive sono favorevoli. “Nonostante la dittatura non abbia un accordo formale con il FMI, le misure da attuare nel 2023 sono molto più forti di quelle raccomandate dal FMI nei suoi programmi di aggiustamento strutturale. La situazione sarà peggiore di quella attuale: più disoccupazione, maggiore migrazione, riduzione del potere d’acquisto, impossibilità di acquistare i generi di prima necessità alimentare di base, malnutrizione, fame e maggiore malcontento tra i cittadini”, ha affermato il sociologo (Segnaliamo a questo proposito l’analisi del rapporto del FMI, intitolata “Salari, costo del paniere alimentare di base e fame” pubblicata sul blog di Oscar René Vargas).

    • Manovra contro gli ultimi illudendo i penultimi

      Manovra contro gli ultimi illudendo i penultimi

      di Fabrizio Burattini

      La guerra ai poveri di Draghi continua e si inasprisce con la manovra Meloni 2022. Si delinea una società sempre più diseguale. Vendetta contro chi non ha accettato la demagogia della destra e premio per i ceti che la hanno appoggiata. Un’opposizione da costruire

      La “grande stampa”, dopo la pubblicazione della proposta di legge di bilancio del governo Meloni, sembra tirare un sospiro di sollievo. Certo, la manovra è una “manovrina” (“La Stampa” di Massimo Giannini), è “piccola piccola” (“La Repubblica” di Maurizio Molinari), risente della “stesura fatta in tutta fretta da un governo appena insediato”… Sempre sulla “Stampa”, Marcello Sorgi afferma che il governo “supera l’esame di maturità”, perché ha “sostanzialmente rispettato” i vincoli europei e la lezione Mario Draghi quanto a “rigore fiscale” e a “politiche di austerità”.

      L’entusiasmo della destra

      Se la stampa “democratica” si sente rassicurata (ma sapevano bene che Meloni e i suoi non si sarebbero discostati dai diktat di Bruxelles, il loro progetto è molto più ambizioso), la stampa amica della premier si spertica in elogi e osanna: “La strada giusta” (Alessandro Sallusti su “Libero”), “Manovra di bilancio, il governo aiuta i più deboli” (“Il Tempo”), “Coraggiosa. Aiuta il ceto medio e i pensionati” (De Feo sul “Giornale”). Quanto al blocco del Reddito di cittadinanza, le prime pagine dei giornali di destra traboccano di esultanza: “Buon lavoro fannulloni” (“Libero”), “Stop alla follia dei 5 Stelle” (“Il Secolo d’Italia”). 

      Sanno che il blocco del RDC è importante non tanto perché fa recuperare qualche centinaio di milioni (dicono 700) da stornare a favore delle imprese piccole e grandi, ma soprattutto perché è una misura che spinge verso il basso i rapporti di forza delle classi più povere che saranno sempre più costrette ad accettare un lavoro a qualunque condizione e in cambio di salari ancora più bassi. Non dimentichiamo che almeno 173.000 percettori di RDC lavorano regolarmente (iscritti all’INPS) ma ricevono un salario così misero da dover essere integrato dal RDC.

      Gli argomenti della demagogia

      Il governo “gialloverde” aveva preteso di “sconfiggere la povertà”, il governo Meloni vuole “sconfiggere i poveri”

      Come cento e più anni fa, il padronato e il governo al suo servizio vogliono usare come armi di costrizione il bieco marchio del “fannullone” e la fame per obbligare le persone ad accettare qualunque occupazione, e questo non è solo uno strumento di politica (anti)sociale ma costituisce un segnale nei confronti del mondo imprenditoriale ed anche dei settori centristi (Calenda e Renzi), altrettanto agguerriti contro i ceti più poveri.

      E poi in quella misura sul RDC c’è anche un aspetto vendicativo verso quegli ampi settori popolari che (soprattutto al Sud) non hanno prestato ascolto alla demagogia reazionaria di Fratelli d’Italia e delle altre consorterie alleate, ma hanno confermato il loro voto agli odiati 5 Stelle.

      L’ideologia che muove il governo e che, purtroppo, raccoglie un immeritato consenso, è quella secondo cui la disoccupazione, la povertà non sono fenomeni intrinseci al sistema capitalista, ma sono solo la conseguenza della inettitudine e della pigrizia dei “fannulloni”. I 660.000 percettori di RDC “occupabili”, per di più un certo numero tra di loro anche immigrati da chissà dove, diventano così, nell’immaginario della narrazione governativa, confindustriale e dei loro lacchè, nemici della “nazione”.

      Certo, quella misura solletica anche il consenso di quei tantissimi lavoratori che oggi sono occupati e che faticano per portare a casa salari di poco superiori al RDC e che sono quindi sensibili alla demagogia contro i “fannulloni” che “stanno sul divano e vivono sulle spalle di chi paga le tasse”. E che non pensano che il destino di non trovare un lavoro minimamente degno di questa definizione potrebbe colpire anche loro, tanto più in una fase di crisi economica nella quale fabbriche ed aziende chiudono, i contratti a termine non vengono rinnovati…

      Cuneo fiscale e Confindustria

      Dunque, una manovra durissima contro gli ultimi volta a far credere ai penultimi che il governo vuole aiutarli con la riduzione del “cuneo fiscale”, con l’aumento irrisorio delle pensioni minime e con un piccolo incremento degli aiuti ai settori più poveri per affrontare il “caro bollette”.

      In realtà, occorre dirlo una volta per tutte, la riduzione del cuneo fiscale consente sì un misero incremento dei salari netti (tra i 10 e i 20 euro mensili) ma tutto autofinanziato dai lavoratori, perché la riduzione dei prelievi fiscali al lavoro dipendente riduce in maniera cospicua le entrate dell’erario e di conseguenza anche la capacità di spesa pubblica. Con la conseguente riduzione dell’offerta di servizi pubblici e universali (pensioni, ammortizzatori sociali, scuola, sanità) ai ceti più deboli.

      Una riduzione del cuneo che punta soprattutto a ridurre la pressione salariale dei lavoratori verso le imprese. La riduzione del cuneo fiscale consente alle imprese di dire durante i negoziati contrattuali: “ma come, avete avuto la riduzione del cuneo e chiedete ulteriori aumenti?”.

      La Confindustria critica il governo perché avrebbe voluto una riduzione del cuneo più consistente e almeno una parte di quei soldi a vantaggio delle imprese. Le associazioni padronali (a differenza dei sindacati) non si accontentano mai. Hanno già pronti i comunicati di dissenso ancor prima che il governo annunci le sue scelte, perché sanno che così ostacolano preventivamente ogni “miglioramento” delle misure a favore dei lavoratori e, non si sa mai, spingono verso un “miglioramento” a proprio favore.

      La tassa piatta per alcuni e progressiva per gli altri

      Com’è noto, la “flat tax” al 15% viene estesa alle partite IVA fino a 85.000 euro di reddito, con la conseguenza (che giustamente Nadia Urbinati su “Domani” ritiene anticostituzionale) per cui un dipendente, a parità di reddito, pagherà fino a 10.000 euro di tasse in più rispetto ad un autonomo. Si delinea, come ha scritto Giuseppe Pisauro sul Manifesto “una separazione netta tra il regime fiscale dei lavoratori dipendenti e dei pensionati, da un lato, e dei lavoratori autonomi e dei professionisti, dall’altro”.

      Dunque, una manovra che acutizzerà pesantemente e perfino renderà strutturali le già indegne diseguaglianze economiche e sociali del paese.  Né va trascurato un pesante effetto “macroeconomico” della manovra: essa contribuirà a far scendere ancor di più i consumi interni e, dunque, forse riuscirà a contenere l’inflazione ma asseconderà anche la tendenza recessiva già in atto.

      La manovra della disuguaglianza

      Una manovra ispirata ad un minimo di equità sociale avrebbe dovuto affrontare seriamente il problema delle retribuzioni del lavoro dipendente e delle pensioni basse al palo da trent’anni e taglieggiate nell’ultimo anno dalla fiammata inflattiva, avrebbe dovuto inasprire la progressività fiscale, ampliare il reddito di cittadinanza e tutti gli altri ammortizzatori sociali, mettere sotto controllo pubblico i prezzi dei prodotti di prima necessità. 

      Il governo Meloni ha scelto coscientemente di fare proprio il contrario. Non ha avuto neanche il coraggio di abolire l’IVA sui prodotti di prima necessità (pane, latte…). 

      • Con il taglio netto e la minaccia di abolizione totale del RDC, ha rinvigorito ulteriormente la guerra ai poveri, sulla linea che era già stata di Draghi. 
      • Ha peggiorato il sistema di adeguamento delle pensioni all’inflazione (recupereranno integralmente l’inflazione solo le pensioni non superiori a 1.584 euro netti). 
      • Ha tagliato gli sgravi sulle bollette per le famiglie mentre ha incrementato gli sgravi per le imprese. 
      • Gli extraprofitti miliardari delle imprese dell’energia, lucrati grazie all’impennata dei prezzi del petrolio e del gas e nei fatti estorti con la forza ai cittadini, verranno tassati al 35%, cioè tanto quanto viene tassato un lavoratore dipendente che riceve un salario mensile netto di 1.650 euro.
      • Hanno allargato, come già detto, la platea di chi godrà di una tassa piatta.
      • Hanno favorito l’evasione fiscale e il riciclaggio del denaro illecito con i provvedimenti sul contante, con la flat tax, sulla rottamazione delle cartelle, sulla detassazione dei capitali illecitamente portati nei paradisi fiscali.

      Una manovra di bilancio in continuità con il governo Draghi e con i dettami della UE per ridurre i consumi popolari e così “combattere l’inflazione”. Poco importa se a farne le spese saranno i più poveri, il Sud, i lavoratori a reddito fisso. “Fine della pacchia” per loro, fine di una pacchia che non è mai iniziata.

      La “pacchia” e l’opposizione

      Mentre la “pacchia” continua e si accresce per quei ceti sociali che hanno votato per Fratelli d’Italia e per gli altri partiti della destra e che vengono per questo premiati: grandi imprese, bottegai, lavoratori “autonomi”, albergatori e ristoratori…: insomma quella che in un altro articolo abbiamo definito “lumpenborghesia dell’evasione fiscale”.

      Profittando dell’estrema debolezza (al limite dell’inesistenza) dell’opposizione politica e dell’atteggiamento di complicità (CISL) e di imbarazzata attesa (CGIL e UIL) dei sindacati confederali, il risultato della manovra governativa sarà l’incremento della sofferenza sociale del paese. Allo stato attuale l’unica risposta in campo resta quella dello sciopero generale del 2 dicembre e della manifestazione nazionale a Roma di sabato 3, che così sono diventati appuntamenti ancora più importanti.

    • USA, il sindacato delle infermiere condanna la violenza trans e LGBTQ+

      USA, il sindacato delle infermiere condanna la violenza trans e LGBTQ+

      dal sito nationalnursesunited.org, 21 novembre 2022

      In qualità di sostenitori dei pazienti e di una società giusta e sana, le infermiere iscritte al National Nurses United sono solidali con i nostri fratelli LGBTQ+ presi di mira nella sparatoria mortale di sabato a Colorado Springs (5 morti e 25 feriti sotto i colpi di un killer omofobo, ndt) e condannano i gruppi di destra, i funzionari, gli account dei social media e i media che incitano deliberatamente all’odio e alla violenza contro la comunità LGBTQ+, in particolare le persone e i giovani transgender.

      L’attacco al Club Q è avvenuto mentre i gruppi anti-trans stanno prendendo di mira anche le strutture sanitarie per bambini e gli operatori che forniscono assistenza di genere con minacce di bombe, recentemente a Boston e a Filadelfia. Le infermiere dell’NNU stanno lanciando l’allarme contro la retorica anti-trans e la disinformazione diffusa da politici di destra, media e organizzazioni politiche, che hanno portato a un aumento vertiginoso delle intimidazioni, delle minacce e delle violenze pubbliche contro le persone trans e contro gli operatori sanitari che, come noi, forniscono cure che confermano il genere.

      Le infermiere hanno già monitorato questa odiosa ondata di attacchi contro i nostri pazienti trans e LGBTQ+ e sono seriamente preoccupati per i danni sociali e sanitari immediati e a lungo termine che stanno subendo. Il procuratore generale del Texas ha dichiarato che indagherà e perseguirà le famiglie dei bambini trans che ricevono cure per l’affermazione del loro genere con l’accusa di abuso di minore, e in quello stato sono pendenti più di una dozzina di proposte di legge che criminalizzerebbero l’assistenza sanitaria trans e la vita LGBTQ+. Il Texas è solo uno dei tanti esempi che dimostrano le politiche anti-trans e anti-LGBTQ+ che si stanno diffondendo nel paese.

      Le infermiere dell’NNU mantengono il loro incrollabile sostegno ai giovani transgender, alle loro famiglie e alla più ampia comunità LGBTQ+. Così come ci pronunciamo contro gli sforzi legislativi volti a criminalizzare l’assistenza ai giovani trans, dobbiamo anche pronunciarci contro la violenza anti-LGBTQ+ fomentata dagli stessi leader eletti e dal più ampio movimento di estrema destra.

      “Questa è violenza politica e una chiara espressione dell’agenda anti-trans e anti-LGBTQ+ dell’estrema destra in questo Paese”, ha dichiarato Deborah Burger, presidente del National Nurses United. “Le infermiere dicono: ‘Non se ne parla. Non sotto i nostri occhi’. Tutte le persone meritano di sentirsi al sicuro, sia sul posto di lavoro che nelle strutture sanitarie o negli spazi culturali. La sicurezza è parte integrante della salute e della sanità pubblica. Il nostro sindacato farà tutto ciò che è in nostro potere per resistere a questa violenza inaccettabile e sconfiggere l’odiosa agenda politica che la alimenta”.

      Il National Nurses United è il sindacato e l’associazione professionale di infermiere/i più grande e in più rapida crescita degli Stati Uniti, con quasi 225.000 iscritte/i a livello nazionale.